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Bulgaria la polizia uccide presunto criminale: non c’è diritto alla vita!

Diritto alla vita – Sentenza Filipovi v. Bulgaria, 4 dicembre 2012

Si vocifera che Nikolay Albertov Filipovi, cittadino bulgaro, abbia commesso un qualche episodio criminale. Tanto basta perché la polizia locale sferri un colpo di pistola fatale all’esito di un inseguimento. La forza pubblica non resiste alla vox populi e, bramosa d’ordine e sicurezza, diventa cieca di verità, talvolta anche di quella processuale.

IL CASO – Agli inizi del maggio ’99, la polizia di Sofia riceve notizia di un possibile coinvolgimento del Sig. Nikolay Albertov Filipovi in tre rapine a mano armata, verificatesi a Sofia tra i mesi di marzo e maggio dello stesso anno.

Così, alle ore 16.00 del 13 maggio ‘99, cinque ufficiali di polizia, muniti di giubbotto antiproiettili, si recano nel villaggio di Kalugerovo, presso l’abitazione del Sig. Filipovi, nel cui cortile scorgono un minivan Mercedes, presumibilmente quello rubato in occasione di uno degli episodi delittuosi summenzionati. Vedono, poi, il Sig. Filipovi mettersi alla guida della Mercedes, e, per qualche sconosciuta ragione, arrestare poco dopo la sua corsa.

Il Capo sergente Y. dunque gli si avvicina, invitandolo all’esibizione dei propri documenti identificativi, ma Nikolay Albertov Filipovi riaccende il motore e comincia la sua fuga. Gli ufficiali di polizia iniziano ad inseguirlo e ad intimargli di fermarsi, imbracciando tanto il megafono quanto la pistola. Un proiettile, infatti, colpisce la carrozzeria dell’auto del Sig. Filipovi, costringendolo a scendere dalla macchina e, Rivolgendo le spalle agli ufficiali, impugna –racconta la polizia –una piccola pistola a doppia canna. Il Capo sergente Y. dopo avergli urlato  invano di sdraiarsi a terra, spara e lo colpisce alla spalla destra.

Gli altri poliziotti corrono verso il corpo, oramai inerme, del Sig. Filipovi e lo ammanettano. Condotto poco dopo presso il Pronto soccorso dell’Ospedale di Botevgrad, alle ore 20.30 del 13 maggio ’99, viene dichiarato morto dal personale medico di turno.

IL GIUDIZIO PENALE – Comincia qui la battaglia giudiziaria della moglie, Rositsa Hristova Filipovi, e del figlio, Albertov Nikolaev Filipovi per sentir dichiarare colpevole di omicidio il Capo Sergente Y. Ed invero, le indagini condotte a più riprese dagli inquirenti, hanno, sin da subito, sollevato non poche perplessità circa la dinamica dei fatti: La pistola asseritamente impugnata dal Sig. Filipovi è stata ritrovata a circa diciotto metri di distanza dal luogo in cui giaceva il suo corpo; alcuna impronta digitale è stata rinvenuta su tale arma da fuoco e numerosi lividi sono stati trovati sul corpo dello stesso Nikolay, dei quali solo alcuni possono ricondursi alla caduta a terra dopo lo sparo.

Tuttavia, gli organi della giurisdizione penale militare della Repubblica di Bulgaria, hanno ritenuto che la condotta del sergente Y non possa considerarsi penalmente rilevante: il sergente Y. avrebbe sparato per legittima difesa. O meglio, affermano i giudicanti bulgari, non può considerarsi pienamente raggiunta la prova che oltre ogni ragionevole dubbio il capo sergente Y. non abbia agito per legittima difesa. Sebbene – riconoscono gli stessi giudici – possano rinvenirsi errori di valutazione delle prove assunte dagli investigatori incaricati, di certo non possono esservi dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni rese dagli ufficiali presenti al momento del fatto, sentiti quali (unici) testimoni oculari della sparatoria.

Per contro, la mancanza di impronte digitali sulla pistola non è un dato determinante e non può smentire categoricamente le affermazioni rilasciate dai citati ufficiali. Peraltro, affermano i giudici bulgari, l’auto-difesa sussiste non solo nell’ipotesi di attacco immediato, ma anche laddove, come nel caso di specie, vi sia il rischio del verificarsi di un pericolo prossimo e reale.

Pertanto, ritengono, un attacco è diretto non solo quando ha già iniziato a causare danni, ma anche quando vi è un pericolo reale e immediato che gli interessi dello Stato o dei cittadini stiano per essere danneggiati. In questa prospettiva, la condotta del Sig. Nikolay Albertov Filipovi ha costituito pericolo di lesione della vita e salute degli ufficiali di polizia intervenuti. Da qui . medesimo e l’instaurazione del ricorso presso la Corte EDU per violazione dell’art. 2 CEDU (violazione del diritto alla vita), da parte dei Sig.ri Rositsa Hristova Filipovi e Albertov Nikolaev Filipovi.

LA CORTE EDU –  I Giudici di Strasburgo, ossequiosi della loro funzione sussidiaria rispetto alla giurisdizione nazionale, ritengono di non doversi pronunciare né sulle modalità di valutazione delle prove assunte nel contenzioso nazionale, né sulla dichiarata innocenza dell’imputato, Sergente Y. Si interrogano, invece, sulla eventuale violazione dell’art. 2 CEDU nella conduzione delle indagini circa le cause della morte del Sig. Nikolay.

Sul punto osservano che alla celerità e precisione delle analisi svolte nell’immediatezza del fatto non è seguita altrettanta attenzione nell’esecuzione degli ordini impartiti dai giudicanti nello svolgimento delle successive indagini.

Si consideri, infatti, che nel corso del procedimento penale nazionale, più volte i Giudici hanno disposto un prolungamento delle indagini, rimettendo alla Pubblica Accusa l’acquisizione di elementi probatori volti a ricostruire, in maniera pressoché univoca, la dinamica della morte del cittadino bulgaro. Sottolinea la Corte, come si sia per lo più trattato di indagini volte ad esaminare solo la fase finale dello scontro tra la polizia e il Sig. Nikolay, ignorando circostanze, tutt’altro che irrilevanti, quale la chiara propensione dei poliziotti coinvolti di ricorrere ad uno scontro violento.

Giova, infatti, ricordare che i poliziotti si erano muniti di giubbotti antiproiettili semplicemente per recarsi presso l’abitazione di un soggetto del quale si diceva avesse commesso un qualche reato. Ciò – a parere della Corte – ha determinato, da un lato, un netto prolungamento dei tempi di definizione del procedimento penale a carico del sergente Y, dall’altro, ha compromesso una valutazione complessiva della vicenda.

Il rispetto dell’art.2, della tutela della vita, impone, invece, che lo Stato controlli non solo le modalità di svolgimento delle azioni dei propri agenti che usano la forza letale, ma anche tutte le attività e modalità di gestione, pianificazione e controllo precedenti dette operazioni. E’ su queste basi che, all’unanimità, i Giudici di Strasburgo ritengono che vi sia stata una violazione dell’art.2 CEDU da parte della Repubblica di Bulgaria e, conseguentemente, accolto il ricorso dei congiunti del Sig. Nikolay.

Una simile pronuncia sembrerebbe quasi suggerire che la tutela del diritto alla vita si realizzi nell’attitudine di uno Stato, che quand’anche imbracci un fucile, riconosce l’uomo, prima e sopra di tutto.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Filipovi v. Bulgaria, 4 dicembre 2012

 

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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