Home / Categorie Violazioni CEDU / Lungaggini per un ricongiungimento familiare: la Turchia viola la CEDU

Lungaggini per un ricongiungimento familiare: la Turchia viola la CEDU

Ricongiungimento familiare – Sentenza Özmen v. Turchia, 4 dicembre 2012   

Le trafile burocratiche per un ricongiungimento familiare portano con se lo strazio di un padre e della  sua bambina che nel frattempo vive con la madre in Australia. Le Autorità turche non consentono in tempi ragionevoli alla figlia di ritornare dal padre in Turchia.

IL CASO – Il Signor Haluz Özmen, cittadino turco quarantasettenne, vive attualmente a Samsun cittadina turca. Decide di rivolgersi in Corte EDU  per rivendicare la violazione di alcuni diritti relativi al rispetto della vita privata e familiare. Sposatosi nel dicembre del 2000 con Ferihan Tanrikut, cittadina australiana, da cui ha avuto una figlia nel 2001, trasferitosi in Australia dopo il matrimonio, porta avanti una vita coniugale poco stabile. Motivi per i quali il matrimonio del ricorrente volge al termine dopo soli cinque anni.

Il 2 giugno del 2005, mentre il processo di divorzio era in sospeso davanti al tribunale della famiglia a Melburne, il giudice incaricato del caso ha permesso alla moglie del ricorrente, nonostante l’opposizione di quest’ultimo, di portare con sé la figlia in un soggiorno temporaneo in Turchia da cui però non fa più ritorno. Per questo motivo il ricorrente ottiene, dopo numerose controversie legali, ai sensi della Convenzione dell’Aia sugli aspetti civili della Sottrazione internazionale dei minori, un provvedimento che ordina il ricongiungimento familiare con la figlia.

Il 6 ottobre 2005 viene pronunciato in tribunale a Melburne l’assegnazione temporanea di esclusiva potestà genitoriale al Signor H. Ozmen e la sospensione temporanea di ogni tipo di rapporto tra madre e figlia.

Il 12 Maggio 2009 la Corte di Cassazione conferma la sentenza di primo grado nei confronti della moglie del ricorrente imputata del  rapimento della figlia; il 6 Aprile 2010, dopo la conferma della Corte Suprema, la sentenza di divorzio dei due coniugi diventa definitiva e finalmente in data 26 Luglio 2011 il tribunale ha attribuito al ricorrente la potestà genitoriale sul minore, così affidata al padre.

LA CORTE EDU –  Tuttavia il signor Ozmen, una volta ottenuto il provvedimento lamenta la tardività e l’inefficacia delle procedure legislative rivendicando da parte delle autorità turche la violazione degli artt. 6 e 8.1 della CEDU.

Secondo l’art.6 CEDU ogni persona ha diritto ad un equo processo, ad un corretto esame della sua causa giudiziaria entro un termine ragionevole, effettuata da un tribunale imparziale che debba rivendicare i diritti e doveri del ricorrente, formulando una sentenza finale equa e giusta. In questo specifico caso il ricorrente lamenta non solo l’inefficace capacità decisionale nello stabilire il ritorno della figlia nel suo paese di residenza, ma anche le ripercussioni fisiche e psicologiche che questo ritardo potrebbe aver avuto sulla figlia stessa, e di conseguenza, la violazione del diritto all’equo processo in virtù del mancato ritorno della ragazza entro il termine stabilito delle sei settimane, avvenuto solo negli anni successivi alla presentazione della causa in tribunale (2005).

Tuttavia la corte EDU ricorda a questo proposito che non si considera vincolata da tale data  richiesta dal governo o da un semplice ricorrente. Una lamentela deve infatti essere caratterizzata da fatti concretamente contestabili e non da semplici mezzi o argomenti di diritto, motivo per cui viene respinta la denuncia dell’art.6 CEDU.

Relativamente all’art.8.1 CEDU, invece, il ricorrente denuncia le controversie relative ai rapporti personali tra genitori e figli all’interno della vita familiare. L’art. 8 della Convenzione riguarda infatti il rispetto della vita familiare, secondo cui ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e del proprio domicilio, motivo per il quale non può esserci intromissione  da parte di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto, a meno che non sia previsto dalla legge un intervento necessario per specifici casi in virtù della sicurezza collettiva e nazionale.

A questo proposito il Governo si oppone sostenendo in materia di ricevibilità che il ricorrente non ha effettuato i dovuti ricorsi interni, precisando ai sensi dell’articolo 40 della Costituzione turca che qualsiasi persona che dichiara di essere vittima di fatti illeciti commessi dalle autorità pubbliche ha la possibilità di chiedere un risarcimento da parte dello Stato; ma in questo caso, secondo il Governo le autorità nazionali hanno agito con dovuta diligenza nel cercare di riportare a casa la figlia del ricorrente. Il Governo ritiene dunque infondate tutte le accuse da parte del ricorrente.

La Corte EDU, invece,  sostiene che ogni rimedio avanzato dal Governo non può essere considerato efficace riguardo il tentativo di ritorno della figlia nel nucleo familiare.  Respinge pertanto l’eccezione preliminare del Governo,  appoggiando il ricorrente nell’affermare che quest’ultimo non ha adempiuto al suo obbligo per quanto riguarda il ritorno della figlia nella residenza abituale, sottoponendo anche la stessa, inconsapevolmente, ad una privazione del diritto all’istruzione, alla salute e ai legami familiari.

A questo proposito la Corte EDU delibera che  effettivamente c’è stata una violazione dell’articolo 8 CEDU  per la mancata capacità delle autorità nazionali di adottare tutte le misure adatte a garantire la celerità del ritorno della figlia del ricorrente (come ad esempio il controllo dei membri della famiglia, la diffusione della fotografia della ragazza alla polizia o la  ricerca con i servizi scolastici) e la condanna  del comportamento ostruzionistico della madre, dati essenziali che richiedono un trattamento urgente in quanto il trascorrere del tempo avrebbe potuto avere conseguenze irrimediabili nel rapporto tra genitore-figlio.

Questo è stato sufficiente per la Corte EDU  a concludere che il diritto al rispetto della vita familiare del richiedente non è stato effettivamente protetto, e di conseguenza ha trovato una violazione dell’articolo 8 CEDU, in base alla quale ha deliberato all’unanimità la ricevibilità del processo e il risarcimento per un totale di di 17.500 euro.

Il caso dimostra come non vi sia una concreta vigilanza da parte delle Autorità né tantomeno un imperativo categorico che garantisca l’efficacia dei metodi operativi. Mancano i punti di orientamento fondamentali, nuovi o vecchi che siano.

 

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Özmen v. Turchia, 4 dicembre 2012   

About alessiagiancane

Sono al primo anno di giurisprudenza presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Ho numerosi progetti ed ambizioni, che spero di poter realizzare nel corso del tempo. Sono pronta a confrontarmi con altre prospettive, altri modi di pensare, di essere, di affrontare la quotidianità, per cercare di non abbandonarmi totalmente all'abitudine, che rende monotoni ed infiniti i tempi morti della nostra vita.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top