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Bulgaria: La vendetta dei colleghi contro il loro capo che subisce una sorveglianza illecita

Protezione della vita privata e familiare – Sentenza Savovi v. Bulgaria, 27 novembre 2012

Che sul posto di lavoro il clima sia quasi sempre infuocato e le relazioni si basino su comportamenti opportunistici e concorrenziali, è cosa nota.  Ma che si arrivi ad accusare un superiore di legami a gruppi criminali, giungendo a richiedere, abusando della loro competenza, una sorveglianza costante per lui e la sua famiglia, è sicuramente troppo. Poi se ci mettiamo dei disguidi tecnici da parte dell’autorità amministrativa competente, il ministero dell’interno bulgaro, e l’impossibilità di effettuare controlli giudiziari effettivi sul caso, è assurdo!

IL CASO – I ricorrenti sono cinque componenti di una famiglia bulgara, composta dai coniugi il sig. Aleksandar Krastev Savov e la sig.ra Donka Mihaylova Savovae, e, dai tre figli Mihail Aleksandrov Savov, Damyan Aleksandrov Savov e Ilin Aleksandrov Savov.

Il sig Aleksandar Krastev Savov, padre della famiglia, tra il 25 luglio 1997 e 22 agosto 2001 era a capo del dipartimento di polizia del distretto di Smolyan. Il 7 gennaio 1998 una commissione dell’Ispettorato del ministro dell’Interno fece un’ispezione nel suo dipartimento di polizia, informandolo che oltre al suo ufficio anche la sua casa sarebbe stata sorvegliata.
Dopo l’ispezione tre funzionari del dipartimento, il signor S.B. (capo della divisione di polizia criminale), il sig I.I. (capo del gruppo per l’informazione operativa e tecnica) e il signor G. (capo della divisione anti-terrorismo) furono licenziati, in forza di un’inchiesta antiterroristica.

In seguito, due dei funzionari licenziati, il sig. S.B. e il sig. II, presentarono una relazione al ministero dell’interno, in cui accusavano di collegamenti a gruppi criminali il capo del loro dipartimento (il ricorrente). In forza di questa accusa e dopo aver ricevuto la richiesta di mandato per la sorveglianza dai due funzionari licenziati, il presidente della Corte militare di Plovdiv ha emesso e predisposto, senza l’autorizzazione scritta del ministro, la sorveglianza della casa dei ricorrenti ( dal 5 dicembre 1997 al 4 febbraio 1998) e dell’ufficio (dal 6 dicembre 1997 al 5 gennaio 1998).
La commissione dell’Ispettorato del ministro dell’Interno non si è espressa in merito alla legittimità della sorveglianza, ma ha riscontrato gravi infrazioni delle norme disciplinari, oltre ad essere state svelate informazioni protette dal segreto di stato, nel comportamenti dei funzionari.

Intanto la Corte suprema amministrativa, in data imprecisa, ha annullato il licenziamento del signor SB e del signor I.I e ha ordinato la loro reintegrazione nel posto di lavoro.
L’ex capo del dipartimento di Smolyan, dopo essere stato gravemente accusato dai suoi colleghi, chiese al procuratore generale di aprire un’inchiesta sull’incidentale. Il 27 novembre 2001 si avviò un procedimento penale contro i due funzionari accusatori. Durante l’interrogatorio il sig. SB rivelò che il ministero era a conoscenza dei fatti ed acconsentì ad avviare la sorveglianza; tale dichiarazione fu però contestata dallo stesso ministero che ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna richiesta. In seguito, si è scoperto anche che dopo il primo controllo vennero sottratti dei materiali confiscati dalla commissione e non più ritrovati.
Intanto, durante lo svolgimento del processo penale, il sig. A. Savov ha depositato una richiesta di risarcimento danni per essere stato sottoposto illegittimamente a sorveglianza.

