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Salute già precaria e detenzione: scatta l’accusa contro l’Ucraina

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Yermolenko v. Ukraine, 15 Novembre 2012

Come afferma la stessa Corte Edu, la detenzione di per sé incide inevitabilmente sui detenuti che soffrono di gravi disturbi o malattie. Il caso in questione trae proprio origine da un ricorso contro l’Ucraina presentato da un cittadino ucraino, il sig Grygoriy Mykolayovych Yermolenko, il 10 agosto 2010, sulla base della presunta violazione dell’Art 3 Cedu: il ricorrente invoca la violazione sostenendo la non compatibilità della detenzione con il suo stato di salute e denunciando l’inadeguatezza dei trattamenti medici ricevuti nel corso di essa.

IL CASO – Grygoriy Mykolayovych Yermolenko è un cittadino ucraino nato nel 1958, attualmente detenuto in un carcere di Sumy. All’epoca dei fatti era un vice capo dell’amministrazione distrettuale di Sumy.
Nel giugno 2009 è stato avviato un procedimento penale a suo carico per corruzione. Da quel momento la condanna e la detenzione hanno dato il via a un procedimento che ha rischiato di compromettere irrimediabilmente il suo stato di salute.
Il ricorrente ha sostenuto di non aver ricevuto né acqua né cibo nel corso del primo giorno di detenzione e che non gli è stata fornita alcuna assistenza medica nonostante la gravità delle sue condizioni: a partire dal 2002, infatti, si era ammalato di leucemia cronica e aveva dovuto subire diversi cicli di chemioterapia.
La Corte d’Appello di Sumy ha confermato l’accusa di corruzione e lo ha condannato a sette anni di carcere prevedendo in aggiunta la confisca dei suoi beni e il divieto di ricoprire ancora cariche in seno all’apparato amministrativo.
Il ricorrente ha proposto ricorso contro questa sentenza sostenendo a motivo del rilascio non solo la diagnosi della leucemia, ma anche la necessità di dover essere sottoposto a un’operazione ai reni. Le sue condizione di salute si erano infatti  ulteriormente aggravate e gli erano state diagnosticate altre patologie secondarie. Ciononostante la Corte Suprema dopo aver esaminato il caso su elementi di fatto e di diritto ha confermato la condanna.
Trasferito nell’ospedale di Sumy è stato collocato nell’ala medica specifica per poter eseguire il trattamento della sua malattia.
L’aggravarsi della sua condizione ha però sottolineato la necessità di un trattamento medico specifico senza il quale il ricorrente avrebbe rischiato di morire. Sono state diverse le visite mediche prima della pronuncia di trasferimento in una struttura più adeguata e si è anche discusso su un eventuale rilascio. Il suo rilascio poteva essere invocato solo in presenza di alcune e dettagliate condizioni come leucemia, anemia o infezioni ricorrenti ma dall’esame completo della sua situazione, in discordanza con quanto sostenuto dal ricorrente, queste condizioni sembravano non sussistere.

Il ricorrente lamentava ai sensi dell’Art 3 Cedu che non gli fosse stata fornita la necessaria assistenza medica e che il suo stato di salute non fosse compatibile con la detenzione.
Ha inoltre contestato la valutazione degli elementi di prova nei suoi confronti da parte dei giudici nazionali. La progressione della sua malattia lo aveva reso un malato terminale e lo stato di detenzione risultava illegittimo anche sulla base del fatto che egli non avesse ricevuto un adeguato trattamento medico.

Il Governo ha dichiarato che Yermolenko ha ricevuto adeguata assistenza medica durante la detenzione e che il peggioramento delle sue condizioni era dovuto solo al progredire della sua malattia. Ha inoltre osservato che il ricorrente avrebbe potuto chiedere il trattamento in ospedali civili, a proprie spese, ma non ci sono prove che lo abbia mai fatto.
La legge nazionale prevede la possibilità di rilascio in caso malattia grave, ma dall’esame di un’apposita commissione medica non sembravano sussisterne i presupposti.

CORTE EDU – La Corte ha sottolineato a più riprese che, ai sensi dell’Art 3 Cedu lo Stato deve garantire la detenzione in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che il modo e il metodo di esecuzione della misura non debbano sottoporre il detenuto a disagio o difficoltà di intensità superiore al livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche, la sua salute e il suo benessere debbano essere garantiti anche con un’adeguata assistenza medica, ove necessaria. Tuttavia, l’Art 3 Cedu non fissa un obbligo generale di rilasciare i detenuti per motivi di salute e solo quando lo stato di salute è assolutamente incompatibile con la detenzione può essere richiesto il rilascio.

Per quanto riguarda il caso di specie, la Corte rileva che al ricorrente sono state diagnosticate diverse malattie gravi che richiedono cure mediche regolari. Il detenuto è stato sì visitato periodicamente, ma solo dopo mesi è stata data attuazione alla raccomandazione di dare avvio a un ciclo chemioterapico e non si sa se l’operazione per asportare le cisti ai reni sia mai avvenuta.
La mancata esecuzione tempestiva della chemioterapia può causare un rapido deterioramento della salute, per questo la Corte afferma che il ricorrente non ha ricevuto un’adeguata assistenza medica durante la detenzione. Tuttavia ciò non implicava che il ricorrente dovesse essere necessariamente rilasciato e non vi è alcuna prova che egli sia stato detenuto in condizioni che possono essere considerate inumane o degradanti.
Dato il divieto assoluto di tortura e trattamenti degradanti, non è accettabile che la compatibilità dello stato di salute del ricorrente con la detenzione sia stata valutata soltanto sulla base di un elenco di malattie e senza alcun esame da parte delle autorità giudiziarie. A parere della Corte, tale pratica non offre garanzie sufficienti per assicurare la tutela della salute dei detenuti e il loro benessere.
La Corte rileva che, data la mancata esecuzione di procedure mediche in modo tempestivo e la valutazione inadeguata della compatibilità dello stato di salute del ricorrente con la detenzione, vi è stata violazione dell’Art 3 Cedu e riconosce al ricorrente 7.500€ per danno non patrimoniale.

L’inerzia nell’esecuzione delle procedure mediche ha fatto scattare la condanna: un cittadino, seppur colpevole, ha rischiato di morire per l’inadeguatezza dei trattamenti medici in carcere. Tutto questo sconvolge e allo stesso tempo fa riflettere: può il senso di giustizia prevalere sulla salute di un uomo? Può una salute già precaria essere ulteriormente messa a rischio senza che le autorità giudiziarie si pronuncino a tutela della garanzia del detenuto? Le risposte sembrerebbero scontate eppure il continuo riproporsi di casi del genere lascia intendere che forse così scontate non lo siano.
La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Yermolenko v. Ukraine del 15 novembre 2012.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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