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Polonia: la vulnerabilità di un detenuto è stata rispettata?

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Zarzycki v. Poland, 12 Marzo 2013

In carcere, così come potrebbe accadere in qualsiasi altro contesto dove vi è una pluralità di persone, si incontrano realtà tra loro molto disparate, specchio dei particolari vissuti dei detenuti. Vissuti che possono o meno aver inciso sui reati posti in essere, vissuti che possono o meno incidere sulla vita dietro le sbarre. Fa da eco qui inevitabilmente quella che nel nostro ordinamento chiamiamo ragionevolezza: ogni caso, col suo margine di particolarità, si scontra con procedure preconfezionate o in qualche misura già date che vengono così messe a dura prova nella loro capacità di modellarsi a seconda dei casi.

2500780378_10072caeceIL CASO – Il Sig. Adam Zarzycki è un cittadino polacco. Viene arrestato per estorsione ai danni di un minore e per aver costretto un testimone a dichiarare il falso. Il procedimento penale a suo carico si conclude con una condanna a tre anni di reclusione dopo un periodo di custodia cautelare, misura che il giudice ha ritenuto necessario comminargli, essendo stato condannato già in primo grado a una pena detentiva e per assicurare il corretto svolgimento del procedimento; a un iniziale periodo di libertà, infatti, si era accompagnato il suo tentativo di costringere un testimone a dichiarare il falso. Fin di qui nulla quaestio: un procedimento come tanti e la discrezionalità di un giudice supportata da validi motivi. Allora perché il Sig. Zarzycki si rivolge a Strasburgo? Il ricorrente non è un detenuto come tutti gli altri: contesta che la sua pena detentiva sia resa degradante ben oltre quel limite di degrado connesso alla detenzione perché egli è costretto a convivere in cella col suo handicap fisico e ritiene che non sia stato fatto tutto il possibile per alleviare la sua sofferenza. A causa di un incidente aveva perduto, infatti, entrambi gli avambracci. Non è difficile immaginare come a questo handicap fisico abbia fatto seguito la difficoltà oggettiva di compiere determinati movimenti in cella, movimenti che in condizioni normali sono resi possibili solo con l’aiuto di qualcuno. Da queste motivazioni muovono le accuse del Sig. Adam Zarzycki, il quale sostiene che nessuna cura specifica gli sia stata apprestata da parte del personale della custodia cautelare in relazione alla sua condizione. Nello specifico egli contesta le difficoltà incontrate nel vestirsi, lavarsi, radersi, tagliare le unghie, mangiare, sistemare il letto… attività che era stato in grado di compiere solo con l’aiuto dei compagni di cella, finendo con l’esserne dipendente. Il ricorrente sembrerebbe così leso nella possibilità di provvedere alla sua stessa igiene personale, con un evidente ricaduta in quello che può dirsi un trattamento inumano e degradante in violazione dell’art 3 Cedu. Nel periodo che precede la condanna, i suoi tentativi di far sostituire la detenzione cautelare con una misura alternativa sono stai oggetto di ricorsi rigettati sulla base dell’assunto che in nulla l’integrità della sua vita risultava compromessa benché dietro le sbarre e benché prigioniero del suo stesso handicap. La condanna ad una pena detentiva viene confermata in appello e nessun ricorso viene proposto in cassazione. Il ricorrente riesce però ad attenere un congedo per effettuare delle cure ortopediche e dopo un ulteriore periodo di detenzione ottiene la libertà vigilata.

Il Governo polacco ha sostenuto che durante la detenzione il ricorrente non ha subito trattamenti inumani o degradanti e che la disabilità del ricorrente è stata presa in considerazione quando il giudice nazionale ha deciso di sottoporlo a regime di custodia cautelare. L’idoneità per lo stato di  detenzione è stata oggetto di valutazione periodica da parte dei tribunali nazionali e delle autorità penitenziarie. Il Sig. Zarzycki è stato attivamente assistito anche nella procedura per ottenere delle protesi per quanto l’amputazione degli avambracci risalisse nel tempo ed egli non avesse usato protesi in libertà.

7993471030_3ba2233453CORTE EDU – Le persone in stato di detenzione sono in una posizione vulnerabile e le autorità hanno il dovere di proteggerle. Se le autorità decidono di mettere e mantenere in stato di detenzione una persona con disabilità, dovrebbero dimostrare particolare attenzione nel garantire condizioni tali da corrispondere alle sue esigenze particolari derivanti dalla sua disabilità. È pacifico che il ricorrente necessitasse dell’assistenza di una terza persona. Per quanto riguarda la qualità delle cure fornite al ricorrente in carcere, il Tribunale rileva che, durante il primo periodo di detenzione le autorità hanno innegabilmente preso alcuni provvedimenti per garantire che il trattamento fosse adeguato per soddisfare le sue esigenze particolari. In un primo momento si è cercato di trasferirlo in un centro medico specializzato, ma non essendovi dei validi motivi a supporto di tale scelta lo stato di detenzione è stato prorogato, ma sono state apprestate idonee misure per alleviare la sua detenzione: ad esempio, il ricorrente ha avuto il permesso di fare sei docce a settimana per provvedere adeguatamente alla sua igiene, è stato esonerato dal dover ripulire la cella e ha avuto la possibilità di vedere più a lungo i suoi familiari. Il Sig. Zarzycki è stato poi assistito nella procedura per ottenere delle protesi e gli è stata data la possibilità di ricevere cure ortopediche al di fuori del sistema penitenziario.

La Corte non trova alcun motivo per condannare il sistema che è stato messo in atto dalle autorità per garantire l’aiuto adeguato e necessario al ricorrente anche permettendo che questo venisse aiutato dai compagni di cella. Il Tribunale ritiene, quindi, che, anche se un prigioniero con gli avambracci amputati è più vulnerabile alle difficoltà della detenzione, il trattamento del ricorrente nelle circostanze del caso di specie non ha raggiunto la soglia di gravità richiesta per configurare un trattamento inumano e degradante contrario alla Convenzione. Per questo dichiara che non vi è stata una violazione dell’Articolo 3 Cedu.

Il caso in esame è l’esempio concreto di come a volte quello che a prima vista si ritiene sarà l’esito della vicenda in realtà poi si rivela ben altro. Anche se la cosa non “sconvolge” più di tanto. Sì, è vero, probabilmente imbattersi nella vicenda di un disabile inevitabilmente porta ad esasperare le misure che si vorrebbe gli fossero garantite, ma spesso forse fino al punto di mettere in discussione e ritenere non sufficienti misure che invece lo sono. Sbagliando, senza dubbio.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Zarzycki v. Poland del 12 Marzo 2013.

 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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