Circa un anno dopo, nel settembre 2003 un procuratore dell’ufficio del distretto militare ha chiuso il procedimento ed interrotto la causa civile della prima ricorrente, affermando che le suddette prove smarrite furono distrutte e che il sig S.B. e il signor I.I.  agirono in conformità con la legge.
Alcuni giorni dopo la chiusura del procedimento, l’ex capo di polizia propose un ricorso sottolineando alcuni punti oscuri: la ragione per cui la vicenda è stata considerata urgente, la competenza a domandare l’applicazione della sorveglianza segreta da parte dei due funzionari accusatori e le ragioni che hanno portato a ritenere che la sorveglianza non avesse avuto luogo tra il 5 e l’8 gennaio 1998.

A fine settembre dello stesso mese, il tribunale militare annullò l’impugnazione per mancanza di prove sufficienti e ha rinviato la causa per ulteriori indagini, che furono chiuse successivamente dal procuratore dell’ufficio del pubblico ministero del distretto militare di Plovdiv.

Imperterrito il ricorrente impugnerà ancora la suddetta decisione, riproponendo le stesse obiezioni; ma il Tribunale militare di Plovdiv respinse il ricorso e chiuse, definitivamente, il procedimento. Tale decisione si basava sui risultati del pubblico ministero, che  ha ritenuto che gli ufficiali accusati avessero agito in conformità con la legge e che la prima ricorrente non avesse subito alcun danno dalle loro azioni. Questa tesi, secondo il Tribunale, veniva asserita anche  dalla Corte suprema amministrativa che annullò i licenziamenti dei funzionari accusatori, provando così che le loro azioni non erano state illegali. La Corte ritenne, in fine, che nessun indagine venne mai svolta nei confronti del primo richiedente in relazione a qualsiasi attività criminale o comportamento illecito.

Il ricorrente avviò, in fine, anche alcuni procedimenti penali accusando i sig. SB e il sig. II di diffamazione, ma tra sentenze di accoglimento, di annullamento, di rinvii a giudizio e prescrizione, la sua domanda di risarcimento non verrà accolta.

LA CORTE –  i cinque ricorrenti, il 14 febbraio 2005, hanno depositano un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la Bulgaria, contestando la presunta violazione dell’ art 8 CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) e dell’art 13 CEDU (Diritto ad un ricorso effettivo), e richiedendo 20.000 euro (EUR) a titolo di danno non patrimoniale per le violazione della Convenzione subite nel loro caso.

IL GOVERNO – sostenne che il primo richiedente non fosse riuscito ad esaurire i ricorsi interni disponibili e che non avesse proposto un ricorso per risarcimento danni sotto la legge generale della responsabilità civile. In alternativa, il Governo ritenne che il primo ricorrente avrebbe dovuto presentare la domanda entro i sei mesi dall’avvenuta conoscenza della sorveglianza nel gennaio 1998. Invece, riferendosi alla relazione dell’Ispettorato del Ministero degli Interni, l’Esecutivo ha riconosciuto che le autorità nazionali avessero commesso violazioni della procedura durante la sorveglianza del primo richiedente. Tuttavia, a loro avviso, la sorveglianza era comunque stata legittima, perché necessaria per lo studio di un reato grave. Ed ha, inoltre,  riconosciuto che il sig S.B. e il sig I.I. non furono competenti a richiedere l’autorizzazione per l’uso di mezzi speciali di sorveglianza; ma non vi è stata alcuna indicazione che il primo ricorrente fosse stato negativamente influenzato dalla sorveglianza a lui sottoposta.

La Corte, con la sentenza del 27 novembre 2012, ha affermato all’unanimità che vi è stata violazione dell’art 8 CEDU e violazione dell’art 13 CEDU, riguardo esclusivamente al primo ricorrente, e predispone il versamento da parte dello stato convenuto della somma di € 4.500 in materia di danno non patrimoniale e € 2.000 a titolo di rimborso spese.

Un vicenda particolare, in cui si intrecciano accuse, sospetti, prove disperse, cavilli ed incertezza giudiziaria, abusi di potere e superficialità burocratica nella piena  noncuranza della vita famigliare e privata di un cittadino.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Savovi vs Bulgaria, 27 novembre 2012

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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