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Dall’assoluzione alla condanna: in Romania le garanzie in tribunale vacillano

Diritto a un equo processo – Sentenza Manolachi v. Romania, 5 Marzo 2013

Esistono dei diritti assoluti che non si prestano ad essere derogati, diritti assoluti il cui riconoscimento si rivela quasi indispensabile e propedeutico perché a un soggetto possano poi esser riconosciuti ulteriori diritti. Il diritto alla vita, come sarebbe intuitivo pensare. Eppure nella logica della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo il diritto alla vita assurge a diritto relativo e la qualifica di assoluto è lasciata piuttosto ad altri diritti, come il diritto a non essere torturati e a non subire trattamenti inumani e degradanti di cui all’Art 3 Cedu. Articolo 3 che nella vicenda in esame assume rilievo nelle dichiarazioni del ricorrente, che sostiene di essere stato picchiato dalla Polizia, ma che poi ai fini dell’accertamento soccombe laddove i rimedi interni risultino efficaci per sopperirvi in prima battuta e ad essere accertata è piuttosto la violazione dell’Art 6 della Convenzione.

5133977586_751756b0c1IL CASO – Il ricorrente è un cittadino rumeno, il Sig. Petrica Manolachi. Arrestato con l’accusa di essere complice in una rapina, viene interrogato dalla Polizia, seppur in assenza del suo avvocato, e con insistenza gli si chiede di ammettere il suo coinvolgimento. Ma fino a che punto si spinge questa insistenza e in che modo avviene? Stando a quanto sostenuto dal Sig. Manolachi il suo rifiuto di ammettere di aver partecipato alla rapina è il pretesto che “autorizza” la Polizia a picchiarlo. La vittima della rapina lo addita come colpevole e il pubblico ministero ordina la sua custodia cautelare. Le pressioni della Polizia avevano inciso anche sui responsabili principali della rapina che nel corso del primo interrogatorio erano stati quasi indotti ad ammettere il coinvolgimento del ricorrente, anche sulla base del presunto riconoscimento che di questi aveva fatto la vittima. Una dichiarazione estorta, verrebbe da pensare. Avevano poi ritrattato, negando qualsiasi coinvolgimento del Sig. Manolachi che viene rilasciato e assolto, anche grazie alle testimonianze rese dal padre e dalla sua compagna. Il pubblico ministero impugna la sentenza di assoluzione sottolineando come fosse inspiegabile che il giudice avesse deciso sulla base di una testimonianza che, nello specifico, conferiva un alibi al ricorrente non per il giorno della rapina, ma per il giorno ad essa precedente. Facendo leva sull’erronea interpretazione degli elementi di prova in primo grado, la Corte d’Appello decide di condannare il Sig. Manolachi a cinque anni di reclusione, senza procedere nuovamente all’audizione dei testimoni. Il ricorso in Cassazione viene rigettato e la sentenza d’Appello confermata.

Assolto in primo grado, per poi essere condannato in appello, il ricorrente lamenta il procedimento penale a suo carico come in contrasto con l’Art 6 § 1 della Convenzione a norma del quale ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti, poiché prima della condanna a suo carico non si era proceduto al riesame delle testimonianze e delle stesse dichiarazioni del ricorrente. Il Sig. Manolachi lamenta inoltre la violazione dell’Art 3 Cedu per essere stato picchiato la notte dell’interrogatorio.

Quanto alla prima presunta violazione, il Governo ritiene che il ricorrente abbia beneficiato in tutto di un equo processo dal momento che questi ha avuto la possibilità di essere sentito dal giudice di primo grado, posto che ai fini della condanna sono intervenuti anche ulteriori elementi di prova sebbene né lui né i testimoni in sua difesa siano stati ascoltati dal giudice d’appello. Il Governo rumeno ha poi sollevato un’eccezione di mancato esaurimento delle vie di ricorso interno con riferimento alla presunta lesione dell’Art 3 Cedu, sostenendo che il Sig. Manolachi non ha depositato una denuncia penale contro la polizia.

