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Socialismo sociologico: sulle origini della comunità apocalittica

Da quando la scimmia è diventata un essere umano non si è evoluta l’umanità ma la sua tecnologia. Ha detto Albert Einstein: “L’uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi.”

Scrive Svevo nella “Coscienza di Zeno”: “La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. (…) Questa malattia non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso: quello del proprio organismo.  Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dall’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa si interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo si ingrandì e trasformò i suoi piedi. (…) Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori dal suo corpo e se c’è salute e nobiltà in chi l’inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comprano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole.”

E’ l’uomo schiavo di ciò che possiede? Personalmente, non credo. E’ invece mia opinione che il concetto di proprietà non preveda necessariamente sedentarietà. La sfera del privato nasce per merito, ed il merito è frutto di una gerarchia che per ipotesi inizia con un apparato comunitario che si evolve poi in un complesso sociale. Nascono così l’ordinamento delle leggi e la causa della rieducazione, in via del perfezionamento della struttura stessa. Man mano le singole interazioni diventano parte di una funzione d’utilità. Il contratto sociale prevede una libertà in potenza che si attua tramite lo stato di diritto. Sarebbe opportuno a questo punto soffermarsi sul concetto di utile distinguendolo dal concetto di uso e per fare questo partiamo dall’ appetito. L’appetito è un inclinazione, un desiderio che tende verso un oggetto, da intendere qui riferito anche alle persone in quanto oggetto desiderato.

Esso è buono per chi desidera e la tensione non conosce futuro, vive un presente che è proprio dell’utile, di ciò che è considerato vantaggioso e favorevole  nel momento. E’ chiaro che i beni temporali risentono dell’attacco del tempo: la coscienza di finitudine che crea la paura di perdere quanto ottenuto, dunque al desiderio succede la paura che rifugge il futuro come portatore di morte. Si instaura la consuetudine che è propria dell’uso: il controllo di una particolare utilità, la sua difesa e spinta evolutiva, qui da intendere nell’accezione di semplice cambiamento. La carità è propria di chi accetta un futuro senza identità di morte mentre la cupidigia è propria di chi ha paura e vuole controllare quanto ottenuto. Dunque l’essere umano è schiavo della percezione che ha di se medesimo in quanto cosciente della propria mortalità, vivendo un orizzonte di relatività del bene e del male pur sapendo cosa è buono e cosa è cattivo per la propria sicurezza.  “Cattivo” si collega a cattività, dal latino capio/capere nell’accezione di catturare ed è il supino del verbo: captivus/prigioniero/nascosto/incatenato. La perdita della progettualità delle cose è il motivo per cui siamo spinti a pensare che effimero sia semplicemente ciò che non dura, mentre è evidente, alla luce di questo discorso che questo termine indica l’assenza di un vero e proprio passaggio della propria esistenza. Ma cos’è dunque la materia?  La materia è un binario che divide l’anima dal tempo.

E’ possibile non ammettere la presenza di un anima ma nemmeno la scienza riesce a spiegare perché a volte si piange senza nessun motivo apparente, senza nessuna ferita visibile, oppure ci si sente pervadere da un senso di soddisfazione quasi totale. Il tempo misurato, riconosciuto come punto di riferimento si esprime nella forma invece che nella sostanza, una forma già corrosa. La temporalità delle cose è stata legata alla loro materialità riducendo l’esistenza ad un teatro di maschere e nulla più. Dunque quando parliamo di crisi a cosa ci riferiamo? Ciò che sta accadendo è troppo radicale per essere quantizzato alla solita rivolta dei contadini malcontenti, a mio parere. Credo che per la prima volta accada che la dimensione del premeditato stia letteralmente sparendo. Le rivoluzioni organizzate hanno creato nuove organizzazioni ed è quindi prevedibile uno stato non deciso di cose che porti ad un cambiamento radicale o che ne faccia da catalizzatore. Naturalmente il controllo mediatico e la pressione economica di chi possiede i mezzi di produzione giocano un ruolo di difesa per chi ha da quasi sempre quello che ha e non vuole di certo cambiarlo. Se dicessi che stiamo vivendo la “terza guerra mondiale” chi mi crederebbe sul serio? Tecnicamente ogni paese ha un esercito e delle alleanze e conduce delle guerre di conquista piegando con debiti e ricatti economico/politici le popolazioni locali. Non ci saranno bombe atomiche ma il “fosforo bianco” per esempio, scene di militari inglesi accanto a militari italiani e così via.

