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Quando l’adozione è all’insaputa della madre. Condannata la Croazia

Diritto al rispetto della vita privata e familiare – Sentenza A.K. and L. v. Croatia, 8 gennaio 2012

Chi l’ha vissuto sa, probabilmente meglio di chi scrive, che l’amore di un genitore per un figlio non è qualcosa di artificioso, ma connaturato all’essenza stessa del legame genitore-figlio, qualcosa di puro e in qualche modo già dato. E se è da più parti condiviso che simili rapporti siano indissolubili, indipendentemente dai vissuti concreti che ci si trova poi a vivere, è quasi scontato che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo cerchi di garantire quel microcosmo sociale che chiamiamo famiglia, di cui genitori e figli sono componenti essenziali. Veri genitori ovviamente lo sono anche quelli adottivi, di questo non v’è dubbio, ma il caso in esame che vede tra i protagonisti una madre croata che ha perduto i suoi diritti sul figlio, se da un lato sottolinea come effettivamente con l’adozione i diritti e la potestà genitoriale transitino sui genitori adottivi, rendendoli gli unici legittimati ad agire in suo nome, dall’altro non manca di evidenziare come è diritto del genitore biologico avere una possibilità di ripristino dei diritti sul proprio figlio e soprattutto del rapporto con quest’ultimo.

IL CASO – A.K. è la madre di L., nato nel 2008. Quando un assistente sociale aveva fatto visita alla sua famiglia nel 2009 non aveva potuto fare a meno di notare come la casa fosse in disordine e come la signora A.K. avesse un aspetto del tutto trascurato, i vestiti sporchi, i capelli unti ed emanasse dei cattivi odori a causa della scarsa igiene. Si era addirittura stretta nelle spalle quando l’assistente sociale le aveva chiesto quando avesse fatto il bagno l’ultima volta. Nonostante il consiglio ad una più accurata igiene proprio ai fini della stessa educazione del figlio sul punto, anche nel corso della seconda visita l’assistente sociale ha trovato dinanzi a sé uno scenario aberrante. E questo, al pari di altri motivi, ha determinato l’avvio di un procedimento per la cessione dei diritti sul figlio che ha poi portato all’effettiva perdita della potestà.

La perizia psichiatrica richiesta aveva rilevato come la donna soffrisse di un lieve handicap mentale. Fin dalla nascita del figlio aveva comunque dichiarato di non essere in grado di occuparsi di lui ed è per questo che il piccolo L. era stato dato in affidamento. Tra i risultati della perizia rilevanti ai fini della cessione della sua potestà anche il riscontro di un problema di scoliosi che l’avrebbe ostacolata nei movimenti, le difficoltà ad esprimersi e il possesso di un lessico molto scarso che avrebbero comportato il rischio che il bambino, affidato alle sue cure, non avrebbe imparato a parlare.

Quando nel 2010 la signora A.K., sostenendo un mutamento delle sue condizioni, ha depositato un’istanza per il ripristino dei suoi diritti, si è vista rigettare la richiesta perché nel frattempo suo figlio era stato dato in adozione, senza che lei avesse avuto modo di prendere coscienza dell’accaduto: nessuno gliel’aveva spiegato e di conseguenza non ne era al corrente.

Invoca allora l’Art 8 Cedu davanti alla Corte di Strasburgo, a nome proprio e a nome del figlio, sostenendo la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare proprio perché suo figlio era stato dato in adozione a sua insaputa senza che lei avesse avuto la possibilità di partecipare al procedimento di adozione o avesse avuto modo di acconsentirvi.
Il Governo ha sostenuto che la donna non fosse legittimata ad agire in nome del figlio, essendo stato dato in adozione, e che l’articolo 8 non fosse applicabile al caso di specie, dal momento che i rapporti tra madre e figlio si erano deteriorati al punto tale da non potersi più parlare di vita familiare e che nemmeno il legame di sangue potesse soccorrere in tal senso. Inoltre, dal punto di vista procedurale il Governo ha sostenuto che la signora A.K. non aveva esaurito tutte le vie di ricorso interno.

CORTE EDULa Corte, pur consapevole che ai sensi della legislazione nazionale i rappresentanti del piccolo L. sono diventati i suoi genitori adottivi, afferma che comunque solo la madre biologica, la signora A.K., può spiegare in che modo la scissione dei loro rapporti e le modalità con cui tale rottura è avvenuta possono aver turbato la loro vita privata e familiare. Il godimento da parte di genitori e figli della reciproca compagnia costituisce un elemento fondamentale della vita familiare: la cessione della potestà e l’adozione rappresentano delle restrizioni in tal senso, e l’ultima di esse comporta la completa distruzione del rapporto tra un genitore e un figlio. La signora A.K. non è stata informata del procedimento di adozione. La Corte può accettare che il suo consenso, per via della perdita della potestà non fosse necessario per l’adozione, ma ritiene tuttavia che, quando, come in Croazia, un sistema nazionale consente di restaurare i diritti dei genitori sui figli, è indispensabile che un genitore abbia la possibilità di esercitare tale diritto prima che il bambino venga dato in adozione, a differenza di quanto è accaduto nel caso di specie.

La Corte dichiara pertanto la violazione dell’Art 8 Cedu e condanna lo Stato Croato al pagamento di 12.500€ per danno non patrimoniale e di 2.000€ a titolo di spese.

Il caso parla da sé: è già contrario alla natura delle cose separare un figlio dalla propria madre biologica, ma nei casi in cui ciò si renda necessario appare inaccettabile che nelle situazioni di handicap mentale, anche lieve, o di ignoranza e difficoltà a comprendere determinate procedure giuridiche, come quella della signora A.K., non si apportino garanzie e tutele maggiori. Una madre che sta per perdere il figlio dovrebbe poter essere messa nella posizione di conoscere e comprendere la situazione: ovviamente non si poteva pretendere dalla signora A.K. lo stesso grado di comprensione di una persona priva del deficit mentale o con un livello di istruzione maggiore ed è proprio per questo che vi si doveva provvedere.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza A.K. and L. v. Croazia dell’ 8 Gennaio 2012.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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