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Italia. Nuova condanna in Europa per espropriazioni illegittime

Diritto di proprietà – Sentenza Stea et autres c. Italie, 12 Marzo 2013

In Italia, il diritto di proprietà è definito nell’Art 832 del codice civile come “il diritto di godere e disporre della cosa in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l’osservanza degli obblighi stabiliti dall’ordinamento giuridico.” Perciò l’ordinamento lo riconosce e lo tutela avverso tutti gli altri consociati nei confronti di chi ne è titolare. La particolarità di tale configurazione rende tale diritto assoluto; un’assolutezza che tuttavia trova dei limiti nell’interesse generale della collettività  e nella necessità di garantire la funzione sociale della proprietà. Infatti, l’Art 42, comma 2º Costituzione italiana enuncia il principio secondo cui la legge determina, della proprietà privata, i“modi d’acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”. Proprio grazie a questa norma è ammessa la facoltà di espropriazione della proprietà da parte dello Stato: facoltà di spogliare il titolare del diritto di proprietà del diritto stesso, ma ciò dovrà avvenire in cambio di un equo indennizzo. Legittimità dell’espropriazione ed equità dell’indennizzo sono i temi trattati nella vicenda di un gruppo di proprietari italiani giunta davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che valuta oggi se vi sia stata una violazione del diritto di proprietà da parte dello Stato, secondo l’Art 1 del Protocollo n ° 1 della CEDU.

IL CASO – MM. Pietro, Benedetto, Leonardo, Caterina, Domenico e le signore Rocca Stea e Domenica Schiralli sono tutti cittadini italiani residenti a Modugno, in Puglia, e sono proprietari di alcuni terreni nello stesso luogo. Nell’aprile del 1987 la Pubblica Amministrazione dichiara e avvia un’occupazione d’urgenza del terreno per un periodo di cinque anni al fine di costruire alloggi a basso reddito. Al termine del periodo di occupazione, l’Amministrazione ancora non ha ufficialmente formalizzato un processo di espropriazione e di compensazione. Perciò qualche anno dopo, il gruppo chiede in giudizio il risarcimento in sede civile. Con una sentenza nel 1999 il Tribunale di Bari stabilisce che i cittadini non hanno perso il proprio titolo di proprietà e che l’Amministrazione dovrebbe condurre una formale espropriazione della terra e predisporre eque modalità di risarcimento. Non essendoci stata un’espropriazione formale, il giudice ordina di pagare determinati importi nei confronti dei componenti del gruppo. L’Amministrazione presenta appello, accolto poi nel 2001: il giudice in primo grado non aveva applicato la giurisprudenza concernente l’espropriazione, per cui, una volta che il terreno era stato convertito, la proprietà era passata retroattivamente all’Amministrazione. Inoltre questo principio è dichiarato compatibile con la Convenzione Europea dei diritti umani, poiché nel caso di specie la privazione del bene è avvenuta in conformità a una dichiarazione di pubblica utilità: è stato rispettato il “giusto equilibrio” tra esigenze dell’interesse generale della comunità ed esigenze di tutela dei diritti fondamentali del singolo. In seguito a tali conclusioni anche in secondo grado, i cittadini invocano l’Art 1 Protocollo n ° 1 CEDU dinnanzi alla Corte Suprema di Cassazione e chiedono che sia sollevata una questione di legittimità costituzionale riguardo alla Legge 662 del 1996 riguardante anche le indennità di esproprio, la cui applicazione anche a tale vicenda aveva sostanzialmente ridotto l’entità d’indennizzo per i ricorrenti. Tuttavia, anche la Corte di Cassazione a Sezione Unite respinge i ricorsi e conferma la centralità del principio di espropriazione nell’ordinamento italiano e la sua aderenza al principio di legalità, anche nel caso di specie; la Corte Costituzionale rimanda invece a una sua sentenza precedente in cui i motivi addotti dai ricorrenti erano già stati esaminati.

Il gruppo di cittadini decide di adire la Corte EDU sostenendo di essere stati privati della propria terra in un modo incompatibile con l’Art 1 del Protocollo n° 1, disposizione che si occupa della tutela del diritto di proprietà.

CORTE EDU – La portata della disposizione in questione tocca quello che è da secoli il cuore pulsante della struttura sociale: la proprietà. Infatti, ogni persona fisica ha diritto al rispetto dei suoi beni e nessuno può essere privato della sua proprietà se non per l’interesse pubblico e nel rispetto della legge e dei principi generali del diritto internazionale. Enunciata la norma fondamentale, l’Art. 1 del Protocollo n° 1 prevede anche un limite: la possibilità che gli Stati pongano in vigore leggi da essi ritenute necessarie per disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale.

Per esaminare la presunta violazione nel caso di specie, la Corte fa riferimento alla propria giurisprudenza riguardo all’esproprio e rileva innanzitutto che nel corso dei procedimenti civili interni, i ricorrenti sono stati ritenuti privati della proprietà dei beni dalla data di completamento del lavoro pubblico, avvenuta nel 1990. Tuttavia, ciò è avvenuto in assenza di una formale espropriazione. E’ questo l’elemento su cui si concentrano i giudici di Strasburgo, infine giungendo a ritenere che tale situazione ha minato gravemente il principio di certezza del diritto. I ricorrenti non sono stati messi nelle condizioni di prevedere e accettare le conseguenze dell’espropriazione. Essa poteva ritenersi legittimamente applicata solo nel caso in cui una sentenza irrevocabile l’avesse statuito, ma ciò è avvenuto solo nel 2003 quando, in ultimo grado, la Corte di Cassazione si è pronunciata definitivamente.

In conclusione, l’ingerenza esercitata dalla Pubblica Amministrazione non è compatibile con il principio di legalità e quindi ha violato il diritto al rispetto dei beni dei ricorrenti: c’è stata la violazione dell’Art. 1 del Protocollo n° 1 CEDU.

L’Italia è condannata a versare ai ricorrenti congiuntamente 98.000 EURO a titolo di danno patrimoniale, 20.000 EURO per danno non patrimoniale e 20.000 per costi e spese.

Questa vicenda italiana ci conduce a ricordare un’antica consapevolezza giuridica: nel diritto la forma è sostanza. Quando la legge prevede un limite a un diritto, come nel caso del principio di espropriazione nei confronti del diritto di proprietà, è estremamente necessario che l’ordinamento predisponga gli strumenti idonei a garantire l’assoluta certezza del diritto. L’Italia non è nuova a questo genere di violazioni, anzi è palese che la certezza del diritto sia ancora un miraggio da raggiungere.

La sentenza originale è reperibile qui:  Sentenza Stea e Altri v. Italia del 12 Marzo 2013

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