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Bulgaria: inabile al lavoro? Un ottimo pretesto per licenziarti

Equo processo – Sentenza Fazliyski v. Bulgaria, 16 Aprile 2013

La vicenda in esame si svolge in Bulgaria: una minaccia arriverà a costare addirittura il posto di lavoro al ricorrente. Il comportamento che questi ha adottato viene ritenuto poco conforme al ruolo che invece era chiamato a ricoprire, ma sembra incredibile la facilità con cui viene comminata una sanzione come quella del licenziamento disciplinare, una sanzione che dovrebbe intervenire come extrema ratio e che invece qui sembra l’unica possibile, quasi inevitabile. Può un licenziamento essere comminato sulla base di un parere tecnico di inidoneità per un certo tipo di lavoro? E soprattutto: è giusto che questo parere non possa essere in nessun modo contestato?

3489300195_c2e08d7839IL CASO – Il Sig. Krasimir Georgiev Fazliyski, nominato ispettore del Servizio di sicurezza nazionale del Ministero degli Affari Interni, nel 2002 viene trasferito alla Direzione per la Sicurezza Nazionale, un’articolazione interna al Ministero. Controspionaggio, assunzione e gestione di agenti segreti, raccolta e diffusione delle informazioni provenienti da fonti segrete, sorveglianza segreta: sono questi i compiti che è chiamato a svolgere per il suo incarico. Compiti di non poco rilievo se si guarda al profilo di segretezza che li permea e che indubbiamente carica di un’ulteriore responsabilità chi è poi chiamato a svolgerli. Ma il carico di responsabilità che ne deriva può forse rendere la carica ricoperta importante fino al punto di sentirsi autorizzati ad abusare del proprio ruolo? Sembrerebbe proprio di no. Eppure il Sig. Fazliyski, forte della carica ricoperta, si serve di questa per minacciare i suoi dipendenti.  Un comportamento indubbiamente disdicevole che mal si accordava con la carica ricoperta al Ministero. Per questo a seguito di un’indagine interna viene proposto il licenziamento del ricorrente, ma non vi sono elementi sufficienti per provare i fatti. Questo non implica che la pubblica autorità non possa proseguire oltre per raggiungere il suo intento: si suggerisce di sottoporre il Sig. Fazliyski a una valutazione psicologica. Il parere dello psicologo fa emergere quel profilo di inabilità al lavoro presso il Ministero degli affari Interni che condurrà quasi in automatico al licenziamento. Motivi disciplinari e valutazione dello psicologo inducono il dirigente della sezione a licenziare il Sig. Fazliyski che decide allora di rivolgersi al Tribunale amministrativo supremo sostenendo che il licenziamento non era stato debitamente motivato e che la valutazione psicologica, sulla base della quale era stato emesso non fosse obiettiva. Ed è proprio in questa sede ad apparire il dato più sconcertante per il ricorrente: quella valutazione psicologica che aveva vincolato il Ministero al licenziamento per via del suo esito, non poteva essere oggetto di controllo giurisdizionale in quanto paragonabile a una prova incontrovertibile. Il procedimento viene portato avanti senza successo fino al ricorso in Cassazione: per questo il Sig. Fazliyski adirà infine la Corte Europea dei Diritto dell’uomo.
Il ricorrente lamenta ai sensi dell’Art 13 Cedu che la Corte amministrativa suprema aveva rifiutato di verificare la validità della valutazione della sua idoneità mentale per il lavoro. Ha anche denunciato ai sensi dell’Art 6 Cedu che la Corte suprema amministrativa non aveva espresso il suo giudizio pubblicamente. Infine, ha denunciato, sempre ai sensi dell’Art 6 della Convenzione che nel trattare la sua causa, la Corte suprema amministrativa avesse violato uno dei principi sanciti in una causa separata, principio secondo il quale era invece ben possibile che il parere dello psicologo fosse invece sottoposto a controllo giurisdizionale.

Il Governo sostiene che il ricorrente aveva avuto pieno accesso ad un tribunale e aveva potuto impugnare il suo licenziamento. La Corte suprema amministrativa, entro i limiti delle sue competenze, si è pronunciata sulla legittimità di tale atto, sostenendo che la valutazione dello psicologo non potesse essere oggetto di controllo giurisdizionale non essendo una decisione amministrativa ma di un organo specializzato in tal senso. Il ricorrente era stato considerato mentalmente inabile al lavoro e il ministro non aveva alcun margine di discrezionalità per opporsi a tal parere e si era quindi visto costretto a licenziarlo senza che il ricorrente avesse cercato di produrre dinanzi al Tribunale amministrativo supremo un’altra valutazione della sua idoneità mentale.

3054485062_ae19c58873CORTE EDU – Il licenziamento del ricorrente dal suo incarico era stato interamente basato sul fatto che questi fosse stato considerato mentalmente inabile al lavoro presso il Ministero degli Affari Interni. Non c’era nulla di intrinsecamente sbagliato in tale valutazione essendo stata effettuata da un esperto: l’Art 6 della Convenzione non preclude ai giudici nazionali di dare credito alle perizie elaborate da organismi specializzati per risolvere le controversie dinanzi ad essi quando ciò sia richiesto dalla natura delle questioni controverse. Tuttavia dalla decisione della Corte suprema amministrativa emerge come non solo si è tenuto conto della valutazione dell’esperto, ma la Corte si è considerata addirittura vincolata da essa e si è rifiutata di esaminarla. È vero che il ricorrente ha il grado di maggiore presso la Direzione Nazionale di Sicurezza del Ministero degli Interni e che le sue funzioni relative alla raccolta e al trattamento delle informazioni hanno una certa importanza, ma è anche vero che la Corte ha, anche se in contesti diversi, dichiarato che legittime considerazioni di sicurezza nazionale non possono giustificare limitazioni dei diritti di cui all’Articolo 6 Cedu. Tuttavia, né la Corte suprema amministrativa né il governo hanno cercato di giustificare il diniego di accesso ad un tribunale competente. In altri casi la Corte suprema amministrativa ha ritenuto che la valutazione di idoneità mentale che porta al licenziamento dovrebbe essere suscettibile di controllo giurisdizionale anche se tocca la sicurezza nazionale. Vi è stata quindi una violazione dell’Articolo 6 CEDU. Inoltre alle sentenze della Corte suprema amministrativa non è stata data alcuna forma di pubblicità per un considerevole periodo di tempo e nessuna giustificazione convincente è stata fornita per questo. Vi è stata quindi una violazione dell’Art 6 Cedu anche in tal senso quindi e la Corte dichiara che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente 1500€ per danno morale.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Fazliyski v. Bulgaria del 16 Aprile 2013.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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