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Due poliziotti maltrattano un tassista ma restano impuniti.Turchia condannata.

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Böber v. Turkey , 9 Aprile 2013

Il signor Yasin Böber, professione tassista, è il protagonista dell’ennesimo episodio di violenza consumatosi in Turchia da parte delle forze di polizia. Porta il suo caso dinnanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo lamentando la violazione del divieto di trattamenti inumani e degradanti, contenuto all’Art 3 CEDU.

IL CASO – Ad Istanbul, durante una lite tra un tassista e due agenti della polizia, il signor Böber propone di pagare la multa per conto del collega, ma viene brutalmente spinto a terra, ammanettato e percosso. Non sufficienti calci e pugni, mentre viene introdotto nell’auto della polizia, uno degli agenti chiude la portiera sulla sua gamba. Ridotto in tali condizioni, è comunque arrestato con l’accusa di insulto a pubblico ufficiale e solo in un secondo momento viene condotto in ospedale, in cui si accerta l’avvenuta rottura della gamba destra a causa dell’incidente. In seguito, esaminato da un esperto dell’Istituto di medicina leg

ale, gli vengono diagnosticati anche contusioni, escoriazioni e lividi in varie parti del corpo. Intanto, le accuse di aver insultato gli agenti non cadono e vengono portate in giudizio. Tuttavia, la Corte Penale di Istanbul assolve il signor Böber in relazione ad uno degli agenti, mentre ritiene che effettivamente gli insulti siano stati pronunciati nei confronti del secondo ufficiale della polizia, che aveva

 

chiuso la portiera sulla sua gamba; ma in questo caso la Corte Penale non condanna il tassista perché ritiene che l’agente abbia abusato della propria autorità con le sue azioni. Nel frattempo, il pubblico ministero promuove un atto di accusa alla Corte penale contro gli agenti della polizia coinvolti nella vicenda: avrebbero maltrattato il tassista, che aderisce alla causa come parte civile lesa. Gli agenti sono condannati a due mesi e quindici giorni di reclusione per aver causato le ferite riscontrate sul corpo dell’uomo, ma ogni altra accusa decade. Seppur parzialmente favorevole a lui, il signor Böber non ritiene sufficientemente soddisfacente tale pronuncia, che viene addirittura sospesa e dunque resa inefficace. Presenta reclami affinché il suo caso sia vagliato con più attenzione e con la disamina di maggiori dettagli, ma è tutto vano.

Perciò decide di adire la Corte Europea dei diritti dell’uomo e lamenta che nonostante la gravità delle ferite cor
poree da lui subite, gli agenti di polizia responsabili non sono stati puniti a dovere. Frustrato nelle sue ragioni, il tassista invoca l’Art 3 CEDU che pone un divieto generale di trattamenti inumani e degradanti, e gli Art 6 e Art 13 CEDU, lamentando da un lato la lunghezza del procedimento nei confronti degli agenti e dall’altro l’impossibilità di ottenere un rimedio efficace a livello nazionale a seguito della sospensione della condanna dei due ufficiali. Tuttavia, la Corte decide di esaminare le censure presentate esclusivamente dal punto di vista dell’art 3 CEDU.

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CORTE EDU – L’Art 3 CEDU, baluardo posto a difesa dell’individuo contro maltrattamenti di ogni tipo, prevede una tutela sostanziale e procedurale. Nel caso di specie, i giudici della Corte Europea ritengono che sia avvenuta la violazione di entrambi gli aspetti. In particolare, nel valutare il trattamento a cui è stato sottoposto il ricorrente, partono dal presupposto che anche a livello nazionale sono stati riconosciuti i maltrattamenti subiti dal ricorrente, e questi sono stati resi anche oggetto della pronuncia della Corte Penale di Istanbul. Perciò, gli stessi giudici di Strasburgo non vedono ragioni per discostarsi dalle conclusioni realizzate dalle autorità giudiziarie turche e di conseguenza accertano che è avvenuta la violazione dell’Articolo 3 CEDU dal punto di vista sostanziale.

Inoltre, la Corte accerta anche la violazione dell’art 3 CEDU sotto l’aspetto procedurale e ciò per varie ragioni. In capo a ogni Stato sussiste l’obbligo di procedere nel realizzare una concreta ed efficace indagine dinnanzi a un’ipotesi di maltrattamenti. Ciò è essenziale affinché le autorità conservino la fiducia del pubblico nello Stato di diritto e al fine di prevenire ogni forma di collusione o beneplacito di atti illeciti in questa delicata materia. Nel caso di specie, la Corte applica proprio tale principio: le autorità nazionali turche non hanno improntato la propria azione alla prontezza e celerità d’intervento e di giudizio necessari a seguito della denuncia di maltrattamenti del ricorrente. Inoltre, la Corte osserva che il procedimento penale, apertosi dopo le accuse del signor Böber nei confronti degli agenti, è durato un tempo irragionevolmente lungo, quasi cinque anni, in contrasto con quelle esigenze di celerità richieste per rendere efficace la punizione dei responsabili. Oltre a questa carenza, si aggiungono due elementi: gli agenti di polizia non sono stati sospesi dal servizio durante il procedimento, né misure disciplinari sono state adottate nei loro confronti; inoltre la sentenza della Corte Penale di primo grado è stata sospesa, consentendo ai due agenti di rimanere sostanzialmente impuniti.

In conclusione, la Corte condanna lo Stato turco a pagare al ricorrente 19.500 EURO a titolo di danno non patrimoniale e 2.000 EURO a titolo di costi e spese.

La Turchia non è nuova a condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, soprattutto nel campo dei diritti umani relativi al divieto di trattamenti inumani e degradanti. Ma se generalmente la norma che prevede tale divieto viene invocata da cittadini sottoposti a regimi carcerari duri, la vicenda oggi trattata ci consente di osservarne l’applicazione anche dal punto di vista dell’ “uomo della strada”, un cittadino comune, lavoratore come tanti, che si trova ad affrontare l’incompetenza e la violenza delle forze dell’ordine. Un altro punto di vista che si aggiunge ai numerosi già messi in luce dinnanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La sentenza in originale è reperibile qui :  Sentenza Böber v. Turchia del 9 Aprile 2013.

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