Home / Categorie Violazioni CEDU / Discriminazione / Lotta contro il cancro e muore in carcere. Turchia condannata.

Lotta contro il cancro e muore in carcere. Turchia condannata.

Trattamenti inumani e degradanti – Discriminazione – Sentenza Gülay Çetin c. Turquie, 05 Marzo 2013

La tutela della dignità dei detenuti nelle carceri è uno dei temi più caldi oggi, e diventa ancora più drammatico quando il carcere è responsabile anche per la morte non dignitosa dei suoi abitanti. Sopravvivere al cancro è una lotta incerta per qualsiasi persona, figurarsi per la signora Gülay Çetin, cittadina turca, accusata e poi condannata per omicidio, reclusa fino alla fase terminale della sua fatale malattia e poi morta, nell’indifferenza delle autorità carcerarie e della magistratura. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo oggi si pronuncia sulla violazione dell’art 3 CEDU, riguardante il divieto di trattamenti inumani e degradanti, e dell’art 14 CEDU, che contiene il divieto di discriminazione.

IL CASO – La signora Gülay Çetin entra nel carcere giudiziario di Antalya nel dicembre 2006, il giorno dopo il suo arresto per aver ucciso un suo amico. All’inizio del 2007 inizia a lamentare dolori allo stomaco e problemi digestivi. Le viene diagnosticata un’ulcera peptica e poi una gastroenterite. Nel frattempo, nel 2008, viene condannata a quindici anni di reclusione. Inizia per la signora un lungo calvario di analisi ospedaliere avvenute a distanza di tempo, nelle occasioni concesse dalle autorità carcerarie, e operazioni chirurgiche (alla cistifellea) che non migliorano il suo stato di salute. Nel 2009, diverso tempo dopo l’inizio dei disturbi digestivi, le viene diagnosticato un adenocarcinoma gastrico, comunemente conosciuto come cancro allo stomaco, in uno stadio avanzato e a carattere metastatico. Da questo momento in avanti, la signora Çetin subisce prima l’asportazione dello stomaco e in seguito è trasferita più volte all’ospedale per effettuare la chemioterapia e i controlli. Nelle sue condizioni, la paziente avrebbe  bisogno di una nutrizione adeguata e soprattutto sostegno psicologico da parte del personale penitenziario per facilitarne la vita in detenzione. Inoltre, la detenuta vorrebbe scontare la propria pena in un ambiente più consono alla sua malattia e negli anni, infatti, richiede più volte di essere ammessa in libertà provvisoria. Tuttavia i giudici respingono sempre tali pretese e sempre con la medesima motivazione: la gravità e la natura del reato non consentono di cambiare il regime detentivo. Per questa ragione la signora arriva a chiedere anche la grazia presidenziale, istituto che consente al Presidente di ridurre o annullare le condanne, a causa di una malattia incurabile. Le condizioni di salute della detenuta peggiorano e solo verso la fine ormai inesorabile, le autorità decidono di concedere una breve sospensione dell’esecuzione della pena, consentendo alla malata terminale di essere trasferita nella sezione ospedaliera del carcere, fino alla morte avvenuta il 12 luglio 2012. Il carcere ha aperto un’inchiesta amministrativa per stabilire se siano state perpetrate omissioni o negligenze imputabili al personale penitenziario, ma la condotta è giudicata irreprensibile. Neanche un’inchiesta ufficiale aperta dal pubblico ministero porta a un qualche accertamento di responsabilità.

La signora aveva adito la Corte Europea dei diritti dell’uomo prima della sua morte, lamentando la violazione dell’Art 2 CEDU poiché il ritardo nella diagnosi della malattia a causa della detenzione si è rivelato fatale. Inoltre la ricorrente aveva lamentato che le condizioni della sua detenzione fossero incompatibili con la sua salute. In particolare, aveva denunciato l’indifferenza delle autorità carcerarie e giudiziarie circa la sua situazione, tale da configurarla come trattamento inumano e degradante vietato dall’art 3 CEDU. La Corte ritiene di dover esaminare tale censura in combinato disposto con l’art 14 CEDU che vieta la discriminazione.

