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Azerbaijan: I manifestanti violenti non hanno diritto ad un processo equo?

Diritto ad un equo processo – Sentenza Asadbeyli e altri v. Azerbaijan, 11 dicembre 2012

In quasi tutti gli stati si verificano scontri tra la polizia e i manifestanti, i quali finiscono troppo facilmente in modo drammatico. Questa volta gli scontri si sono verificati in Azerbaijan: i sostenitori del candidato all’elezioni presidenziali del partito Musavat non accettando la sconfitta del loro candidato e sfogano il loro dissenso durante una manifestazione inizialmente pacifica.

IL CASO – I ricorrenti del caso sono sei cittadini dell’Azerbaijan che hanno fatto parte di una manifestazioni che è sfociata in atti di vandalismo e di violenza. I partecipanti sono: il Sig. Bahruz Sabir oglu Asadbeyli, Sig. Shirali Pasha oglu Hamidov, Sig. Emin Huseynaga oglu Huseynli, Sig. Hasan Khansuvar oglu Mammadov, Sig. Saleh Ahmadali oglu Aliyev, Sig. Elshad Eyvaz oglu Mammadov.
La vicenda del caso si è sviluppata durante le elezioni presidenziali del 15 ottobre 2003, quando il principale candidato del partito d’opposizione, il sig Isa Gambar, presidente del partito Musavat, ha perso le elezioni. Il giorno stesso, un gruppo di militanti del partito d’opposizione si è riunito di fronte alla sede del loro partito nel centro di Baku, cantando inni di vittoria e di sostegno per il loro candidato.

Il 16 ottobre un gruppo di sostenitori del candidato d’opposizione si ritrovarono nei pressi del Museo dei Tappeti di Stato, sempre nel centro di Baku, per protestare contro i risultati delle presidenziali, secondo loro non veritieri. Il gruppo ad un certo punto ha deciso di dar vita ad un corteo dirigendosi verso l’Azadliq Square, la piazza principale della città.  Alcuni di essi durante il corteo di protesta hanno cominciato a distruggere edifici, panchine e altre costruzioni urbane.  Si è inoltre riscontrato in seguito che gli organizzatori di questa manifestazione non avevano richiesto l’autorizzazione e  che alcuni leader dei partiti di opposizione avessero incitato la folla alla violenza. La situazione in breve tempo degenerò in vero e proprio disordine pubblico e a questo seguirono violenti scontri tra la folla e la polizia. La situazione tornò alla normalità solo verso le sei di mattina dopo gli arresti di diverse centinaia di persone.
Dopo gli scontri è stato avviato un procedimento penale dall’Ufficio del Procuratore Generale. Il processo è stato inizialmente svolto in un unico procedimento penale, ma successivamente si è preferito dividere gli imputati in quindici gruppi separati. Quattordici gruppi sono stati condotti dalla Corte d’Assise dopo un processo sommario e senza la presenza degli imputati, e i loro procedimenti si sono conclusi nel marzo/aprile del 2004.

In particolare colpisce la vicenda del sig H.Mammadov che venne arrestato il 16 ottobre del 2003. Due giorni dopo fu portato davanti al giudice della Corte distrettuale Narimanov, dove il ricorrente ha ammesso di non aver rispettato gli ordini della polizia e si è pentito delle proprie azioni, e per questo è stato condannato a quindici giorni di detenzione amministrativa.
Il 25 ottobre 2003, il sig Mammadov ha presentato un ricorso chiedendo la riduzione della pena per motivi familiari e per il fatto che era uno studente. Lo stesso giorno, la Corte d’Appello ha ridotto la condanna a nove giorni di detenzione e, tenuto conto del fatto che era già stato in carcere per nove giorni, ha ordinato il suo immediato rilascio.

Subito dopo il suo rilascio egli è stato nuovamente arrestato ed accusato di aver organizzato e partecipato ad eventi di disordine pubblico. Il 5 marzo 2004 la Corte d’Assise ha ritenuto il ricorrente colpevole di tutte le accuse mosse contro di lui e l’ha condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione.

Il 27 aprile 2004 la Corte d’Appello ha confermato questo giudizio. Però dal fascicolo risulterà che solo l’avvocato del ricorrente, e non lo stesso ricorrente, fosse presente alle udienze d’appello.
Il 21 dicembre 2004 la Corte Suprema, non tenendo conto di questa obiezione, ha confermato la sentenze dei tribunali di grado inferiore. Secondo il ricorrente, né lui né il suo avvocato furono presenti in una qualsiasi di queste udienze di ricorso.

Il Richiedente H. Mammadov è morto in seguito, il 27 maggio 2008 e suo fratello il signor Islam Mammadov ha espresso il desiderio di proseguire l’applicazione a suo nome.

Il ricorrente H.Mammadov  insieme agli altri 5, depositò un ricorso, il 7 gennaio 2005, presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato dell’Azerbaijan, denunciando la violazione dell’articolo 6 §1 e 3 CEDU e l’articolo 4 del protocollo 7 ( per quanto attiene l’aspetto processuale) oltre agli articolo 7,9, 10 e 14 della convenzione (per quanto riguarda il loro diritto a manifestare la propria opinione). I sei ricorrenti richiesero anche complessivamente 640 000 euro a titolo di danno non patrimoniale, e in particolare Il sig H.Mammadov richiese 60.000 euro.

IL GOVERNO – sostiene che i ricorrenti non avessero utilizzato tutti i rimedi interni ritenendo che i processi nazionali dei ricorrenti fossero stati equi e che avessero rispettato tutti i requisiti previsti dall’articolo 6 della Convenzione. Inoltre ricorda che i ricorrenti ebbero la possibilità di contro-interrogare i testimoni dell’accusa che testimoniarono in udienza. Il Governo, infine, precisa con forza che il diritto dei ricorrenti ad essere rappresentati da un avvocato ed ad un efficace assistenza legale erano stati adeguatamente garantiti e che sarebbe in grado di fornire la prova che ai ricorrenti furono inviati le citazioni d’audizioni in appello.

LA CORTE – Con la sentenza del 11 dicembre 2012, la Corte EDU dichiara che vi è stata violazione dell’art 6 CEDU paragrafo 1 e 3 e dell’art 4 del Protocollo n ° 7 della Convenzione ed il resto delle domande non ammissibili.  Condanna, in fine, lo stato convenuto al versamento complessivo di 32 400 euro a titolo di danno non patrimoniale ai ricorrenti.

Ognuno di noi ha il diritto di manifestare ed esprimere un’opinione, ma questo non può giustificare atti di violenze o di mero vandalismo che portino alla distruzione di beni pubblici. E’ più che legittimo far capire il proprio punto di vista e protestare contro qualcosa o qualcuno, ma è sempre che ciò avvenga in modo civile e senza l’utilizzo della violenza.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Asadbeyli e altri vs Azerbaijan dell’ 11 dicembre 2012

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