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Serbia: la verità sulla scomparsa di un figlio è celata in documenti mai ritrovati

Diritto al rispetto della vita familiare – Sentenza Zorica Jovanovic c. Serbia, 26 Marzo 2013

La perdita di un figlio è un dolore insopportabile per una madre; ma se questa morte fosse  fittizia, messa in atto solo per poter dare in adozione un neonato? Allora il dolore diventa inaccettabile. Come è inaccettabile la mancanza di risposte e il silenzio che avvolgono le mille domande e dubbi di una madre che lotta per ricostruire la verità intorno a suo figlio. Sorge spontaneo, allora, interrogarsi riguardo al reale destino di un bambino, di un figlio, che oggi potrebbe essere il figlio di un’altra mamma.

serbiaIL CASO – Il 28 Ottobre 1983 la sig.ra Zorica Jovanović ha partorito un bambino nel Centro Medico di Ćuprija. Per due giorni la madre ha avuto regolari contatti con il figlio, fino alla sera del 30 Ottobre. Il giorno successivo sarebbero stati dimessi dalla clinica, ma la madre venne informata della morte del bimbo. A lei venne impedito più volte di vedere il neonato, fino al punto che i medici minacciarono di sedarla.
A detta dei medici, il figlio della cittadina serba sarebbe stato sottoposto ad autopsia a Belgrado, per questo i due genitori non avrebbero mai avuto la possibilità di vedere il corpo del bimbo.

Nel 2001 i media serbi iniziarono ad occuparsi di casi di morti sospette di neonati, simili al caso in questione, avvenuti tra gli anni 70  e gli anni 90.
Dopo essere venuta a conoscenza di quest’inchiesta, l’anno successivo la ricorrente richiese al Centro Medico di Ćuprija la documentazione attestante la morte del figlio. La clinica rispose alla richiesta, spiegando che la morte di suo figlio fu registrata come morte senza indicazione in merito alla causa. Inoltre, informò la ricorrente che la documentazione era andata distrutta in un allagamento, e quindi non era più reperibile.
A seguito della medesima richiesta, il comune di Ćuprija informò i genitori che la morte del bambino non era mai stata registrata nei registri comunali. Dopo questi fatti, il marito della ricorrente presentò una denuncia contro il Centro Medico per il rapimento del loro figlio, che però venne respinta dal Tribunale di Ćuprija .
Il fatto che non esistano prove veritiere di questa morte, fa supporre ai genitori – e tiene ancora viva dentro di loro la speranza – che loro figlio possa essere ancora vivo, e che possa essere stato illegalmente dato in adozione dopo la nascita. Infatti, non solo i genitori non furono mai informati dell’esito dell’autopsia, ma non venne neppure consegnato loro il corpo del bimbo per poterlo seppellire.
In Serbia i casi di neonati “scomparsi” dopo la nascita in quegli anni furono circa un centinaio: nel 2005 moltissime coppie chiesero un risarcimento. In particolare, il Parlamento serbo, dinanzi a questo problema, rispose con un nulla di fatto, affermando che la normativa vigente non era adeguata, e quindi non si prospettava alcuna strada percorribile per poter trovare una soluzione. E a distanza di anni, documenti incompleti, non veritieri, o addirittura non esistenti, continuano a far nascere atroci dubbi sul reale destino di questi bambini.

Il 22 aprile 2008 la sig.ra Zorica Jovanović presentò un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, lamentando la violazione dell’art 4 CEDU, art 5 CEDU e dell’art 8 CEDU a causa dell’incapacità dello Stato di fornirle documenti attinenti alla morte di suo figlio, circostanza che porta a far ritenere che costui sia ancora vivo e dato illegalmente in adozione pochi giorni dopo la nascita. Pertanto, chiede un risarcimento di  € 50.000 a titolo di danno non patrimoniale, e di € neonati-ospedale-300x1862.750 per le spese sostenute dinanzi alla Corte.

Il GOVERNO – contesta le richieste della sig.ra Jovanović, e sottolinea che il ricorso è stato presentato dopo più di 6 mesi dalla denuncia, effettuata dal marito della ricorrente, e non dalla stessa. Inoltre, sostiene che non siano state esaurite le vie di ricorso interne, condizione essenziale per poter presentare un ricorso presso la Corte EDU.

LA CORTE – rigetta le opposizioni del Governo, e dichiara la violazione dell’articolo 8 CEDU, condannando la Serbia a risarcire la ricorrente per un danno non patrimoniale pari a € 10.000, e per le spese sostenute davanti alla Corte pari a € 1.800.
In fine, impone al Governo serbo di adottare tutte le misure necessarie ed appropriate per garantire la creazione di un meccanismo volto a fornire mezzi di ricorso individuale a tutti i genitori che si siano ritrovati in una situazione simile a quella della ricorrente.

Questa vicenda è incentrata sul dubbio martellante e, allo stesso tempo, sulla speranza che un figlio, dichiarato morto in ospedale, possa invece essere ancora vivo. Una situazione che soprattutto per una madre è qualcosa di inaccettabile oltre che d’inspiegabile. Zorica non conoscerà mai la verità intorno alla scomparsa di suo figlio, che potrebbe oggi essere vivo con un’altra famiglia, completamente ignaro di questa agghiacciate vicenda, e indebitamente strappato dalle braccia della sua vera madre. Purtroppo in Serbia la ricorrente non è l’unica mamma ad aver subito questo dolore. Sono moltissimi i casi di bambini dichiarati morti in ospedale, e poi letteralmente scomparsi. Cosa successe realmente a questi bambini? Sono  morti o sono vivi? Sono dati in adozione ad altre famiglie? Cosa si cela dietro? Un traffico illecito di neonati? Sono domande che non avranno mai una risposta, anche a causa del disinteresse del governo. Ma si delinea una solo certezza in questa drammatica vicenda: Zorica e moltissime altre madri forse non vedranno mai il volto dei loro figli.

La sentenza è reperibile qui:  Sentenza Zorica Jovanovic c. Serbia del 26 marzo 2013.

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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