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Slovenia condannata dalla Corte Edu: Otto anni per un processo sono troppi!

Diritto ad un equo processo – Caso MEGLIČ C. SLOVENIA, 18 aprile 2013

L’attività giudiziaria in Slovenia sembra presentare profondi problemi. La lentezza della giustizia è ormai una questione grave in molti paesi. Ma tempi così lunghi per dei processi non causano solamente estenuanti attese delle parti in causa, ma conseguenze ben più gravi. Una giustizia lenta corrisponde ad una denegata giustizia, e l’impossibilità di tutelare i propri diritti corrisponde ad un diritto incerto, e porta dunque le persone a non voler adire le vie giudiziarie per vedersi riconosciuto un proprio diritto.

IL FATTO – Stanko Meglič – il ricorrente – è un cittadino sloveno che nel 2001 ha presentato un ricorso contro il suo datore di lavoro per chiedere un risarcimento per alcuni danni che ha subito sul posto di lavoro. La prima udienza ebbe luogo a più di un anno di distanza dalla richiesta del ricorrente, il 6 febbraio 2002. Nello stesso giorno il tribunale nominò due esperti, che presentarono le loro relazioni sul caso dopo 2 mesi, il primo, e 10 mesi, il secondo, dalla data in cui venne fissata la prima udienza.flag_slovenia_lrg
Nella seconda udienza, che si tenne il 10 marzo 2003, il Giudice accolse parzialmente la domanda del ricorrente. A tale decisione entrambe le parti in causa si appellarono.
Da quest’ultima udienza ne seguirono altre, fino al gennaio 2005, quando la Corte di primo grado confermò la prima sentenza, accogliendo quindi la richiesta del ricorrente solo in parte anche in secondo grado. Allora Il sig. Meglič decise di appellarsi anche in ultimo grado adendo la Corte di Cassazione, che però respinse il suo ricorso. Questa decisione, che segna la fine del procedimento del ricorrente è stata presa nel dicembre 2008, e notificata al sig. Meglič solo nel gennaio 2009.

Il ricorrente, dinanzi a questo vistoso ritardo del sistema della giustizia sloveno, deposita un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani, lamentando una lungaggine eccessiva del suo procedimento civile (più di 8 anni!) che violerebbe il principio della “ragionevole durata” del processo, sancito dall’art 6 CEDU. Nel ricorso in fine si richiede un risarcimento di € 5.000 per danno non patrimoniale, e di € 2.832 per i costi e le spese sostenute dinanzi alla Corte.

Il GOVERNO – ritiene infondato il ricorso del ricorrente, sostenendo che la durata del processo non ha superato un termine ragionevole, e che non si debba ritenere ricevibile proprio perché non sono state esaurite le vie di ricorso 400xinterne, prima di affidarsi alla CEDU, condizione prevista all’articolo 35 della Convenzione.

LA CORTE – respingendo le obiezioni del governo, dichiara che la durata del procedimento non ha soddisfatto il requisito del “termine ragionevole”, ai sensi dell’art. 6 della convenzione. E pertanto dichiara che vi è stata la violazione dell’articolo 6 CEDU, concedendo al ricorrente un risarcimento di € 3.200 a titolo di danno non patrimoniale, e di € 1.000 per i costi e le spese.

Il protagonista di questa vicenda ha atteso 8 anni prima di vedere la conclusione del suo processo civile, avviato per un risarcimento danni. Otto anni di attese, tentativi e delusioni … davvero troppi per un semplice processo civile! Ma questo non è l’unico caso di lungaggine dei processi che vede la Slovenia direttamente coinvolta, infatti è stata infatti condannata dalla Corte EDU per altri 8 casi simili. Quando il problema non è un caso isolato, significa che il problema è reale e sta alla base del sistema. Occorre trovare una soluzione, cercare la giusta strategia per combattere questo problema, che sta sempre dietro l’angolo.

La sentenza è reperibile qui: Caso Meglic c. Slovenia, 18 aprile 2013.

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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