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Bulgaria: un regime carcerario che non comprime solo la libertà personale

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Chervenkov v. Bulgaria, 27 novembre 2012

Proprio lo scorso 19 novembre l’Associazione Antigone ha presentato il IX Rapporto nazionale sulle condizioni di detenzione in Italia. “Senza dignità” è la finestra che si affaccia sulle carceri italiane che, dati alla mano, risultano tra le peggiori in Europa. I numeri sconvolgono e non solo dal punto di vista del sovraffollamento: quasi 100 le persone morte dietro le sbarre e di queste circa la metà per suicidio. Un dato che dovrebbe far riflettere sul peggioramento dei disturbi psichici dovuti allo stato di detenzione, soprattutto quando la durata delle pene copre lassi di tempi molto estesi come nel caso dell’ergastolo. Proprio in casi come questi le condizioni di trattamento dovrebbero superare l’ottica della retribuzione ed essere almeno adatti alla persona in quanto tale.
Ma tutto questo non è banale e scontato come sembra: quello che accade in Italia si replica in molte altre parti del mondo e quotidianamente le cronache mostrano scenari disumani fatti di regimi carcerari del tutto irrispettosi della dignità umana.
Non di tutti i casi si dà notizia, non tutti i casi riescono ad approdare a Strasburgo, ma basta la formalizzazione di pochi di questi a far inorridire.
Nel caso di specie ci troviamo in Bulgaria, nel carcere di Burgas, già noto al Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti che, nelle sue relazioni, non ha di certo lesinato giudizi benevoli o positivi sulle condizioni di detenzione e della struttura carceraria.

IL CASO – Il ricorrente, il sig. Zhivko Tonev Chervenkov, è un cittadino bulgaro ancora attualmente detenuto nel carcere di Burgas. A partire dal 1996 è stato sottoposto a “regime speciale“, il regime più duro per chi si trova a scontare il carcere duro a vita in esecuzione di una condanna all’ergastolo. Decide di ricorrere alla Corte Edu per lamentare le condizioni del suo stato di detenzione, in violazione degli Artt. 3 e 8 Cedu, e per non aver avuto la possibilità di un effettivo ricorso interno, in violazione dell’Art 13 in combinato disposto con l’Art 3.

Queste le condizioni lamentate dal sig Chervenkov, ben oltre il limite dell’umano:

  • isolamento in una cella umida, scarsamente illuminata e scarsamente ventilata di 1,90 x 3,20 m;
  • contatto con gli altri detenuti limitato all’unica ora della giornata che il ricorrente trascorreva all’aperto;
  • possibilità di ricevere visite solo sotto il controllo del direttore del carcere e dietro una spessa vetrata che lo separava dal suo visitatore;
  • assenza di acqua corrente e servizi igienici nella cella: doveva fare i suoi bisogni in un secchio di plastica che poteva svuotare solo tre volte al giorno;
  • possibilità di fare la doccia solo una volta ogni due settimane;
  • cibo di scarsa qualità e insufficiente nella quantità: si deve a questo la sua ulcera gastrica;
  • last but not least: costante monitoraggio della corrispondenza con il suo avvocato e impossibilità di avere con lui delle conversazioni telefoniche.

Non sorprende che il ricorrente abbia richiesto il trasferimento presso un’altra struttura carceraria animato dal vivo desiderio di trovarvi condizioni migliori: a questa richiesta ha fatto seguito il parziale mutamento delle sue condizioni in applicazione di un regime di detenzione rigoroso, non più speciale.

Dal 2007 il ricorrente divide una cella con un altro detenuto e ha la possibilità di accedere ai servizi in comune da mattina a sera. La cella viene chiusa solo di notte e durante il giorno si occupa di una piccola mansione nella mensa del carcere, collaborando alle pulizie della stessa. Di questo nuovo regime il sig Chervenkov nulla lamenta, ma per 10 anni la sua detenzione è consistita in ben altro!

Il Governo, dal canto suo, ha lamentato il mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, adducendo a pretesto che il ricorrente avrebbe potuto richiedere un risarcimento del danno dovuto alle condizioni di detenzione. Ha inoltre giustificato le restrizioni del regime per motivi di sicurezza, sostenendo che il livello minimo di gravità, previsto per l’applicazione dell’Art 3 Cedu, non è stato raggiunto dal momento che il ricorrente non ha dimostrato che dall’applicazione del regime siano derivate sofferenza mentale e senso di umiliazione.

CORTE EDU – La Corte ricorda che l’Art 3 Cedu impone allo Stato di garantire la detenzione in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana. Misure privative della libertà spesso importano un elemento di sofferenza o umiliazione. Va però specificato che anche se il divieto di contatti con altri detenuti per la sicurezza può essere giustificato in determinate circostanze, un regime di isolamento non può essere imposto a un prigioniero a tempo indeterminato.
Accuse di trattamenti contrari all’Art 3 Cedu devono essere provate “oltre ogni ragionevole dubbio”: nel caso di specie, il ricorrente descrive in grande dettaglio le condizioni materiali in cui è stato detenuto e le osservazioni del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti (CPT) confermano le accuse mosse. La Corte ha già rilevato, in occasione dell’esame di altri casi contro la Bulgaria, che l’applicazione prolungata di un sistema carcerario restrittivo, in combinazione con gli effetti negativi di condizioni inadeguate in carcere, aveva sottoposto i detenuti a una difficoltà di intensità superiore al livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione: a questo proposito, il CPT aveva chiesto che l’isolamento fosse basato su una valutazione personalizzata e andasse applicato il meno possibile. La Corte rileva quindi che vi è stata una violazione dell’Art 3 CEDU. Per ciò che concerne invece la presunta violazione dell’Art 13 Cedu in combinato disposto con l’Art 3 ritiene che, nel considerare l’eccezione di mancato esaurimento delle vie di ricorso interne, la domanda di risarcimento danni non è efficace per porre rimedio alle cattive condizioni nelle carceri. Vi è stata quindi violazione dell’Art 13 CEDU in combinato disposto con l’Art 3 e in aggiunta la Corte ha anche rilevato la violazione dell’Art 8 CEDU, in base al quale ogni cittadino dovrebbe aver diritto al rispetto della sua corrispondenza.

Per questo ha dichiarato all’unanimità che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente 4000€ per danno non patrimoniale e 2000€ per costi e spese.

Basta trarre spunto dall’ultima delle violazioni accertate per rendersi conto di quanto anche solo l’ingerenza delle autorità nella corrispondenza del detenuto col suo avvocato possa bastare per rinvenire un trattamento inumano e degradante: è come se non venisse più garantito il suo diritto di difendersi, è come se lo Stato comprimesse con una misura ulteriore una libertà già negata dallo stato di detenzione. Non è la prima volta che contro la Bulgaria vengono mosse accuse del genere, se poi si pensa alle condizioni di detenzione allora lo scenario diventa ancora più raccapricciante: la dignità del detenuto viene calpestata due volte.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Chervenkov v. Bulgaria del 27 novembre 2012.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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