Viene da pensare che mancano i bombardamenti nei paesi civili, o quasi, per via dei legami dell’intero mercato immobiliare occidentale. Occorre precisare che si è passati dal ben più noto capitalismo classico al capitalismo dello sviluppo tecnico come un’ assuefazione legata alla stessa promessa di sicurezza che decade e si rigenera per mano della stessa autorità, ovvero l’obbligo di esser-ci, l’obbligo di non poter essere. Perché la potenza è l’atto in sè che si presenta come un fenomeno localizzato nella sua sostanza mentre il potere è vicino all’uso, ed esso non trova più compimento concreto se non nella vaga illusione di controllo. Ma cos’è   dunque l’apocalisse? Il significato di questa parola è rivelazione, dal greco apo/non e kalyptein/nascondere. La cristianità la teorizza come rivelazione finale, che il pensiero ha scontato a fine e basta, nella comprensione di questo evento, preannunciando scenari desolati, guerre batteriologiche fino alla più famosa estinzione finale del tutti contro tutti. Un mistero si rivela in quanto tale, non conoscibile ma presente. Lo sconto deriva dall’ intelligenza che non asseconda la razionalità, chiede invece di essere servita, giustificata nell’azione di scavare nel nulla. E da qui nasce la banalità del male. Ha detto Hannah Arendt: “È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale.”

Dunque il male esiste, la cattiveria si crea ed il bene? Esso non si annuncia come conoscibile ma perseguibile, per privazione originale, ovvero una condizionata mancanza che si tende a colmare. Non è mia intenzione creare una morale dall’alto che regoli la vita delle persone, tuttavia credo sia importante parlare di una dialettica formale che è relativa e che quindi in quanto dialettica ed in quanto relativa prevede relazione, interazione. Con i  dualismi viceversa si cade nel dubbio metodico della tecnica e nel falso paradiso dei funzionalismi.  ”Capio” ha anche significato di comprendere, e quindi penso sia  corretto in via auspicabile affermare che i cattivi imparano. Non è forse di una rivoluzione culturale che abbiamo bisogno?

Ma la cultura richiede pazienza, passione, costanza, serietà con se stessi, tutti elementi poco presenti nell’interesse di oggi per la realtà. Così la sicurezza di cosa succede dopo diventa la noia di un nostalgico “io c’ero”/volevo esserci, ma, volendo citare Benson, una psiche rivolta verso il futuro può costruire un solido presente. La sciocca curiosità distrugge la speranza ed instaura limiti, resi funzionali da un falso debito di giustizia. Data la pluralità delle individualità ci si pone la domanda: “Cosa posso fare? Che ruolo ho nella vicenda? Che ruolo hanno i miei simili in questo momento?” Bisogna spingere a mio parere in una direzione religiosa. Il significato di religioso è riunire ed esso affonda le sue radici nel vivere il quotidiano, il presente che non decade perché rigenera la propria materia nello scambio e nei bisogni reciproci. Naturalmente prima di approdare ad un bisogno è importante colmare le necessità, ecco il socialismo. Così come è importante evitare che i bisogni si leghino al vivere identitario e perdano progettualità comune, ecco la sociologia. Tale socialismo sociologico permetterà a mio avviso la sparizione del privato come dimensione di prigionia nella visione che porta tutte le cose a misura d’uomo.

Fabio Platania

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