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Se non sei “normale” non sei nessuno. Condanna per la Russia.

Diritto al rispetto della vita privata e familiare – Sentenza Lashin v. Russia, 22 gennaio 2013

Forse è scientificamente discutibile il confine tra normalità e pazzia, ma, di certo, sarebbe fantascientifico lo scenario sociale in cui tale confine diventi parametro per la tutela ed riconoscimento dei diritti dei singoli. E’ la storia di Aleksandr Petrovich Lashin, cittadino russo, medicalmente affetto da “schizofrenia paranoide con delirio parafrenico del riformismo” privato dalle Autorità nazionali persino del diritto a contrarre matrimonio.

IL CASO – Nel 1995, il Signor Lashin, a seguito della diagnosi di schizofrenia, vede interrompersi la sua attività professionale come autista di autobus. Gli infruttuosi esiti delle innumerevoli lettere, denunce e cause instaurate avverso i funzionari pubblici competenti lo conducono alla disperazione e da qui ad una – non meglio precisata – forma di follia. La pubblica incomprensione diviene, altresì, causa di uno spropositato tentativo di sgozzare la propria moglie, dalla quale di lì a poco divorzierà.

Tra il 1989 e il 17 luglio 2000, il cittadino russo viene, quindi, ricoverato circa nove volte presso il Omsk Regional Psychiatric Hospital, periodo durante il quale crede di essere una sorta di paladino della giustizia, di conoscere importanti segreti di Stato e di essere vittima di un complotto.

Così, il 16 giugno 2000, all’esito di un ulteriore esame medico, la Corte distrettuale Kuybyshevskiy di Omsk lo dichiara incapace d’agire, ovvero di controllare le proprie azioni e di comprenderne il significato. Il Tribunale regionale di Omsk conferma tale decisione e nomina quale tutore suo padre.
Infiniti saranno i tentativi del tutore di ripristinarne la capacità del figlio di amministrare personalmente ed autonomamente i propri interessi, ricorrendo ad autorità giudiziarie che reitereranno sempre le proprie determinazioni, pur senza mai procedere all’audizione del Signor Lashin, che, ad esempio, mai presenzierà ad alcuna udienza.

Non solo. In totale spregio delle istanze formulate dalla famiglia Lashin, lo svolgimento di ulteriori perizie mediche sulla persona del proprio congiunto – benché mai realmente realizzate – fu sempre affidato agli operatori dell’Omsk Regional Psychiatric Hospital. Circostanza di non poco conto se si pensa che, quasi immediatamente, il padre del Signor Lashin venne destituito dal ruolo di tutore proprio in favore del centro sanitario di Omsk.

In altri termini, i ricorsi giudiziari instaurati dalla famiglia Lashin volti alla “liberazione” del proprio congiunto rispondono pressappoco al seguente schema: i familiari del Signor Lashin chiedono ai Giudici russi l’abbandono da parte del proprio parente del centro sanitario di Omsk, tali Giudici fondano la propria decisione sulla base di perizie – eventualmente – svolte dai medici del medesimo centro che intanto è divenuto tutore dello stesso Alexandr Lashin.

Ebbene, gridare all’incompatibilità dei medici di Omsk a svolgere il ruolo di consulenti del Tribunale sarebbe forse un eufemismo!
Ciononostante, il periodo di reclusione del Signor Lashin viene confermato nel 2002, sulla base delle perizie svolte dai citati medici, ovvero sul contenuto di una cartella clinica ormai divenuta reperto storico. Si tratta di atti, che, tuttavia, valgono a confermare la persistenza della patologia neurologica del Signor

Lashin, al quale verrà, pertanto, negato anche il diritto a contrarre un nuovo matrimonio.
Restando senza esito alcuno, le azione giudiziarie intentate successivamente della famiglia, non resta che rivolgersi ai Giudici di Strasburgo, cui i familiari ricorrenti chiedono che la Russia sia condannata al risarcimento del danno per violazione degli articoli 8, 5, 12 e 13 della Convenzione.

CORTE EDU – Salvo che tale ingerenza sia prevista dalla legge e sia necessaria per la tutela dell’interesse della sicurezza nazionale, della pubblica sicurezza, del benessere economico del paese, per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui, l’art 8 CEDU espressamente prevede:

 “Ogni individuo ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto”

Le modalità di “detenzione” del Signor Lashin sono state rispettose di tale previsione? A parere della Corte, no! La privazione della capacità d’agire, che – di certo – rappresenta una  limitazione della gestione della vita privata e familiare dei singoli, è stata qui illegittima perché fondata sulla mera diagnosi di un handicap mentale, effettivo in origine – al momento della sua dichiarazione nel 2000 – ma, in seguito, assolutamente presunto.

Ed invero,  giova rammentare che il cittadino russo protagonista del caso non è più stato sottoposto ad alcuna perizia medica né mai è stato sentito liberamente dalle Autorità giudiziarie adite. Il che vuol dire che, ai sensi dell’art. 8 CEDU c’è violazione, poiché il potenziale pregiudizio degli interessi sociali che legittimerebbe il venir meno della capacità d’agire, mai è stato effettivamente appurato nel caso concreto.

Pertanto, conseguenziale è la violazione dell’art. 5 CEDU medesimo: il diritto alla sicurezza e libertà del cittadino è stato pregiudicato senza alcun effettivo riscontro sul piano probatorio ed al di fuori delle prescrizioni legislative nazionali che impongono un controllo dello stato di salute degli infermi di mente con cadenza semestrale.

Certamente, poi, l’incapacità d’agire del Signor Lashin è stata la causa del diniego delle Autorità di sposarsi e di costituire una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto.

Ma, a ben vedere – osserva la Corte – il cittadino russo non ha potuto estrinsecare il diritto a contrarre e registrare il proprio matrimonio, vi è pertanto violazione ex art. 12 CEDU (diritto al matrimonio), a causa dei due fattori analizzati ai sensi degli articoli 8 e 5, vale a dire a causa delle carenze dei processi decisionali nazionali e della rigidità della legge russa sulle incapacità.

E se si pensa che quelle appena analizzate sono tutte infrazione più e più volte contestate ai Giudici nazionali nei tempi in cui tutore era il padre del Signor Lashin, si comprende l’accertamento deduttivamente compiuto dalla Corte circa l’ulteriore violazione dell’art. 13 CEDU, ovvero del diritto ad un effettivo ricorso giurisdizionale.

Ed invero, il legale rappresentante dell’incapace, pur avendo cercato la revisione del provvedimento dichiarativo di tale incapacità, non ha ottenuto alcun controllo efficace, oltre che reale, sullo status in contestazione.
Pertanto, i Giudici di Strasburgo, all’unanimità, dichiarano la violazione da parte della Russia degli articoli 8, 5, 12 e 13 della Convenzione, ed accordano un risarcimento in favore dell’interdetto pari a 25.000 euro per danno non patrimoniale, corrisposto nell’interesse dello stesso al nominato tutore.

Ebbene, i diritti fondamentali potranno – legittimamente – essere amministrati da un soggetto diverso dal titolare, solo nell’ipotesi in cui – secondo un giudizio di ragionevolezza – ciò sia proporzionato e commisurato rispetto agli ulteriori interessi che eventualmente sarebbero compromessi.
E’ il gioco della bilancia con al vertice un intramontabile principio di uguaglianza, sostanziale.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Lashin v. Russia, 22 gennaio 2013

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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