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Bulgaria condannata dalla Corte EDU per le condizioni di vita nei centri per gli immigranti

Illegale detenzione Sentenza Azuz Djalti v.Bulgaria, 12 marzo 2013

Un problema attuale e poco sensibilizzato dai mass-media è quello delle condizioni in cui vengono tenuti gli emigrati in attesa di un’espulsione a causa della loro irregolare permanenza sul territorio di uno Stato, i cosiddetti cladestini. Molte volte la loro condizione di detenzione in questi centri di detenzione temporanea, ove vengono tenuti in attesa di essere rimandati  nel loro paese d’origine, è  pessima e indegna. Questi centri hanno più le sembianze di un carcere, ove gli immigrati vengono privati dei loro diritti e libertà, più che di un luogo di permanenza momentanea.

IL CASO – il ricorrente è un cittadino algerino, il sig. Azuz Djalti, che il 22 gennaio 2004 entrò illegalmente in Bulgaria. Egli, una volta entrato nel territorio bulgaro, presentò la domanda per poter ottenere lo status di rifugiato, e nel frattempo gli immigrazione_clandestina_approfondimenti_immigrazione_bizvenne rilasciato un permesso di soggiorno temporaneo. Dopo che la sua richiesta venne ricevuta dall’Agenzia Nazionale per i rifugiati, gli venne negato l’ingresso, e con il decreto del 12 luglio 2004 il direttore regionale degli Affari Interni ordinò l’espulsione del ricorrente perché rimasto nel territorio bulgaro anche dopo la scadenza del suo permesso di soggiorno. Pero’ il ricorrente non poteva essere espulso immediatamente, poiché era sprovvisto di un documento valido per viaggiare e dei mezzi necessari per ritornare nel suo paese, e per questi motivi il cittadino algerino venne collocato nel centro di detenzione temporanea Druzhba – 2. In questo centro le condizioni di vita lasciavano molto a desiderare. In una dichiarazione il ricorrente afferma che la cella nella quale stava era di circa 12 metri quadri, con un letto singolo e due letti a castello occupati da cinque persone, quasi per tutto il giorno. I detenuti potevano lasciare le loro celle soltanto due volte al giorno per poter usare il bagno. Nel periodo estivo ai detenuti era preclusa la possibilità d’uscire fuori al fine di scongiurare tentativi di fuga, ed inoltre i poliziotti erano scortesi e ostili nei confronti dei detenuti.

Il ricorrente ha affermato anche che non ricevette alcun avviso del procedimento d’espulsione avviato contro di lui e non gli venne garantita la possibilità di comunicare con il suo avvocato. Nel 2005 l’ufficio d’emigrazione inviò una lettera all’Ambasciata dell’Algeria per poter avere un documento di viaggio temporaneo per il signor Djalti, l’Ambasciata pero’ voleva incontrare il ricorrente per poter verificare se egli era veramente di nazionalità algerina ma, come afferma il ricorrente, le autorità bulgare non permisero che questo incontro avvenisse. In seguito con una sentenza il Tribunale della città di Sofia constatò che il ricorrente non poteva più essere detenuto nel centro di detenzione ruzhba – 2 perché il periodo di detenzione era scaduto, ed inoltre le autorità amministrative bulgare vennero ritenute negligenti nella gestione del caso. Il 14 Ottobre 2005 il sig. Azuz Djalti fu rilasciato dal centro di detenzione.

Dopo questa vicenda il ricorrente presenta un ricorso, il 18 agosto 2005, presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro Bulgaria, denunciando la violazione dell’art 5 CEDU paragrafo 1 e 4 per le condizioni degradanti che ha dovutocorte edu subire durante la detenzione nel centro di Druzhba – 2 e per il fatto che la sua detenzione era illecita e troppo lunga. Il ricorrente ha chiesto inoltre 60.000 € (EUR) a titolo di danno non patrimoniale e 3.000 € (EUR) come rimborso per le spese processuali.

IL GOVERNO – afferma che il ricorso era illegittimo poiché il ricorrente non aveva rispettato il principio del previo esaurimento delle vie di ricorso interno (sancito dall’art 35.1 della Convenzione) e non aveva presentato una domanda davanti ai giudici nazionali per poter ottenere un risarcimento dei danni da parte dell’amministrazione pubblica. Inoltre il governo sostiene che a causa di una modificata del 2009 della legge relativa alla detenzione degli stranieri la detenzione doveva durare di regola sei mesi e poteva essere prorogata solo per dodici mesi in casi particolari.

LA CORTE –  con la sentenza del 12 marzo 2013, ha affermato che vi è stata violazione dell’art 5 CEDU paragrafo 1 e 4, in quanto la detenzione del ricorrente nel centro di Druzhba durò per 1 anno e 3 mesi, periodo che sarebbe dovuto durare in realtà non più di 11 mesi. La Corte ha pertanto predisposto il pagamento da parte dello Stato convenuto di 3500 euro a titolo di danno non patrimoniale e 2000 euro a titolo di rimborso spese.

Come ben sappiamo l’emigrazione è un fenomeno sociale che coinvolge moltissime persone di etnia, religione, razza, lingua e tradizioni diverse fra loro ma accomunate dalla medesima speranza: trovare un luogo migliore dove poter vivere. Purtroppo questa esigenza può diventare una necessità ed alcuni cercano di entrare in un paese in modo irregolare senza documenti validi di soggiorno, e per questo motivo vengono portati nei centri di detenzione temporanea in attesa di essere espulsi dal paese ospitante. Purtroppo la permanenza in questi centri, forse a causa della scarsa sensibilità delle autorità competenti, non è dissimile dalla detenzione in carcere, anche perché si subisce la stessa perdita di diritti e dignità.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Azuz Djalti v.Bulgaria, 12 marzo 2013.

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