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Ungheria: Proteggere i testimoni contro la mafia è dovere “sacro” dello stato

Diritto alla vita – Sentenza R.R. and others v. Hungary, 4 Dicembre 2012 

Quando una persona sceglie di collaborare con la giustizia contro la mafia non è mai una scelta facile: comporta un costo umano notevole, soprattutto se famiglia e affetti sono esposti al pericolo di ritorsioni. È il caso di un cittadino serbo e della sua famiglia, che, dopo alterne vicende, vengono esclusi dal programma di protezione testimoni. Un’esclusione, contestata allo Stato Ungherese, che la Corte di Strasburgo ritiene effettivamente lesiva del fondamentale diritto alla vita enunciato all’art 2 CEDU

IL CASO – Il signor R.R. vive in Ungheria e nel giugno 2007 viene fermato dalla polizia poiché partecipe in un traffico di droga gestito dalla mafia serba. Ammette i reati commessi e inizia a cooperare con le autorità giudiziarie sull’attività dell’organizzazione criminale in questione; il risultato è l’apertura di processi e la condanna per numerosi individui, contro i quali testimonia in udienza pubblica in qualità di collaboratore di giustizia. Anche l’uomo nel 2009 è condannato per abuso aggravato di stupefacenti e di armi da fuoco e altri reati a 14 anni di reclusione, poi ridotti a 9.

Nell’agosto del 2007 lui e la sua famiglia, composta dalla compagna, la signora H.H., e i tre figli minori, vengono posti sotto un programma di protezione testimoni: non solo l’identità della famiglia è soggetta a cambiamento, ma viene anche prevista l’attribuzione di un sostegno economico e sociale su vari livelli, con la previsione di assegno mensile di sussistenza e anche di misure più specifiche come l’assistenza scolastica per uno dei minori, affetto da autismo.

Nell’aprile del 2012 un cambiamento radicale incide sulla vita di questa famiglia. Il programma di protezione viene annullato completamente, poiché il signor R.R., recluso in carcere, è colto nell’ atto di comunicare illecitamente con l’esterno, mediante oggetti proibiti, quali un computer portatile e un dispositivo internet mobile. In quanto violazione delle clausole inserite nell’ accordo del programma di protezione, ciò ha comportato la cessazione dello stesso per lui e i famigliari. Immediata conseguenza è stato il ripristino della vera identità della donna e dei bambini. Pertanto, i dati personali della famiglia sono diventati accessibili a chiunque.

Il governo giustifica questo provvedimento sostenendo che il livello di minaccia era diminuito, in quanto molti criminali erano stati incarcerati, perciò le misure di protezione non avevano più ragione di essere applicate. I ricorrenti hanno contestato che in ogni caso, l’organizzazione criminale era ancora attiva, nonostante le incarcerazioni di molti dei suoi componenti, e perciò questa poteva essere ancora una minaccia reale per la loro vita.

Inoltre,seppur  successivamente sia stato avviato un programma di protezione personale a loro favore, i ricorrenti ne hanno messo in luce l’insufficienza: un numero telefonico di emergenza e la visita sporadica di agenti della polizia non possono ritenersi rassicurazioni efficaci per lenire un timore così grande, quale quello per propria incolumità.

Secondo il governo, inoltre, il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo da parte dei ricorrenti deve essere rigettato, in quanto non sarebbero stati previamente avviati i procedimenti disposti dalla normativa interna nell’ambito della protezione dei testimoni. I giudici europei rifiutano tale constatazione e dichiarano il ricorso ricevibile.

CORTE EDU – Il diritto alla vita enunciato all’Art 2 Cedu ricomprende anche il diritto alla protezione per quegli individui posti nella delicata posizione di parenti di un collaboratore di giustizia: nel nostro caso la signora HH e i suoi tre figli. È uno status che può essere assimilato a quello di vero e proprio testimone: entrambe tali figure richiedono una protezione reale ed efficace da parte dell’ordinamento. C’è il rischio, infatti, che i soggetti criminali mafiosi sui cui gli effetti della collaborazione di giustizia incidono, possano porre in essere atti vendicativi. Sappiamo che la vendetta tipica del fenomeno mafioso è tendenzialmente orientata a colpire gli affetti più vicini, e questo è il nostro caso: un uomo è in carcere per scontare la propria pena, decide di contribuire ad agire contro l’organizzazione criminale, ma la sua famiglia è esposta a ritorsioni. La Corte rileva che il programma di protezione testimoni s’inserisce giustamente a garantire l’incolumità di questi soggetti, affinché i rapporti tra collaboratore e giustizia siano proficui e sereni. Dunque, considerato che l’art 2 CEDU dispone che lo Stato deve adoperare le misure adeguate per salvaguardare la vita di chi si trova all’interno della propria giurisdizione, ne discende che in alcune circostanze ben definite, come quella del caso di specie, l’adottare misure preventive operative per proteggere la vita di un soggetto si pone come obbligo positivo per le autorità.

Addentrandosi nel merito della richiesta, la Corte rileva che la donna e i bambini sono stati lasciati sprovvisti di supporto da parte dello Stato, senza che nessun cambiamento positivo delle loro condizioni sia sostanzialmente intervenuto; il governo non ha addotto prove sufficienti per dimostrare che vi sia stata una diminuzione o cessazione del rischio per la vita, perciò la conclusione del programma è stata ingiustificata e ha causato un pericolo grave e reale per questa famiglia. Si deve aggiungere che anche le misure adottate dalle autorità dopo il termine del programma non sono state in grado di garantire sicurezza e inoltre il livello di minaccia è risultato essere sempre attuale, anche perché molti degli individui che potrebbero rappresentare un pericolo per la famiglia sono a piede libero.

Pertanto, la Corte condanna la Repubblica ungherese ad adottare immediatamente misure per sanare la situazione di insicurezza fisica e psicologica nella quale si trovano la compagna e i figli del signor R.R. e rileva la violazione del diritto alla vita contenuto nell’Art 2, ma solo nei confronti della signora HH e figli, non anche del ricorrente signor R.R., la cui richiesta è ritenuta infondata e respinta.

Infine, vengono riconosciuti ai ricorrenti 10.000 euro a titolo di danno morale e 3000 euro a copertura di costi e spese legali.

Per concludere su questa emblematica vicenda, riflettiamo ancora una volta sul senso del diritto alla vita e su come l’importanza della protezione dei testimoni che direttamente ne discende è costantemente in primo piano nella giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

Al di là delle motivazioni personali, la scelta di un uomo di porsi contro la mafia deve essere sempre tutelata e non deve assolutamente pregiudicare quelli che sono i suoi affetti più cari.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza R.R. and others v. Ungheria del 4 Dicembre 2012.

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