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Georgia: le condizioni disumane del carcere mettono a rischio la vita di un tossicodipendente

Divieto di Tortura: Sentenza Jhasi vs Georgia, 8 Gennaio 2013

In carcere i diritti e le libertà dei detenuti sono fortemente limitati. Si potrebbe discutere ampiamente su ciò che deve o non deve essere consentito fare ai detenuti durante l’esecuzione della pena, su quali diritti devono o non devono essere maggiormente riconosciuti. Ma ciò che è imprescindibile è l’assoluta dignità di ogni essere umano, che richiede la piena tutela del diritto alla salute di cui nessuno può essere privato. Pertanto mi domando se la malattia di un detenuto sia meno grave della malattia di un uomo “libero”. Il caso in questione ci svelerà uno scenario inquietante che sta diventando sempre più diffuso in molti stati.

IL CASO – Davit Jashi, il ricorrente, è un cittadino georgiano tossicodipendente. Per questa sua dipendenza venne arrestato per la prima volta nel marzo 2005 e condannato a 2 anni di carcere per traffico di droga. Poco tempo dopo gli venne concessa la libertà vigilata fino al Settembre dello stesso anno, quando fu nuovamente arrestato per possesso di 3,84 grammi di eroina e 0,121 g di metadone.
Dopo il suo arresto il ricorrente fu portato nella prigione di Tbilisi, dove venne sottoposto ad una perizia-psichiatrica, che attestò che era affetto da dei disturbi mentali.

Ma l’avvocato di Davit, dopo che vennero resi noti i risultati della perizia, richiese una nuova relazione psichiatrica, finalizzata alla determinazione della capacità mentale del ricorrente di stare in giudizio, perché riteneva che quest’ultima venne eseguita in maniera superficiale e in un luogo inappropriato.

La Corte distrettuale di Zugdidi accolse la richiesta e ordinò con una sentenza il ricovero del sig. Jashi in un ospedale psichiatrico per il periodo di un mese. Nonostante questa decisione fosse stata ordinata dalla Corte con sentenza definitiva, non venne inizialmente rispettata dalle autorità competenti. Solo dopo numerose denunce la Corte venne richiamata in causa e predispose il ricovero immediato del ricorrente presso il National Forensic Bureau (“il NFB”).

La nuova relazione psichiatrica escluse che il ricorrente fosse affetto o potesse avere malattie croniche o psichiche, ma gli diagnosticò invece un disturbo organico di personalità che si manifestava con il suo comportamento anti-sociale, che non influiva sulla sua capacità di comprendere l’illiceità delle sue azioni, e pertanto era pienamente responsabile delle proprie azioni.

Durante il suo periodo di detenzione il sig. Jashi tentò più volte di suicidarsi, e pertanto venne trasferito presso l’ospedale civile di Zugdidi, dove venne sottoposto ad un’ennesima visita psichiatrica, che confermò la diagnosi antecedente.
Ma nel 2007 i legali del cittadino georgiano raggiunsero un accordo con le autorità giudiziarie; infatti tramite il patteggiamento del ricorrente, che svelò ciò che sapeva a proposito del traffico di droga, la pena venne ridotta a 9 anni e gli venne prescritto un trattamento medico obbligatorio per uscire dalla tossicodipendenza, oltre al versamento di circa 55.ooo Euro di multa.
Lo stesso anno Davit Jashi fu sottoposto a nuove  analisi mediche che gli rivelarono gravi problemi cardiaci: ischemia cardiaca, angina, ipertensione arteriosa, insufficienza cardiaca. Venne scoperto anche che soffriva di una serie di malattie delle vene,  insufficienza venosa, e aveva alcuni disturbi neurovegetativi.
L’anno successivo altre analisi mediche diagnosticarono un peggioramento delle condizioni cardiache del paziente, una malattia polmonare ostruttiva cronica, ed il virus dell’ epatite C.

Dopo l’aggravarsi delle condizioni del ricorrente gli furono forniti dei farmaci adeguati nella prigione di Rustavi. Ma nell’ottobre del 2008 i legali del sig. Jashi richiesero al Capo del Dipartimento Prigioni del Ministero della Giustizia il trasferimento del loro cliente in un ospedale di cardiologia, ma loro richiesta venne accolta solo nel dicembre di quell’anno. Ed il ricorrente accettò però il trasferimento in un ospedale cardiologico privato solo nell’ Aprile 2009.

Completato il trattamento somministrato nell’ospedale, le condizioni cardiache del ricorrente erano notevolmente migliorate, il dolore al petto completamente scomparso, la tensione arteriosa stabilizzata e i risultati dell’ elettrocardiogramma risultarono positivi. Il 15 maggio 2009 il ricorrente fu di nuovo trasferito nell’ospedale della prigione, dove le analisi continuarono fino al 2010, quando la carica virale del ricorrente risultò “negativa”, indicando la non progressione della malattia. 

Nel 2006 il sig Davit Jashi depositò un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani contro la Georgia, lamentando la violazione dell’art 2, 5, 6 e 13 della Convenzione e in particolare dell’art 3 CEDU (Divieto di Tortura) per le condizioni degradanti e disumane in cui venne detenuto nel carcere e nell’ospedale NFB; richiese in fine un importo di 20 mila € a titolo di danno non patrimoniale.

Il GOVERNO – si oppone a questo ricorso, sostenendo che il ricorrente avrebbe dovuto presentare delle denunce prima di rivolgersi alla Corte EDU. Inoltre si giustifica affermando di non aver accolto la richiesta della Corte distrettuale di Zugdidi di ricoverare il ricorrente per un’analisi più accurata delle sue condizioni mediche, in quanto il giudice non aveva la competenza per ordinare una perizia medico-legale e psichiatrica durante la prima udienza preliminare del processo. Per quanto riguarda i tentativi di suicidio del ricorrente, il governo sottolinea che sono da attribuire esclusivamente all’ instabilità emotiva del detenuto. Ed infine sostiene che il ricorrente sia stato dotato di adeguate cure mediche per la sua salute mentale, per i problemi cardiaci e per il virus dell’epatite.

LA CORTE: con la sentenza del 8 ottobre 2013, rigetta le opposizioni del governo e dichiara che vi è stata la violazione dell’articolo 3 CEDU per quanto riguarda il trattamento medico legato ai problemi mentali del ricorrente. Ed in fine condanna lo stato della Georgia al pagamento di € 3.000 a titolo di danno non patrimoniale.

Alla luce di questo drammatico caso ritengo che troppe volte ci si scordi che le vittime della droga sono anche vittime di pregiudizi: ad un tossicodipendente non viene concessa una seconda possibilità, o forse neanche la prima, perché considerato un “elemento” inaffidabile, instabile, su cui non si può contare. Ma spesso, ciò che si nasconde dietro queste persone è un grande dolore, una forte debolezza o semplicemente un bisogno di aiuto, e di cure mediche. Infatti, l’ utilizzo di droghe indebolisce l’organismo, lo rende più soggetto a malattie, lo deteriora.
Certo è che il più delle volte l’utilizzo di droga inizia come una scelta inconsapevole che può portare a comportamenti che possono provocare la morte. Ma,  forse, con l’aiuto di psichiatri e medici è possibile aiutare a fare prevenzione informando e non dovendo assistere questi soggetti “deboli” successivamente con trattamenti di disintossicazione per cercare di fargli uscire da questo tunnel, che per loro sembra non terminare mai.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Jhasi vs Georgia, 8 Gennaio 2013

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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