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Bulgaria e carceri. Ancora violazioni del diritto dei detenuti: condanna da Strasburgo

Diritto al rispetto della vita privata – Sentenza Vuldzhev  v. Bulgaria, 18 Dicembre 2012

Si sentono spesso notizie sulle condizioni delle carceri bulgare e non sono mai buone notizie. La Bulgaria non è nuova a censure da parte della Corte Europea dei Diritti Umani in questa delicata materia. Molto frequenti sono le violazioni dell’Art 8 CEDU a causa dell’apertura indiscriminata da parte delle autorità della corrispondenza tenuta dai detenuti con i propri avvocati. Proprio un detenuto tra i tanti ha levato la propria voce oltre i confini della prigione e ha invocato i propri diritti a Strasburgo con un ricorso presentato nel 2007 e che oggi trova risposta nella condanna della Bulgaria. Una vicenda come tante ma emblema di un problema diffuso e difficile da sradicare.

IL CASO – Il signor Yordan Kirchev Vuldzhev si trova in carcere dal 2006 per scontare una condanna per furto. Tre anni e due mesi è il tempo in cui l’uomo dovrà pagare il proprio debito con la società. Confinato nella prigione di Smolyan, nella città di Plovdiv, la situazione in cui vive non è delle più rosee; lamenta una detenzione difficile da sopportare, con disagi che spesso e volentieri affliggono le carceri, non solo quelle bulgare: sovraffollamento, spazi ridotti, dotazione di servizi igienici insufficiente, cibo scarso e di bassa qualità; fino ad arrivare a trattamenti offensivi da parte degli agenti a guardia del carcere. Parliamo insomma di quell’insieme di problemi che rendono ancora più gravosa una detenzione che già di per sé è una pena. Una pena che in definitiva diventa doppia, inflitta senza rispetto dei diritti dei detenuti. Il ricorrente non si limita a descrivere la precaria situazione in cui vive e a denunciarla alla Corte Europea, ma lamenta la violazione sistematica di un diritto specifico: il rispetto della propria corrispondenza, tutelato nel più ampio alveo del diritto al rispetto della vita privata e famigliare dell’art 8 CEDU.

A essere stata posta sotto controllo dell’amministrazione penitenziaria non è l’ordinaria corrispondenza che un comune detenuto intrattiene con i propri cari, ma quella con il proprio avvocato. Nel presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti umani, il signor Vuldzhev allega due lettere indirizzate da lui ai suoi avvocati. Le buste presentano chiaramente segni di monitoraggio e a tal proposito il governo adduce che si è trattato di controlli previsti dalla legge ai fini di prevenzione della criminalità. In una lettera proveniente dalla Direzione Generale di esecuzione delle pene presso il Ministero di Giustizia, il governo esprime la sua posizione, affermando che gli agenti del penitenziario hanno agito in conformità con la normativa contenuta nella Legge Nazionale di esecuzione delle Sentenze del 1969. In essa è chiaramente previsto che regolarmente tutte le lettere possano venir lette, comprese quelle inviate agli avvocati, ad eccezione di quelle indirizzate agli organi statali o ad organizzazioni internazionali. Il governo ha addotto motivi di sicurezza per giustificare il controllo della corrispondenza e ha sostenuto che il ricorrente non aveva esaurito i mezzi interni di ricorso disponibili. Infatti, il detenuto non ha mai proposto un ricorso per danni in base alla Legge sulla responsabilità dello Stato e dei Comuni per danni nel cui ambito di applicazione ricadrebbe il caso di specie, secondo il governo.

CORTE EDU – La ricevibilità del ricorso non è messa in discussione dalla Corte, che già in casi simili e precedenti accaduti in Bulgaria si era pronunciata negando l’efficacia del rimedio della Legge sulla responsabilità dello Stato e dei Comuni per danni invocata dal governo in vicende di monitoraggio ingiustificato della corrispondenza dei detenuti.  Dopo aver dichiarato il ricorso ricevibile, i giudici di Strasburgo rilevano che lo stesso governo ha ammesso che il monitoraggio contestato è avvenuto, così come in passato è stato riscontrato dalla Corte in casi analoghi.

Alla luce del materiale raccolto ed esaminato, la Corte ritiene che il governo non abbia addotto alcun fatto o argomento in grado di persuadere i giudici. Vi è stata quindi una violazione dell’Art 8 CEDU da parte  dello Stato Bulgaro, che viene condannato al pagamento di 1.200 euro, a titolo di danno patrimoniale, e 700 euro in materia di costi e spese.

Riguardo all’ulteriore doglianza del signor Vuldzhev sul fatto che le disagevoli condizioni della sua detenzione nella struttura carceraria a Smolyan sono state di ostacolo nell’esercizio effettivo del suo diritto di ricorso, la Corte la ritiene non rilevanti sul piano della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo o dei suoi Protocolli e quindi la rigetta.

Dinnanzi all’ennesima vicenda di violazione dei diritti dei detenuti nelle carceri, questa volta in Bulgaria, si comprende quanto il “problema carceri” sia attuale e pressante nell’Europa moderna, soprattutto sotto il profilo del rispetto della corrispondenza del detenuto. Questo è un sacro diritto per coloro che non possono godere della libertà fisica: deve essere almeno garantito il diritto di poter interloquire con il mondo esterno, con i propri cari e soprattutto con il proprio difensore. Una società che non è in grado di fornire tale possibilità non può chiamarsi realmente moderna. Il rischio è di configurare un aggravamento ingiustificato della pena che va oltre gli ordinari binari della giustizia.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza  Vuldzhev v. Bulgaria del 18 dicembre 2012.

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