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Austria. L’avvocato viene radiato dall’ordine ma dopo dieci anni di procedimenti!

Equo processo – Sentenza Müller-Hartburg  v. Austria, 19 Febbraio 2013

E’ un caso che si affaccia nel mondo delle banche austriache quello su cui si è pronunciata la Corte Europea dei diritti dell’uomo il 19 febbraio 2013. Un praticante avvocato e una banca; un contratto di amministrazione fiduciaria non adempiuto, la condanna penale e l’attesa di procedimenti disciplinari che tardano a concludersi: questi gli ingredienti della vicenda tutta appartenente all’ambito economico e a quello della diligenza professionale.

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IL CASO – Un giovane avvocato praticante austriaco, il signor Müller-Hartburg, stipula un accordo di gestione fiduciaria in relazione a talune operazioni immobiliari. Tra i compiti previsti c’è il trasferimento di 20 milioni di scellini austriaci a una società in cambio di una garanzia di prestito. Si scopre che il trasferimento è stato eseguito ma la garanzia non è stata consegnata. La Corte penale regionale di Vienna accusa l’avvocato di appropriazione indebita in violazione del contratto di amministrazione fiduciaria con la banca. Assolto per questo reato, viene successivamente accusato di sottrazione fraudolenta e condannato a sei anni di carcere, poi ridotti a tre. In violazione del contratto di amministrazione fiduciaria, aveva trasferito parte della somma al suo cliente senza ottenere una garanzia di prestito e aveva investito il resto all’estero, con l’intenzione di ottenere profitti. La banca aveva sollecitato più volte l’adempimento del contratto o il rimborso del prestito, ma il signor Müller-Hartburg non rispettava le scadenze, con la consapevolezza che gli affari all’estero non avevano fruttato come sperato. Scontata la pena per un anno, ottiene poi la grazia da parte del Presidente della Repubblica austriaca.

Contestualmente al procedimento e alla condanna in sede penale, contro l’avvocato si apre un iter di accertamento della responsabilità disciplinare da parte della Vienna Bar Association, l’ordine degli avvocati di Vienna. Viene emesso un provvedimento provvisorio che vieta al soggetto di esercitare temporaneamente la professione, esteso da sei mesi a tempi più lunghi. In seguito alla sentenza definitiva in sede penale, anche il Consiglio degli avvocati convoca una seduta nella quale si accusa definitivamente il signor Müller-Hartburg di aver violato i propri doveri professionali e di aver leso l’onore e la reputazione dell’ordine. Per tali ragioni viene radiato dall’albo dei professionisti, sanzione considerata indispensabile per ristabilire nel pubblico l’affidabilità della professione nel suo insieme.

Il signor Müller-Hartburg si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’uomo lamentando che i procedimenti disciplinari portati avanti nei suoi confronti sono stati troppo lunghi in violazione dell’art 6 CEDU e inoltre si ritiene vittima di una violazione del principio del ne bis in idem tutelato all’art 4 protocollo n.7, poiché punito due volte per lo stesso fatto, a livello penale e disciplinare.

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CORTE EDU – L’art 6 CEDU tutela il diritto all’equo processo e afferma che ogni persona ha diritto a che la propria causa sia esaminata equamente e soprattutto entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale. Alla contestazione da parte del Governo per cui tale norma non si applicherebbe al caso di specie per quanto riguarda il procedimento disciplinare, la Corte risponde che non si può mettere in dubbio che nell’iter di accertamento della responsabilità disciplinare sia entrato in gioco proprio un diritto di natura civile del ricorrente, cioè il continuare a esercitare la professione legale. Infatti, le autorità avevano emesso l’ordine di cancellare il ricorrente dall’albo. Il fatto che un atto che può portare a una sanzione disciplinare costituisca anche un reato penale non è sufficiente per considerare una persona responsabile ai sensi della legge disciplinare come se fosse carica di un crimine. Inoltre la sanzione inflitta ha avuto lo scopo di ripristinare la fiducia del pubblico, dimostrando che, in caso di gravi mancanze professionali all’avvocato è vietata la pratica. Di conseguenza, il procedimento disciplinare nei confronti del ricorrente non ha comportato la determinazione di un’accusa penale secondo l’art 6 CEDU: questa era già esistente sulla base di altri fondamenti giuridici e dunque nel caso di specie la censura è ritenuta ricevibile solo in relazione all’applicazione della disposizione per l’aspetto civile del procedimento disciplinare, e non per quello penale. In seguito, la Corte entra subito nel merito della questione: il procedimento disciplinare è durato quasi dieci anni con tre gradi di giudizio. Questo dato di fatto, unito alla considerazione del diritto civile del ricorrente in gioco, fa sì che la Corte rilevi la violazione dell’Art 6 CEDU.

La Corte rigetta invece la seconda censura proposta dal ricorrente: non vi è stata violazione dell’Art 4 del Protocollo n.7. L’avvocato si duole di essere stato processato e punito due volte per lo stesso reato. È il principio del ne bis in idem che qui viene in rilievo, garanzia primaria di un moderno ordinamento giuridico. Tuttavia, in questo caso il procedimento disciplinare non ha portato alla determinazione di un’accusa penale e dunque non si è configurata una ripetizione nella punizione, avendo natura sostanzialmente diversa.

Con queste motivazioni, la Corte condanna l’Austria a versare al ricorrente 8.000 EURO a titolo di danno non patrimoniale e 3.103 € per costi e spese.

Si pensa spesso che il problema dell’eccessiva lunghezza dei processi sia un cancro che prolifera soprattutto negli ordinamenti poco rodati nel far funzionare adeguatamente la giustizia, e invece sempre più spesso si riscontra che le maggiori violazioni in questa materia provengono da paesi di lunga tradizione democratica. Questo caso austriaco lo dimostra, ma l’Italia non è da meno. I bei discorsi propugnanti la certezza del diritto diventano aria fritta se nella realtà dei procedimenti sono necessari ben dieci anni per accertare una semplice responsabilità disciplinare.

La sentenza in originale è reperibile qui:  SentenzaMüller-Hartburg  v. Austria del 19 febbraio  2013.

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