5602138451_21fb222f81CORTE EDU – La Corte ricorda che se si tiene un’udienza pubblica in primo grado, l’assenza di dibattito pubblico sul ricorso può essere giustificata dalle peculiarità della procedura in questione, vista la natura del sistema di ricorso interno, l’ambito dei poteri del giudice d’appello, il modo in cui gli interessi del ricorrente siano stati effettivamente presentati e protetti prima, compresa la natura delle questioni da decidere. Tuttavia, quando un giudice d’appello si trova a dover decidere della colpevolezza o dell’innocenza dell’imputato non si può prescindere dalla valutazione diretta delle prove da questi presentati e dal suo dichiararsi estraneo ai fatti. La Corte d’Appello ha annullato l’assoluzione del ricorrente senza ascoltare né lui né i suoi testimoni e in conformità con le disposizioni del codice di procedura penale in vigore al momento dei fatti non era tenuto a un nuovo giudizio di merito benché ne avesse la possibilità. Nel concreto quindi la Corte d’Appello ha ridotto i diritti della difesa agendo in questo modo soprattutto perché ha annullato l’assoluzione dell’imputato in primo grado senza avere nuovi dati a disposizione da valutare e soprattutto senza considerare che per la conformità a un processo equo l’imputato ha diritto a che i testimoni vengano ascoltati, anche perché le valutazioni del giudice circa l’attendibilità delle testimonianze possono avere delle conseguenze anche per l’imputato. Il fatto che il Sig. Manolachi non abbia richiesto esplicitamente di essere ascoltato o che lo fossero i suoi testimoni non vale a configurare un disinteresse per il processo da parte di questi.

Pertanto la Corte accerta la violazione dell’Art 6 della Convenzione.

Quanto alla presunta violazione dell’Art 3 la Corte rileva che il ricorrente non ha presentato una denuncia penale contro gli agenti di Polizia che lo avrebbero picchiato nel corso dell’interrogatorio. Tale denuncia sarebbe piuttosto partita dai suoi genitori, in ritardo, additando indirettamente le autorità. Conclude dichiarando inammissibile questa parte del ricorso ritenendo oltretutto efficaci i rimedi messi a disposizione dall’ordinamento interno sul punto.

Per la violazione dell’Art 6 lo Stato rumeno è tenuto al versamento di 3000€ per danno morale.

Sappiamo che la possibilità di ricorrere a Strasburgo è sussidiaria: solo laddove i ricorsi interni falliscano o siano impossibili i cittadini possono adire il giudice della CEDU. Quando la violazione viene accertata lo Stato è obbligato a ripristinare la corretta applicazione della Convenzione, dando attuazione alla sentenza della Corte. Lì dove la restituito in integrum non è possibile soccorre un’indennità che risarcisce il danno del ricorrente, tamponando quelle violazioni non ripristinabili in termini di legalità, proprio come nel caso di specie e in numerosi altri casi che giungono a Strasburgo. Il Sig. Manolachi, adendo la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha così avuto modo di ottenere un risarcimento per la violazione del suo diritto a un equo processo: lo Stato rumeno ha l’obbligo di riconoscergli quel diritto, un diritto che si configura come garanzia nei confronti dell’imputato che prima di vedersi privato della sua libertà personale dovrebbe avere la possibilità di essere ascoltato da parte di un giudice che dovrebbe passare al vaglio le diverse prove per poter meglio decidere. Un rimedio in potenza che il giudice interno non ha tradotto in atto, pur avendone la possibilità, concretamente lesionando il diritto di difendersi del ricorrente e che probabilmente risulta ancor più difficile da accettare se si considera che dall’assoluzione si è passati alla condanna senza che vi fossero ulteriori elementi di prova e senza che vi sia stato un nuovo riesame degli stessi.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Manolachi v. Romania, 5 Marzo 2013.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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