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Romania: l’infermiera sotto ai ferri rimane sterile. Ma mancava il consenso informato

Rispetto della vita privata – Sentenza Csoma v. Romania, 15 Gennaio 2013

Consenso informato, questo sconosciuto. Un medico sceglie per noi e in bene o in male la vita cambia. In male, spesso. Come per Julia Csoma, che non potrà più avere figli.  Il medico può sbagliare, certo. Tuttavia se la sua scelta è stata arbitraria e non condivisa con il paziente, se insomma un previo consenso informato non ha legittimato il bisturi in sala operatoria, scatta la responsabilità per negligenza medica. E’ un problema delicato e cruciale che spesso può fare la differenza tra la vita e la morte e tocca da vicino il nostro diritto alla vita privata tutelato nell’ Art 8 della Convenzione Europea.

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IL CASO – All’inizio del 2002 la signora Julia Kinga Csoma, infermiera di professione, si ricovera nello stesso ospedale in cui lavora, a Covasna, per abortire. È incinta alla sedicesima settimana ma in base alle diagnosi il feto è idrocefalo. Sotto le cure dal suo ginecologo, il dottor P.C., le viene praticata un’iniezione addominale di glucosio concentrato e l’effetto desiderato è raggiunto: il feto smette di muoversi. Tuttavia, la situazione clinica della paziente precipita nella notte con febbre alta e brividi. La mattina successiva la donna espelle il feto nel letto del reparto e inizia a sanguinare copiosamente. Le viene diagnosticata una gravissima forma di coagulazione intravascolare, rara complicazione che può presentarsi in tali situazioni. L’emorragia non si ferma e la paziente è quindi trasferita all’ospedale della contea Sfântu Gheorghe, in una città vicina, in condizioni critiche e con l’assistenza di un solo infermiere. All’ospedale le viene praticato un intervento di isterectomia totale e annessiectomia bilaterale, cioè l’asportazione di utero, tube e ovaie. La sua vita è salva ma la donna non sarà più in grado di avere figli.

La signora Csoma, una volta ristabilitasi, ritiene che il suo ginecologo P.C. abbia commesso gravi errori medici nel trattamento e presenta una denuncia al Collegio dei Medici di Covasna. Viene rilevato che non è possibile identificare alcuna negligenza medica, anche se sono rinvenuti taluni errori procedurali: l’interruzione di gravidanza e l’iniezione di glucosio addominale per indurre l’aborto sono corrette dal punto di vista medico, ma la loro esecuzione tecnica è stata carente. Il monitoraggio, mediante ecografia e tecniche a ultrasuoni, generalmente raccomandato contestualmente a tale tipo di iniezione non è stato compiuto: nessun referto è stato rinvenuto nella cartella clinica, e neanche un’attestazione scritta del consenso della paziente, obbligatoriamente prescritto dalle leggi nazionali in materia. Tuttavia, nonostante tali carenze, il medico avrebbe agito poi diligentemente: ha diagnosticato in tempi celeri la pericolosa complicanza, così da permettere il trasferimento della paziente in una struttura più attrezzata per salvarle la vita.

La donna sporge anche denuncia penale nei confronti del dottor P.C. con due capi d’imputazione: gravi danni involontari del corpo e negligenza nello svolgimento di una professione. Le perizie mediche richieste preliminarmente agli ospedali coinvolti escludono entrambe la responsabilità del medico. Mancano i documenti relativi al consenso ma il fatto che i risultati di test medici non siano stati riportati nella cartella non significa necessariamente che non siano stati realizzati. Agire con tempismo in una situazione tanto delicata era una priorità e perciò qualsiasi ritardo nel determinare la diagnosi della complicazione intervenuta avrebbe impedito di salvare la vita della donna.
La signora Csoma obietta che non è stato richiesto il suo consenso rispetto all’intervento e non è stato messo in luce se la procedura scelta dal medico sia stata eseguita correttamente e se fosse evitabile in qualche modo l’asportazione completa dei suoi organi riproduttivi.

In base a tutte le perizie raccolte, non è stato possibile determinare con precisione se ci fosse stato un errore medico e di conseguenza il procuratore decide di non proseguire il procedimento penale a carico del dottor P.C.

La donna ritiene di non aver ottenuto adeguata risposta ai suoi interrogativi da parte delle autorità e di essere stata lesa pesantemente nei suoi diritti e perciò presenta ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione dell’art 2, 6 e 13 della Convenzione.Tuttavia, la Corte può attribuire una qualifica giuridica ai fatti diversa da quella presentata dai ricorrenti e in questo caso procede ad analizzare la denuncia in relazione all’art 8 CEDU.

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CORTE EDU–  Il diritto al rispetto della vita privata sancito all’Art 8 CEDU assume una declinazione particolare nel caso di specie. La Corte concentra infatti la propria analisi sul principio del consenso informato: coinvolgere il paziente nelle scelte di trattamento e informarlo correttamente sui rischi connessi alla procedura medica rappresentano obblighi di diligenza del medico. Sono garanzie poste a tutela della vita privata del soggetto, che nel caso di specie sono state disattese.

La Corte conduce il suo ragionamento partendo da un dato indiscusso.  Tutte le relazioni tecniche del caso hanno riscontrato che il medico non era riuscito ad ottenere, prima della procedura, il consenso informato scritto della donna, né aveva predisposto i controlli pre-operatori necessari. Principio assodato è che qualsiasi inosservanza da parte del personale medico del diritto del paziente di essere debitamente informato può innescare la responsabilità dello Stato in materia. Anche la legislazione nazionale lo conferma. Secondo la Corte, non c’è una spiegazione ragionevole del mancato ottenimento del consenso nella vicenda. Il fatto sostenuto dal Governo che la ricorrente fosse un’infermiera professionale non dispensava il medico di fornire le informazioni necessarie. Come lamentato dalla donna, tali negligenze l’hanno posta in pericolo di vita e nell’impossibilità permanente di generare.

Inoltre, emerge dai fatti che non c’era urgenza nello svolgimento della procedura. Nonostante le ripetute richieste e obiezioni della ricorrente sul punto, nessuna perizia ha affrontato la questione, mentre una risposta pertinente avrebbe contribuito a fare luce sugli sfortunati eventi.

Alla luce di queste considerazioni, la ricorrente ha effettivamente subito una violazione del suo diritto al rispetto della vita privata sancito all’Art 8 CEDU. Inoltre, lo Stato convenuto è venuto meno anche agli obblighi positivi previsti da tale norma: la ricorrente non ha potuto accedere a una tutela effettiva nel proprio Stato e di conseguenza non ha potuto ottenere il relativo risarcimento.

La Corte condanna la Romania e riconosce alla ricorrente 6.000 euro a titolo di danno non patrimoniale.

In conclusione, il principio del consenso informato è spesso sbandierato con forza, ma spesso e volentieri disatteso nella pratica medica quotidiana. Inoltre, la Romania non è nuova a questo genere di censure. E’ necessario che la situazione sia monitorata maggiormente, per evitare che in Europa ancora esistano zone d’ombra di cattiva applicazione del principio di autodeterminazione, strettamente legato al consenso informato.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza  Csoma v. Romania del 15 gennaio 2013.

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