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Ancora lentezza nei processi in Turchia

Giusto processo – Sentenza Akseki v. Turkey, 6 marzo 2012

IL CASO – Il 20 aprile del 2000, Ümit Akseki, cittadino turco, rimane coinvolto in un grave incidente stradale: perde la moglie e riporta gravi lesioni.
Il 13 aprile 2001, presenta un ricorso alla Corte civile (primo livello della giurisdizione), chiedendo alla controparte che ha causato l’incidente un risarcimento per danni materiale e morale subiti. All’udienza, del 9 maggio 2003, il giudice ordina due perizie distinte sulla stima dei danni subiti da Ümit Akseki per le lesioni personali e la perdita del sostegno finanziario dovuto alla scomparsa della moglie. Il 20 agosto 2003 e dell’8 ottobre 2003, i risultati delle due perizie arrivano sul tavolo della corte, che tuttavia, il 3 giugno 2004, ne commissiona una terza. Il giorno 8 settembre 2005, è pronta anche la terza perizia, ma l’11 maggio 2005 la Corte stessa ordina una relazione integrativa, su richiesta della controparte di Ümit Akseki, che è viene presentata il 16 febbraio 2006. L’11 maggio 2006, il Tribunale Turco finalmente si pronuncia, accogliendo parzialmente la domanda di Akseki. Sono riconosciute ad Akseki 55,938 lire turche (TRY) per danno patrimoniale e TRY 1.500 per danno morale, oltre agli interessi legali. Il 16 gennaio 2007 la sentenza è stata notificata alle parti, le quali non propongono ricorso; la sentenza diventa quindi definitiva il giorno 1 febbraio 2007. Quasi sette anni dopo l’incidente.

LA CORTE EDU- Ümit Akseki ricorre alla Corte EDU, lamentando la lunghezza del procedimento, che ritiene incompatibile con il “termine ragionevole”, di cui all’ART 6 CEDU. Il Governo turco, contesta la tesi di Akseki, sostenendo come non vi fosse stato alcun ritardo nel processo, ma il prolungarsi dei tempi fosse dovuto alla necessità di attendere l’esito delle perizie. Akseki ha obiettato a sua volta come il proprio caso non fosse stato complesso e quindi il giudice turco avesse irragionevolmente prolungato il procedimento, moltiplicando le perizie.

La CEDU rileva, come il periodo da prendere in considerazione si iniziato il 13 aprile 2001 (data della presentazione del ricorso di Akseki alla Corte civile) e terminato il 11 maggio 2006 (data della senteza): circa cinque anni per un solo livello di giurisdizione. A questo proposito la Corte ritiene che la responsabilità dei i ritardi per la richiesta e conseguente attesa dei pareri di tre perizie, spetti in definitiva allo Stato (vedi: Kulikowski v. Poland no. 18353/03, § 50, 19 May 2009 e Capuano v. Italy,25 June 1987, § 32, Series A no. 119). La Corte EDU sottolinea inoltre, come l’articolo 6 § 1 imponga agli Stati contraenti l’obbligo di organizzare i propri sistemi giudiziari in modo tale che i loro tribunali possano decidere dei casi entro un termine ragionevole.

Perciò, viste gli inutili ritardi nel procedimento, la Corte si è dichiarata convinta che il giudice turco non abbia usato la diligenza richiesta di concludere il procedimento entro un termine ragionevole, nonostante l’importanza della materia. La CEDU, con pronuncia del 6 marzo 2012, dichiara pertanto che vi è stata, da parte della Turchia, una violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione.

Ümit Akseki si è inoltre lamentato di fronte alla CEDU del fatto che l’ordinamento turco non preveda la possibilità di ricorso contro l’eccessiva durata dei procedimenti. Akseki invoca quindi l’ART 13 CEDU. Il Governo turco, rigetta questa seconda accusa, sostenendo che Akseki avrebbe potuto proporre ricorso dinanzi ai giudici amministrativi. La CEDU, tuttavia, aveva già esaminato casi simili in occasioni precedenti e ravvisato violazioni di cui all’articolo 13 della Convenzione, per quanto riguarda la mancanza di un’effettiva possibilità di ricorso ai sensi della legge turca, per quanto riguarda l’eccessiva durata dei procedimenti ( vedi Daneshpayeh v. Turkey no. 21086/04, §§ 26-29, 16 July 2009, Bahçeyaka v. Turkey no. 74463/01, §§ 26-30, 13 July 2006 ; Tendik and Others v. Turkey no. 23188/02, §§ 34-39, 22 December 2005.)

La CEDU non trova ragione per discostarsi da tale conclusione e ravvisa pertanto, una violazione anche dell’articolo 13.

La Corte, sottolinea come abbia spesso rilevato una violazione dell’articolo 6 § 1 della Convenzione, in cause che sollevano questioni simili a quella che nel caso di specie ( vedi, tra gli altri, Frydlender v. France [GC], n. 30979/96, § § 42 -46, CEDU 2000 VII, e Daneshpayeh v. Turkey, n. 21086/04, § § 26-29, 16 July 2009).

L’eccessiva lunghezza dei processi, si dimostra dunque una piaga che affligge tutta Europa: noi italiani ne sappiamo qualcosa. Di questi tempi, con il dibattito politico che si accende sull’opportunità di una riforma della giustizia , sarebbe bene individuare questa come una priorità: solo un processo dai tempi ragionevoli, è un giusto processo.

 

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