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Lituania: le violenze di una donna rimangono impunite a causa dell’inadeguatezza legislativa

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Valiuliene v. Lithuania, 26 marzo 2013

La violenza domestica è un problema molto grave e il numero delle vittime di queste aggressioni anno dopo anno sta aumentano esponenzialmente. Aspetto più drammatico è che queste donne in molti Stati sono lasciate sole,  e senza alcuna tutela o protezione giuridica, a causa di vuoti normativi o di leggi inadeguate a contrastare il problema. L’unico effetto di questa situazione è l’impunità per l’autore dell’efferato comportamento; come è accaduto nel caso di specie, in cui una cittadina lituana cercherà di ottenere giustizia per le violenze subite dal suo compagno, ma l’impresa sarà più difficile del previsto.

IL CASO –   La sig.ra Loreta Valiulienė, la ricorrente, viveva dal 1996 a Panevezys con il suo compagno J.H.L, un violenza-domestica2cittadino belga , che era molto violento con lei. Infatti tra 3 Gennaio e il 4 Febbraio 2001, dichiarò di essere stata picchiata in cinque occasioni. Più precisamente, ha sostenuto di essere stata strangolata, tirata per i capelli, di aver ricevuto calci in faccia, alla schiena e in altre parti del corpo.
Le lesioni sono state documentate da perizie, che hanno certificato, che nel suddetto frangente di tempo, la ricorrente mostrava lividi ipodermici sul fianco sinistro, alla coscia e sul viso; graffi sulla guancia destra e sul braccio; lividi all’occhio destro, un graffio sulla tibia sinistra e altre lievi lesioni corporali.

Il 14 Febbraio 2001 la signora lituana depositò un ricorso presso la Corte Panevezys, querelando il suo compagno a causa delle violenze subite, e chiedendo che fosse aperto un procedimento penale per lesioni nei confronti di quest’ultimo, ai sensi dell’articolo 116 § 3 del codice penale in vigore al momento dei fatti addebitati. La ricorrente, inoltre, insieme al ricorso ha allegato un elenco di nominativi dei vicini che potevano testimoniare a suo favore nel processo, e ha anche fornito dei referti medici riguardanti le ferite provocate dal compagno.

Secondo il rapporto di un investigatore di polizia, degli agenti di polizia furono chiamati due volte ( il 7 Gennaio e il 4 Febbraio ), ma la ricorrente non denunciò alcuna violenza fisica. In seguito, l’indagine fu sospesa e riaperta diverse volte poiché il sig. J.H.L non si presentava mai in Tribunale. Ogni qual volta l’indagine veniva sospesa la ricorrente prontamente riproponeva un ricorso, ma senza alcun risultato.
In particolare, l’investigatore incaricato del caso decise di archiviarlo, affermando che non vi erano prove sufficienti per poter dimostrare la colpevolezza del compagno della cittadina lituana, e che la denuncia era stata presentata solo a causa di alcune controversie finanziarie tra le parti. Questa decisione venne anche confermata dal Pubblico Ministero.

Però la ricorrente non si diede per vinta e propose un ricorso contro l’investigatore D.D., a cui fu tolto l’incarico perché venne sospettato di non esser stato imparziale nel condurre l’indagine. Ma nel 2003, dopo che per l’ennesima volta vennero riaperte l’indagini, il Pubblico Ministero dovette interromperle nuovamente, a causa di una novella legislativa che impose nel caso del reato per danni fisici di minor gravità che l’azione penale dovesse essere proposta a querela della persona offesa, e non più dal PM poiché questo crimine non venne considerato più di “rilevanza pubblica”.
La ricorrente, allora, ripresentò nuovamente il ricorso secondo la nuova procedura, e il giudice lo trasferì al PM. Ma il 15 Settembre 2005 il Tribunale distrettuale della città di Panevezys respinse la denuncia perché in base all’articolo 409 del nuovo Codice di procedura penale, il Pm non era obbligato ad avviare un’indagine preliminare. Questa sentenza era definitiva e quindi non impugnabile. Ed in fine con la sentenza del 8 Febbraio 2007 il Tribunale regionale di Panevezys dichiarò che il reato era caduto in prescrizione, concludendo la vicenda con nulla di fatto.

Dinanzi a questo diniego di giustizia, la ricorrente depositò un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la Lituania, denunciando la violazione dell’art 3 e dell’art 8 della Convenzione, per il fatto che le Autorità dello Stato lituano non garantirono alcuna decisione e riscontro giudiziario riguardo ai maltrattamenti fisici subiti dalla cittadina lituana da parte del suo convivente. lituania_mappa

IL GOVERNO –  sostiene che i maltrattamenti denunciati dalla ricorrente non erano di tal gravità da poter entrare nel campo d’applicazione dell’articolo 3 della Convenzione. In particolare, l’Esecutivo lituano sottolinea che la ricorrente non subì dei danni che potessero mettere a rischio la sua salute, e che quindi oggetto della controversia erano solo lesioni di banale entità. Inoltre il Governo aveva dei dubbi sul fatto che la ricorrente avesse subito dei maltrattamenti poiché non aveva segnalato immediatamente alla polizia la violenza fisica subita dal suo convivente, e non utilizzò altri mezzi di protezione, come per esempio rivolgersi al centro assistenza per le donne. L’unico aspetto in cui il Governo concorda con la ricorrente è l’eccessiva durata del procedimento e che la prescrizione causò la mancanza di un pronuncia da parte delle autorità giudiziarie. Intanto la legge sulla protezione contro la violenza domestica era stata promulgata dallo Stato lituano durante la pendenza del processo, promettendo di garantire una posizione procedurale più favorevole alle vittime.

LA CORTE – con la sentenza del 26 marzo 2013, ha affermato che vi è stata violazione dell’articolo 3 CEDU, in quanto le lesioni fisiche subite dalla ricorrente erano di un livello sufficiente per essere considerati gravi e, ha ricordato la Corte, che bisogna anche tener conto del danno morale subito. In fine ha predisposto il pagamento da parte dello Stato convenuto di 5000 a titolo di danno non patrimoniale.

In Lituania e in molti altri paesi non sono state ancora adottate leggi adeguate che garantiscano una protezione alle vittime di violenze domestiche subite dai compagni, dai mariti, o da uomini in generale. Il tema della violenza domestica è molto attuale e sta divenendo, sempre più, un problema molto serio a causa dell’elevata diffusione di questi comportamenti. Ci si potrebbe domandare come sia ancora possibile che in una società evoluta e civile ci siano ancora problemi di questo genere. Come mai gli autori di questi barbari comportamenti rimangano impuniti. Perché in molti paesi difficilmente si sviluppa una cultura del rispetto per la dignità della donna? Ci auguriamo che almeno le urla di aiuto e di sofferenza di queste donne non rimangano inascoltate nel silenzio colpevole delle autorità competenti.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Valiuliene v. Lithuania del 26 marzo 2013.

 

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