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Festa del Primo Maggio: nel 1977 come nel 2008 in Turchia non si può ancora manifestare

Libertà di assemblea – Sentenza  Disk e Kesk v. Turchia, 27 novembre 2012

Manifestare pacificamente in Turchia è un lusso più che un diritto. L’ordine pubblico è il tappeto sotto il quale finiscono i polveroni alzati da migliaia di persone in marcia, perché è più facile nascondere, occultare e reprimere con la forza, piuttosto che sopportare la vista di un corteo di lavoratori che infuoca le strade di ideali e diritti. Sicuramente è più facile disperdere la folla invece di consentire che proprio la folla manifestando ricordi, che nello stesso luogo, nel maggio del 1977,  37  uomini vennero uccisi dalla polizia durante le celebrazioni della festa dei lavoratori.

IL CASO – Il 29 aprile del 2008  due sindacati ricorrenti,  rispettivamente DİSK confederazione sindacale dei lavoratori rivoluzionari, ed il KESK confederazione dei lavoratori pubblici, notificano congiuntamente al governatore distrettuale  di Beyoğlu che in data 1°  maggio 2008 avrebbero tenuto una manifestazione a Istambul partendo da piazza Taksim per celebrare la Festa del Lavoro e commemorare i morti nel  1977.

La richiesta, sebbene accettata in un primo momento con delle limitazioni, incontra successivamente il “no” deciso per motivi di sicurezza del Ministro degli Interni e del Governatore di Istambul poiché in possesso di rapporti stilati dall’intelligence  turca, la quale sconsigliava vivamente la manifestazione in Piazza Taksim. Inoltre secondo le Autorità ciò avrebbe causato ingorghi al traffico, ragion per cui autorizzano il corteo in quattro altre piazze.

Ovviamente il giorno dopo il DİSK presenta una denuncia nei confronti del Governatore di Istambul accusandolo di negare in modo discriminatorio ai sindacati il diritto di riunione.

Ma tra una denuncia ed una dichiarazione politica, siamo già al 1° maggio, e nella mattinata intorno alle ore 6.00 i membri dei sindacati DİSK e KESK si riuniscono  davanti alle rispettive sedi, mezz’ora più tardi arriva la polizia ordinando al gruppo di sciogliersi di disperdersi. La gente lì presente rifiuta di spostarsi in quanto consapevole di non violare alcuna norma di legge, perché  semplicemente sostava e per di più in una zona pedonale. Ma l’atteggiamento non piace certamente alla polizia, che per raggiungere ugualmente il suo scopo spruzza la folla con degli idranti, vernici e gas lacrimogeni, sia all’esterno che all’interno dell’edificio del DİSK.

Per circa due ore la polizia carica la folla con intensità crescente, al punto che, alcuni dei manifestanti rimasti feriti dagli scontri cercano di raggiungere l’ospedale Şişli Etfal per ricevere delle cure, ma vengono raggiunti anche lì dagli agenti i quali non stentano a lanciare del gas anche all’interno della stessa struttura ospedaliera.

Ma c’è di più, stando alla dichiarazione dal responsabile dell’ospedale Şişli Etfal rilasciata alla polizia il giorno seguente , una trentina di manifestanti entrano nella struttura sanitaria e aprono uno striscione. Subito dopo gli agenti imperterriti lanciano una bomba a gas nel giardino dell’ospedale, qualche minuto più tardi ne esplode un’altra, ma questa volta l’esplosione è frutto dell’errore di un poliziotto che inavvertitamente vi si siede sopra: ciò avviene all’ingresso del pronto soccorso, alcuni pazienti infatti rimangono feriti.

