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In Italia nessun diritto per i padri separati: dalla Corte arriva la condanna

Rispetto della vita familiare – Sentenza Lombardo v. Italia, 29 gennaio 2013

Sergio Lombardo è un padre italiano che, dopo il divorzio dalla moglie, difende il suo diritto ad avere un effettivo legame con la figlia. Diritto riconosciuto, osannato e cristallizzato nelle sentenze dei Giudici nazionali, ma puntualmente disatteso. Quasi una – libera – rivisitazione del noto romanzo americano della fine degli anni ’70, Kramer contro Kramer, con la sottile differenza che qui il difficile rapporto tra padre e figlia è la paradossale  conseguenza  della mancata esecuzione dei provvedimenti di quegli stessi organi giurisdizionali che lo avevano regolamentato.

IL CASO – La separazione tra il Sig. Lombardo e sua moglie, A.D., decreta la fine della convivenza della figlia, S., con suo padre.

La piccola S. lascia la città capitolina e va a vivere con la madre a Termoli. Le forti tensioni e lacerazioni della coppia si traducono nella ferma opposizione di A.D. a qualsiasi contatto tra padre e figlia, nonché nella decisione – risalente a circa dieci anni fa – del Tribunale per i minorenni di Roma di affidare la figlia S. alle sole cure della madre, consentendo a Sergio Lombardo di vedere la figlia per due pomeriggi a settimana, un week-end su due, tre giorni a Pasqua, sei giorni a Natale e dieci giorni durante le vacanze estive.

Un’equazione matematica che finirà con l’avere quale risultato un numero infinitesimale, un numero, cioè, diverso da zero e praticamente uguale a zero.

E sì, perché pressoché nulle saranno le volte in cui padre e figlia si incontreranno: pochi minuti presso i locali dei servizi sociali di Termoli, alla presenza degli assistenti incaricati dal Tribunale e della madre, che, intanto, minaccia di abbandonare la figlia laddove la stessa dica di voler incontrare il padre in sua assenza. Sergio Lombardo adisce, allora e innumerevoli volte, i Tribunali di Roma e Campobasso, che confermano i provvedimenti precedentemente assunti, ribadendo la necessità di incontri tra genitore e figlia, sebbene con la supervisione dei servizi sociali.

L’ennesima statuizione di principio: i servizi sociali si adoperano poco e male, la ex moglie A.D. è costantemente presente e la bambina – riferiscono gli esperti nominati dall’Autorità giudiziaria – soffre di depressione infantile.

Certamente non sfugge ai Giudici tutelari l’ineffettività delle proprie decisioni, ma l’unico rimedio che gli stessi ritengono esperibile è l’invito forzosamente rivolto ai servizi sociali di contribuire alla ricostruzione del legame genitoriale. Semplificando, sarebbe come dire che un imprenditore, ad un tempo, ammonisce il proprio dipendente la cui condotta rischia di pregiudicare il rendimento e la produttività della propria azienda, ma, ad un tempo successivo, gli affida la conclusione dell’affare economico più importante!

A Sergio Lombardo, quindi, nel 2011, non resta che denunciare, ai Giudici di Strasburgo, la violazione da parte dell’Italia del diritto al rispetto della vita familiare, garantito dall’articolo 8 della Convenzione EDU.

LA CORTE EDU L’essenza dell’articolo 8 CEDU è quella di tutelare la dimensione familiare-affettiva dell’individuo da interferenze arbitrarie dei pubblici poteri; e ciò non mediante un generico obbligo di astensione da parte delle stesse Autorità, bensì attraverso obblighi positivi volti al rispetto effettivo della vita privata o familiare dei singoli. Il che vuol dire che nell’ipotesi in cui tale dimensione sia per qualunque ragione pregiudicata, lo Stato deve adoperarsi in vista di un concreto intervento ripristinatorio. Pertanto – precisa la Corte – non basta statuire astrattamente che un figlio può incontrare il padre, ma occorre dotarsi di un apparato tale per cui il figlio incontri suo padre! Ed una tale misura sarà efficace nei limiti in cui sarà – anche – tempestiva.

Insomma, il tempo se non è denaro, è diritto!

La Corte rileva che, nel caso del Sig. Lombardo, il Tribunale è stato mero spettatore del fallimento esecutivo dei suoi provvedimenti:  i Giudici si sono limitati a prendere atto della situazione della minore e ad ordinare ai servizi sociali la realizzazione del programma di sostegno psicologico concordato per la bambina. Così, e senza per questo entrare nella sfera di discrezionalità statale relativa alla scelta delle proprie determinazioni, la Corte si limita ad evidenziare che la giustizia italiana è, di fatto, venuta meno al proprio dovere di adottare misure concrete per tutelare il superiore interesse della minore.

I Giudici d’Oltralpe hanno così dichiarato e stigmatizzato la violazione dell’art. 8 CEDU da parte dell’Italia:

i tribunali non sono stati all’altezza di quello che si poteva ragionevolmente attendere da loro poiché hanno delegato la gestione degli incontri tra padre e figlia ai servizi sociali” [procedendo, pertanto, con una procedura] “fondata su una serie di misure stereotipate ed automatiche”.

Da qui la condanna del bel Paese a risarcire il danno non patrimoniale patito dal ricorrente, liquidato nella misura di 15.000,00 Euro, oltre le spese anticipate dal Sig. Lombardo medesimo.

Più che “sentenziato”, la Corte ha dichiarato né più e né meno lo stato di entropia di un diritto, del diritto di un padre separato a crescere sua figlia. Le decisioni dei Giudici nazionali sono – di fatto – state ridotte a meri spot pubblicitari, a parole ad alto impatto, anziché ad argomentazioni funzionali alla causa degli interessi violati.

 

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Lombardo v. Italia, 29 gennaio 2013

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

One comment

  1. Apprezzo particolarmente l’osservazione sulla reiterazione dell’incarico agli stessi servizi sociali, che peraltro non hanno mai raggiunto lo scopo loro richiesto.

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