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La Corte EDU condanna la tortura: in Moldavia fallisce il sistema carcerario

Tortura e violenze – Sentenza Ipati v. Moldavia, 5 febbraio 2013

Una crudeltà consacrata dall’uso nella maggior parte delle nazioni è la tortura del reo mentre si forma il processo, o per constringerlo a confessare un delitto”, così Cesare Beccaria, nel suo celebre saggio “Dei delitti e delle pene” (1764), stigmatizzava il sistema giudiziario medievale, ponendo le basi  della nascita del diritto penale moderno. Una modernità destinata ad essere travolta dal frenetico incedere del tempo, destinata a cedere il passo a quello stesso passato, rispetto al quale rappresentava la più giusta delle novità. Magra consolazione, ma forse l’unica spiegazione dei maltrattamenti perpetrati, nel 2006, da parte Polizia moldava ai danni di Gheorghe Ipati.

moldavia

IL CASO –  In Moldavia il 22 settembre 2006, il Sig. Ipati viene arrestato dalla Polizia di Chisinau  con l’accusa di furto. Nel breve tragitto che conduce presso la stazione di polizia Centru, viene picchiato brutalmente dagli agenti bramosi di confessione. Il cittadino, privato della necessaria assistenza medica, viene richiuso in una cella senza alcun servizio igienico-sanitario, sprovvisto di acqua e cibo, aggredito e minacciato secondo intervalli di tempo regolari e costanti.

Viene trasferito presso la Questura Generale e, giunto al cospetto del procuratore C., denuncia i maltrattamenti subiti. Segue immediatamente la scarcerazione. Ma ciò non in ragione della genuinità e gravità di una tale dichiarazione, ma semplicemente per scongiurare il rischio di contenziosi ed indagini interne agli uffici di polizia coinvolti. Il cittadino moldavo si rivolge, quindi, ad un medico legale che diagnostica la presenza di ematomi sul naso, emorragia nel tessuto di entrambe le labbra, edema pronunciato del gomito sinistro, difficoltà motorie a causa del dolore, anomalie a livello vertebrale. Con la consegna di tale referto al pubblico ministero prende avvio l’inchiesta sugli asseriti maltrattamenti.

Procedimento sospeso, riavviato, poi interrotto e poi di nuovo riaperto! Sarà per tali anomalie che il difensore del Sig. Pati chiede di accedere ai fascicoli relativi alla denuncia presentata dal suo assistito, ma riceve riscontro negativo.

Le Autorità ritengono, infatti, che il codice di procedura penale non preveda il diritto dell’offeso di esaminare i materiali ottenuti nel quadro di un’indagine penale prima della fine della stessa, fatta eccezione per le segnalazioni relative atti d’indagine cui la stessa vittima abbia preso parte.

Ma il cittadino moldavo non demorde e, a mezzo del suo avvocato, presente una nuova denuncia presso la Corte distrettuale di Centru esponendo le condizioni disumane di detenzione, i maltrattamenti subiti cui non era seguita alcuna reale istruttoria e l’interferenza degli agenti di polizia rispetto alla corrispondenza di cui era destinatario nonché l’assoluta mancanza di riservatezza dei colloqui con il proprio avvocato.

Ma ancora nulla di fatto, i giudici aditi rigettano l’istanza per un mero difetto di rappresentanza del procuratore del Sig. Pati rispetto all’esercizio una tale azione. Su queste basi il ricorso alla Corte di Strasburgo per violazione degli articoli 3 e 8 CEDU (rispettivamente in ragione delle condizioni di vita e i maltrattamenti subiti durante la detenzione, nonché per la violazione del diritto alla riservatezza rispetto alla propria corrispondenza) pare essere l’unica soluzione.

LACORTE EDU – La Corte di Strasburgo rammenta che quando un soggetto è ferito durante la detenzione o comunque sotto il controllo della polizia, la Carcerepresenza di un’eventuale lesione diviene elemento da cui dedurre che tale soggetto sia stato sottoposto a maltrattamenti  proprio dalle forze di Polizia (sentenza Bursuc contro Romania, n. 42066 / 98, 12 ottobre 2004).

E’, infatti, onere dello Stato provare il contrario. Ed il Governo, nel caso del Sig. Ipati, non fornisce alcuna spiegazione plausibile, ma – quasi al limite dell’ingenuità – sostiene che il ricorrente sia stato picchiato da sconosciuti prima del suo arresto. Ma, in assenza di riscontri in tal senso, la Corte presume che il ricorrente sia stato sottoposto a maltrattamenti il 22-23 settembre 2006, mentre era in stato di arresto.

Da qui la violazione dell’art. 3 della CEDU che recisamente statuisce che “nessuno può essere sottoposto a tortura né

a pene o trattamento inumani o degra­danti“. Infrazione quest’ultima rinvenibile anche sotto il profilo delle modalità di detenzione: le condizioni fatiscenti delle celle, nonché la presenza esponenziale di detenuti, retaggio del regime sovietico, si sostanziano in una lesione della dignità degli individui.

Altresì, censurabile – ritengono i Giudici di Strasburgo – è stata la violazione del diritto alla corrispondenza del ricorrente, nonché dell’art. 8 CEDU ” Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domi­cilio e della sua corrispondenza“, il quale non solo non poteva conferire riservatamente con il suo legale, ma era destinatario di lettere la cui busta già era stata  aperta.Da qui l’accertamento della violazione degli articoli 3 e 8 CEDU da parte della Repubblica Moldava, con la conseguente condanna al risarcimento del danno non patrimoniale in favore del ricorrente per la complessiva somma di Euro 46,000,oo (dei quali Euro 37.000,00 a titolo di risarcimento del danno morale ed Euro 9.000,oo a titolo di danno non patrimoniale).

Sarà che le regole nascono sulle spoglie della naturale tendenza degli individui a violare l’assetto degli interessi in esse cristallizzato, ma quel che è certo è che praticare torture e maltrattamenti con finalità probatorie – nella specie confessorie –  è negazione di ogni forma di civiltà. L’inviolabità dell’uomo, che ben potrebbe – oramai – essere oggetto di dibattito alla fiera dell’ovvio, si conferma, invece, il centro di lunghi, complessi e sconcertanti contenziosi giudiziari.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Ipati v. Moldavia, 5 febbraio 2013

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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