Una simile e concitata vicenda avrebbe portato, in un paese democratico a delle conseguenze pesanti  sotto il profilo delle responsabilità, ma  forse in Turchia le bolle di sapone quando scoppiano fanno più rumore. Nonostante le denunce dei ricorrenti nei confronti del Procuratore, del Primo Ministro, del Ministro degli Interni e della Giustizia,  persino del Governatore di Istambul, e poi ancora degli agenti coinvolti e del capo della Sicurezza, magistrale è l’abilità con cui sia  la componente giurisdizionale che quella governativa riescono a far sfumare la questione in un nulla di fatto. Tant’è che, o per motivi di incompetenza o per espressi rifiuti a procedere le Istituzioni distruggono quel senso di giustizia che i rappresentanti dei sindacati  turchi DİSK e KESK  riponevano in loro.

CORTE EDU –  Ai Sindacati dunque non rimane che adire la Corte EDU, sostengono infatti che l’intervento della polizia durante la Festa dei Lavoratori costituisce un violazione dell’art. 11 CEDU  perché ha precluso loro il diritto alla  libertà di riunione pacifica.

Seguendo il ragionamento della Corte bisogna innanzitutto accertare ex art.11 CEDU in che misura le ingerenze previste dalla legge nazionale possano essere giustificate. Gli Stati nel salvaguardare il diritto di riunione devono anche astenersi dall’applicare irragionevoli limitazioni al medesimo diritto. Dette limitazioni trovano ragione per motivi di sicurezza pubblica, tuttavia continua la Corte:

“anche se una manifestazione dovesse causare dei disagi, come ad esempio l’interruzione del traffico, è importante che le Autorità Pubbliche mostrino un certo grado di tolleranza nei confronti dei raduni pacifici, la libertà di riunione non deve essere privata nella sua sostanza”

Nel caso di specie la Corte EDU rileva sì, che Piazza Taksim quale luogo della riunione si trova nel cuore della città, ma è pur vero, riconosce la Corte che Piazza Taksim è anche un simbolo perché posto in cui persero la vita 37 persone nel’77  manifestando proprio il giorno della festa dei lavoratori. Per questi motivi si intuisce l’insistenza da parte dei sindacati organizzatori DİSK e KESK che evidentemente aveva valenza commemorativa.

Ora, dal momento che la Corte EDU non è chiamata a pronunciarsi sulla scelta della sede circa la manifestazione in Piazza Taksim, ma a stabilire se l’intervento “militare” fosse proporzionato allo scopo perseguito, ricordando di aver già espresso preoccupazione, per l’uso di gas autorizzato, nella sentenza Ali Güneş v. Turkey, no. 9829/07 del 10 Aprile 2012. Ad ogni modo la Corte EDU nel caso di specie ritiene che l’uso di una bomba a gas in ambienti ospedalieri non possa essere giammai necessario o proporzionato.  A causa dunque dello sproporzionato intervento e dell’ l’eccessiva violenza,  il 1° maggio 2008  in Piazza Taksim il diritto alla libertà di riunione pacifica ex art.11 CEDU è stato privato “nella sua sostanza” e il Governo Turco certamente non ne è stato il garante. Vi è stata dunque una violazione dell’art.11 CEDU.

Al di là dell’irrisoria cifra  a copertura delle spese legali che ammonta ad appena 1000 euro per entrambi i sindacati ricorrenti DİSK e KESK, colpisce un atteggiamento immutabile, un’indole  radicata volta alla violenza, un procedere  lento quasi statico che non sente il passare del tempo, né accenna ad una benché minima forma di cambiamento, di miglioramento. Il 1° maggio del 1977,  durante una manifestazione che contava 500.000 presenze, muoiono in Piazza Taksim 37 uomini  attaccati delle autoblindo, trentun’anni dopo nel 2008 in Turchia nulla è mutato perché si rischia ugualmente la vita per una manifestazione. O forse c’è qualcosa di più, e se la polizia per arrestare i manifestanti si spinge sino al punto di far esplodere  una bomba a gas nell’ospedale, ciò sortirà l’effetto contrario, non metterà di sicuro a tacere  per sempre il fragore dei diritti.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza  Disk e Kesk v. Turchia, 27 novembre 2012

Per approfondire: Piazza Taksim 1977

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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