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Russia condannata:una custodia cautelare diventa tortura.

Tortura e Violenze – Sentenza  Vasiliy Vasilyev v. Russia, 19 Febbraio 2013

Il problema della custodia cautelare è antico, ma di stretta attualità. Questo istituto è sempre stato sotto la lente di analisi di giuristi e non, per la sua propensione a configurarsi come strumento non garantista, in taluni casi lesivo dei principi di certezza del diritto e di presunzione di innocenza. Se poi alla faccenda del suo abuso si aggiunge la questione della sua cattiva applicazione nella realtà quotidiana delle carceri, il problema si fa pressante. La vicenda del sig. Vasiliy Nikolayevich Vasilyev è da questo punto di vista altamente illuminante. Con ricorso presentato nell’aprile 2005 alla Corte Europea dei Diritti Umani  lamenta la violazione dell’art 3 CEDU e dell’art 5 CEDU, riguardanti il divieto di tortura e il diritto di libertà e sicurezza.5538191874_d838bd9327 (1)

IL CASO –  Nell’ottobre del 2004 il sig. Vasilyev viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale aggravata di gruppo. Dagli atti risulta che l’interrogato è stato messo al corrente delle accuse mosse contro di lui e dei suoi diritti, mentre il suo difensore sostiene che in realtà non siano stati comunicati i dettagli sul presunto reato penale e che le ragioni dell’arresto non siano state spiegate. Viene emesso un provvedimento di fermo da parte della Corte Distrettuale dopo pochi giorni : il reato presumibilmente commesso è grave e inoltre il signor Vasilyev è stato individuato come il violentatore da parte della vittima; se liberato, questi potrebbe porre in atto pressioni psicologiche disturbando il corso delle indagini. L’avvocato ha presentato ricorso alla Corte regionale contro tale provvedimento, lamentando una detenzione illegale e chiedendo soprattutto misure coercitive più miti per il suo assistito, destinato a subire spaventose condizioni di detenzione. Tuttavia, la Corte regionale ha confermato il provvedimento di fermo adducendo gli stessi motivi della Corte Distrettuale. Successivamente viene esteso il periodo di detenzione fino al Gennaio successivo. L’ennesimo ricorso del difensore viene rigettato: il giudice deve tenere conto delle accuse e del carattere dell’imputato, che potrebbe deviare il corso della giustizia; inoltre è necessario altro tempo per concludere le indagini.

Ricorsi e decisioni si rincorrono da questo momento della vicenda in avanti e la custodia cautelare viene ulteriormente estesa più volte. Fino al 10 aprile 2006, quando viene emessa l’ultima sentenza, quella di condanna: cinque anni di reclusione e una multa.

Le condizioni di detenzione sono state il terreno di battaglia in questa vicenda: il sig. Vasilyev ne ha denunciato la profonda inadeguatezza. Le carenze sono state tanto enormi da non permettergli di beneficiare di un posto letto personale fisso, né di illuminazione e cibo adeguati. Sovraffollamento e in generale condizioni igienico-sanitarie inadeguate sono state le principali censure portate innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in violazione dell’art 3 CEDU; altre censure sono state realizzate alla luce dell’art 5 CEDU.


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CORTE EDU –
L’Art 3 CEDU statuisce che nessuno può essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti. Applicando tale principio al caso di specie, i giudici di Strasburgo ritengono che la situazione descritta dal ricorrente attraverso innumerevoli prove e testimonianze rientri nella portata della norma: il fatto di essere stato costretto a vivere, dormire e espletare le proprie funzioni fisiologiche nella stessa cella con un numero eccessivo di detenuti per più di un anno e mezzo è stato di per sé sufficiente a causare disagio e difficoltà di intensità superiore al livello di sofferenza insito nella condizione di detenzione. Ciò ha suscitato nel soggetto sentimenti di paura, angoscia e inferiorità non giustificabili nella logica punitiva della detenzione, e perciò rientranti nell’alveo di trattamenti inumani e degradanti, con la violazione dell’art 3 CEDU.

Inoltre il ricorrente ha lamentato altre violazioni della Convenzione Europea, tutte riconducibili all’art 5 CEDU, riguardanti il diritto alla libertà e sicurezza in diverse declinazioni.

Primariamente, il signor Vasilyev adduce che la detenzione dal Gennaio 2005 in poi era stata illegale, perché non basata su validi fondamenti giuridici. Sappiamo che l’Art 5 CEDU statuisce che ogni individuo ha diritto alla libertà e alla sicurezza della propria persona. La privazione della libertà può avvenire solo in determinate circostanze: quando il soggetto è stato arrestato o detenuto al fine di condurlo davanti all’autorità giudiziaria competente o quando ha commesso un reato e vi sono motivi fondati che potrebbe reiterarlo o fuggire. Il ricorrente ha sostenuto che in realtà l’unica ragione della sua continua detenzione si basava solo sull’attesa dei procedimenti giudiziari. Perciò la detenzione tra il gennaio e il luglio 2005 è stata illegale. La giurisprudenza della Corte è sempre giunta alla conclusione che tale pratica è incompatibile con il principio della certezza del diritto: lasciare languire in carcere un prigioniero in attesa di giudizio, senza una decisione giudiziaria fondata su motivi concreti e senza fissare un termine specifico amplifica la portata punitiva della detenzione in modo ingiustificato; perciò l’art 5 CEDU è stato violato.

Inoltre, il richiedente ha lamentato di non essere stato tempestivamente informato delle accuse contro di lui e di aver subito la violazione del suo diritto ad un processo entro un termine ragionevole, oltre alla carenza di sufficiente motivazione. Anche sotto questi profili rileva l’ 5 CEDU: in primo luogo chiunque venga arrestato deve sapere perché è stato privato della libertà. I giudici di Strasburgo ritengono a proposito che tale salvaguardia elementare sia stata osservata; in secondo luogo la Corte rileva che una decisione rapida sulla legittimità della detenzione sia una priorità, in quanto è in gioco l’applicazione del principio della presunzione di innocenza. In questo ambito le autorità russe hanno commesso gravi mancanze e dunque anche sotto questo profilo si è configurata una violazione dell’art 5 CEDU.

Infine, la Federazione russa è stata condannata a 6.500 euro per risarcimento del danno morale e a 5000 euro per costi e spese.

Questa vicenda pone al centro della nostra riflessione il problema della custodia cautelare, sulla carta strumento perfetto ed equilibrato, ma nella realtà foriero d’ingiustizia: spesso diventa abuso e vera e propria anticipazione della condanna e talvolta arriva ad assumere la forma di vera e propria tortura.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Vasiliy Vasilyev v. Russia del 19 febbraio  2013.

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