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Croazia: La tenacia di un fratello nel cercare la verità sulla morte della sorella

Diritto alla vita – Sentenza Bajic vs Croatia, 13 novembre 2012

Sempre più spesso sentiamo parlare di malasanità, di errori fatali, da parte di medici o personale sanitario. È incredibile pensare che ancora oggi si possa perdere la vita proprio lì, nel luogo in cui dovrebbero proteggerla. Affidare la propria vita ad un medico sembra la scelta migliore, forse perché l’unica che si possa fare, ma potrebbe essere, allo stesso tempo, la peggiore. Questo è un caso di malasanità avvenuto in Croazia caratterizzato dalla tenacia di un fratello che lotta per 18 anni nel ricercare la verità per sua sorella.

IL CASOF. C. è una ragazza che morì il 1° settembre 1994 in Croazia. Suo fratello, Pero Bajić – il ricorrente di questo caso – non si è mai stancato di ricercare la verità circa la morte di sua sorella. In particolare, si riscontrò, dopo il decesso, che nella cartella clinica non vennero riportate né la causa del decesso né altri dati significativi, che potrebbero aver compromesso l’operato dei medici.

Il 23 agosto 1994, F.C. venne ricoverata d’urgenza per un tumore addominale all’ospedale di Rebro a Zagabria. Il dott. V.B. la operò la settimana successiva, dopo aver ricevuto 5000 marchi (circa 2560 euro) dal fratello della paziente.
Purtroppo, F.C. morì due giorni dopo l’intervento per – a detta del medico, – embolia polmonare massiva.

Dopo l’inaspettata morte, il sig. Bajić diede impulso ad una serie di provvedimenti penali nei confronti del dottor V.B. per il trattamento medico riservato alla sorella.

La prima accusa mossa nei confronti del medico fu quella di aver accettato “bustarelle” per l’esecuzione dell’intervento e  per questo venne licenziato dall’ospedale di Rebro. Successivamente, e dopo che furono svolti i dovuti accertamenti, la Corte disciplinare affermò che la cartella clinica della paziente risultava incompleta perché priva di importanti informazioni riguardanti il trattamento sanitario precedente all’intervento, nonché d’informazioni riguardanti le condizione al momento dell’operazione e del  post- operazione, sull’intervento stesso e sulla causa della morte.

Il 20 ottobre 1994, il ricorrente presentò una denuncia penale nei confronti del dottor V.B. all’Ufficio della Procura di Stato Comunale di Zagabria, accusandolo di reati penali e casi di malasanità.
In seguito, venne richiesto un nuovo referto medico, commissionato a J.Š. e B.C., entrambi impiegati presso l’Università di Zagabria, colleghi del dottor V.B. Ne risulterà che non ci furono carenze nel trattamento medico della paziente che possano averne provocato la morte. Sulla base di questi risultati l’accusa di malasanità venne respinta.

Il 9 marzo 1998, il ricorrente presentò un altro atto d’accusa al Tribunale penale di Zagabria nei confronti del dottor V.B. con l’accusa di negligenza medica. Lui contestava la veridicità della relazione medica eseguita da J.Š. e B.C. e chiese un nuovo rapporto medico da commissionare ad un istituto medico al di fuori della Facoltà di Medicina dell’Università di Zagabria e dell’Università stessa, per ottenere un parere più oggettivo e trasparente possibile. La sua richiesta, in un primo momento, venne rifiutata, ma successivamente, nel 2001, la Procura, accogliendo la suddetta richiesta, decise di commissionare un nuovo referto all’Università di Fiume –  Facoltà di Medicina. Il dott. M.U., medico di questa università, confermò, nuovamente, che non ci furono carenze nel trattamento sanitario della paziente.

Il ricorrente, imperterrito, contestò anche quest’ultimo referto, in quanto M.U., secondo il ricorrente, era un medico non esperto in materia. Giungendo a questo punto, il sig. Richiede decise di richiedere una relazione medica privata ad un medico specialista in urologia e chirurgia, D.M. da Wiesbaden in Germania. Nella sua relazione D.M. escluse l’embolia polmonare massiva come causa della morte, sostenendo invece che la morte sia stata provocata da un edema polmonare, causato da un arresto cardiaco acuto.
In particolare, D.M. escluse comunque che vi siano stati difetti nel trattamento medico della paziente.

In seguito, La Corte penale di Zagabria chiederà ancora altri referti per confermare questa tesi, commissionati a J.Š., M.D. e S.J., docenti presso la Facoltà di Medicina di Zagabria. Ancora una volta venne confermato che non ci furono carenze nel trattamento medico della paziente.
E ancora una volta il ricorrente si oppose, chiedendo di squalificare i periti medici, poiché non avevano le competenze necessarie ed erano stretti collaboratori ed amici del dottor V.B. Però il Il tribunale non fu della stessa opinione e respinse quest’istanza.

Invano il ricorrente richiese, in seguito, ulteriori referti medici commissionati ad un ente esterno della Croazia.
Intanto il Il dott. V.B. nel 2007 verrà assolto dall’accusa di malasanità. E nel 2009 il ricorrente adirà la Corte Costituzionale croata, lamentando la mancanza d’imparzialità degli esperti medici che avevano redatto il referto medico della pazienti. Ma la Corte dichiara inammissibile di suddetto ricorso.

CORTE EDU– Il 2 luglio 2010 Pero Bajić deposita un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani, lamentando la presunta violazione dell’art 2 CEDU a causa dell’approssimazione con cui si sono dedotti i fatti nel procedimento penale a carico del dott. V.B. e per il fatto che il sistema nazionale croato  non sia riuscito a fornire una risposta adeguata e tempestiva di fronte ad un caso di negligenza medica con conseguente morte della paziente.

IL GOVERNO –  si oppose all’ammissibilità del ricorso, in quanto la sorella del ricorrente era morta nel 1994, ma la Convenzione è entrata in vigore nei confronti della Croazia solo il 5 novembre 1997, ritenendo quindi che il caso non rientrasse nella competenza della Corte ratione temporis. Inoltre lamentava l’inosservanza dell’art 35 della Convenzione, secondo cui è possibile avviare un ricorso alla CEDU entro i 6 mesi successivi dalla data della decisione interna definitiva, che il ricorrente identificava nella sentenza della Corte della contea di Zagabria e non nella decisione della Corte costituzionale, pertanto la richiesta non poteva essere ritenuta ricevibile.

La Corte, respingendo le tesi del governo, con sentenza del 13 novembre 2012, afferma che c’è stata violazione dell’articolo 2 CEDU ed accorda al ricorrente la somma di € 10.000 per danno morale e di € 7.900 per costi e spese.

Di certo non basteranno 17.900 € per cancellare il dolore di una così tragica perdita. Quello che servirebbe è più attenzione, diligenza e perizia da parte delle figure professionali che ci offrono le loro prestazioni, soprattutto se parliamo di salute. La salute dovrebbe essere messa al primo posto, sempre. La vita umana non ha prezzo!

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Bajic vs Croatia, 13 novembre 2012.

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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