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Una sentenza ‘immotivata’ è equo processo? Condanna per la Francia

Equo processo – Sentenza Agnelet v. Francia, 10 gennaio 2013

La giustizia penale francese condanna a vent’anni di reclusione un suo cittadino, il Signor Maurice Agnelet, pur senza indicare puntualmente le ragioni di fatto e di diritto che hanno giustificato una tale determinazione. I Giudici della Corte di Strasbrurgo sono, quindi, chiamati a valutare la tenuta del diritto ad un equo processo a fronte di un provvedimento carente di motivazione.

IL CASO – Nell’ottobre del 1977, Agnés Le Roux, una donna di ventinove anni, socia insieme alla madre R.R., del Palais de la Mèditerranèe – casinò di Nizza – scompare in circostanze del tutto sconosciute. Il 13 febbraio dell’anno successivo R.R. denuncia l’accaduto alle autorità. Il fatto immediatamente rubricato come sequestro di persona, dà  inspiegabilmente luogo all’apertura di un’inchiesta per omicidio. L’indagato, il Signor Agnelet -un avvocato amante della giovane donna – vede notificarsi un ordine di custodia cautelare in carcere.

Continuano le indagini, il corpo di Agnés Le Roux non viene ritrovato ed il capo d’imputazione diviene omicidio ed occultamento di cadavere. Si determina così un lungo contenzioso penale un defatigante oscillare tra assoluzione e condanna.

Ed invero, il Signor Agnelet, assolto in primo grado, viene condannato in appello a causa di una dichiarazione resa da sua moglie – la signora  F.L. – dalla quale era da tempo separato. La stessa moglie F.L., sentita dalle autorità, comunica infatti di avere testimoniato il falso su richiesta del marito, quando nel 1979 fu,  sentita per la prima volta dalla Polizia in merito alla scomparsa della Signora Le Roux.

Su queste basi, la Corte d’Appello di Aix-en-Provence condanna per omicidio ed occultamento di cadavere il  Signor Agnelet, ritenendo altresì  confermata la sua colpevolezza in ragione del mancato ritrovamento del corpo della ventinovenne francese. In altre parole, l’organo giurisdizionale francese suppone che se il corpo non è stato ritrovato, di certo allora è stato occultato.

La Cassazione conferma la decisione di secondo grado ed il Signor Agnelet ricorre ex art. 6 della CEDU alla Corte europea dei diritti dell’uomo, lamentando di non conoscere le ragioni della propria condanna. La motivazione della propria sentenza, ritiene infatti il ricorrente, è assente.

Dove e come il ricorrente avrebbe ucciso la sua amante? Dove ne avrebbe nascosto il corpo? E soprattutto perché lo avrebbe fatto? Ad essere messa in discussione è la razionalità del convincimento della giuria della Corte d’Assise in ordine alla ricostruzione dell’accaduto. Da qui l’interrogativo posto ai giudici di Strasburgo se vi sia o no stato un pregiudizio per il diritto di difesa del Signor Agnelet.

IL GOVERNO – Il Governo francese si difende rievocando il disposto dell’art. 353 del codice di procedura penale, in relazione al quale il Presidente della Corte d’Assise, prima di ritirarsi in camera di Consiglio per la deliberazione conclusiva, comunica che la legge non impone ai giudici di spiegare i motivi che li inducono ad assumere una determinata decisione. E ciò perché essi dipendono esclusivamente dalla pienezza e sufficienza delle prove che matura “nella sincerità della loro coscienza” per giungere, poi, all’assoluzione o alla condanna.

La Francia prosegue, ancora, riportando la giurisprudenza della propria Corte costituzionale secondo cui il difetto di motivazione nelle sentenze della Corte d’Assise non viola in alcun modo il diritto ad un equo processo. L’assenza di motivazione non pregiudicherebbe il diritto ad un equo processo nell’ipotesi in cui quest’ultimo sia informato ai principi di oralità, contraddittorio e continuità dei dibattiti.

Ma a ben vedere, il ricorrente riconnette il difetto di motivazione proprio all’impossibilità di motivare alcunché, non essendo stata raccolta alcuna prova su cui fondare qualsivoglia pronuncia. I fatti addebitati al ricorrente sono, peraltro, sempre stati dallo stesso contestati.

LA CORTE EDU – La Corte di Strasburgo, preliminarmente, sottolinea che l’art. 6 CEDU non esclude che l’imputato in un procedimento penale possa essere giudicato da una giuria che non motivi la sua decisione.

Ciò che importa  a parere della Corte è che l’imputato comprenda comunque il verdetto dei giudici. In altri termini, l’arbitrio decisionale sarebbe scongiurato nell’ipotesi in cui alla luce di tutte le circostanze del caso, di tutto quanto raggiunto all’esito delle indagini, l’assoluzione o la condanna sia conseguenza logica ed inevitabile.

La Corte ritiene, per contro, che il Signor Agnelet sia stato condannato sulla base di mere ipotesi, essendo rimasto sconosciuto – o quantomeno incerto – tutto quanto avrebbe permesso di costruire il sillogismo della sua colpevolezza.

In un tale contesto, di certo il diritto del ricorrente a fornire la prova contraria è stato violato. Se non altro per l’assenza di una prova di senso opposto su cui controvertere. I Giudici di Strasburgo, all’unanimità, concludono, quindi, per l’accoglimento della domanda del ricorrente e per la declaratoria della violazione dell’art. 6 CEDU da parte della Francia.

Al di là della valutazione più o meno formalistica del significato della motivazione di un provvedimento giurisdizionale, è intuitivo che il diritto ad un equo processo passa attraverso la formazione della prova nel contraddittorio delle parti, che qualunque tesi su cui si controverta necessita di motivazioni, e che vince chi meglio fornisce la motivazione di quanto asserisce.

 

La sentenza originale è reperibile qui: sentenza Agnelet v. Francia, 10 gennaio 2013.

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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