 

CORTE EDU – L’Art 2 CEDU tutela il diritto alla vita. Fin dall’inizio della sua detenzione, la ricorrente affermava di essere stata in pericolo di vita, ma a tale censura il governo ha ribattuto che non aveva esaurito i ricorsi interni disponibili sul piano civile, amministrativo e penale, al fine di stabilire la responsabilità di medici, ospedale e carcere. La Corte accetta sostanzialmente l’opposizione del Governo, dichiarando il ricorso irricevibile sotto questo punto di vista: nessuna violazione dell’Art 2 CEDU è stata perpetrata.

La Corte passa a considerare la rilevanza dell’Art 3 CEDU nel caso di specie e a rilevarne l’eventuale violazione. Nessuno contesta la gravità della condizione di salute della ricorrente o il fatto che questo stato sia peggiorato nel tempo. Sotto oggetto di analisi è la questione della compatibilità di questa situazione soggettiva con la detenzione della signora Çetin fino al giorno del suo decesso. Le condizioni materiali della detenzione sono poste sotto la lente dei giudici di Strasburgo. Mancanza di assistenza adeguata, regime nutrizionale e requisiti igienici non idonei, ritardo nei trattamenti medici per mancanza di personale sufficiente per recarsi in ospedale: sono questi i singoli tasselli che hanno composto la tragedia della ricorrente e che l’hanno portata a soffrire di un male psicologico, oltre che fisico. Nella sua valutazione la Corte deve prendere in considerazione in particolare l’adeguatezza della detenzione della ricorrente: è palese che lo stato di salute sia continuato a peggiorare nel tempo e nonostante ciò nessuna misura concreta è stata presa dalle autorità per collocare la detenuta in una condizione più consona al suo problema, protraendo addirittura la detenzione, considerandola regolare e secondo la legge, fino alla condanna definitiva, avvenuta quando il cancro aveva già intrapreso la strada della morte. In questo lasso di tempo, mai l’autorità ha esaminato lo stato di salute della donna e la sua capacità di rimanere in carcere: tutte le considerazioni sono state sempre compiute sulla base del reato compiuto. La Corte esprime la sua preoccupazione per gli inutili ritardi avvenuti e giunge a considerare che tutte queste mancanze non abbiano consentito alla ricorrente di vivere i suoi ultimi giorni di vita con dignità. Perciò le autorità nazionali non hanno garantito la cura adeguata tale da applicare l’art 3 CEDU e hanno invece posto la signora Gülay Çetin in una difficoltà d’intensità tale da superare il livello inevitabile di sofferenza previsto per una detenzione in sé considerata e previsto per un normale trattamento per il cancro. Quindi è avvenuta la violazione dell’Art 3 CEDU.

A ciò si connette la rilevanza dell’Art 14 CEDU, che statuisce la tutela delle persone poste in situazioni analoghe rispetto a qualsiasi trattamento differenziato ingiustificato nel godimento dei diritti e delle libertà garantiti dalla Convenzione Europea dei diritti umani. Viene fatta la considerazione che le persone private della propria libertà devono essere trattare in modo che siano rispettati i diritti dell’uomo e in questo senso non si deve distinguere tra le diverse tipologie di detenzione, cioè custodia cautelare, a cui è stata sottoposta la ricorrente durante il processo, e privazione definitiva della libertà, dopo la condanna e il passaggio in giudicato. Quindi, le disparità di trattamento denunciate hanno effettivamente portato alla violazione dell’Art 14 CEDU in combinato disposto con l’art 3 CEDU.

Lo stato turco è condannato a versare agli eredi della ricorrente 20.000 EURO a titolo di danno morale e 2.000 EURO per costi e spese.

In conclusione, possiamo osservare che il livello crescente della domanda per la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali richiede una maggiore fermezza e allo stesso tempo elasticità nel valutare le violazioni dei valori fondamentali delle società democratiche, soprattutto in situazioni borderline come quella della ricorrente, schiacciata tra una giustizia troppo rigida e ancorata alla centralità della pena detentiva come unico mezzo di punizione del reo e il cancro vissuto nel carcere, fatale e senza pietà.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Gülay Çetin c. Turchia del 05 Marzo 2013

About Elsa Pisanu

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top