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Danimarca: lunghezza del procedimento “giustificata” dalle circostanze

Libertà e sicurezza – Sentenza J.M. v. Denmark, 13 Novembre 2012

Il caso trae origine da un ricorso contro la Danimarca presentato alla Corte EDU da un cittadino danese, il signor J.M., il 18 giugno 2009. La Corte è stata chiamata a pronunciarsi sulla presunta violazione dell’Art 5 della Convenzione sostenuta dal ricorrente sulla base della lunghezza della sua detenzione preventiva.

IL CASO – Il ricorrente è nato il 30 novembre 1991. Nel 2007, all’età di quindici anni, è stato arrestato a Qaqortoq, Groenlandia, con l’accusa di violenza e omicidio ai danni di una signora di 85 anni che viveva ad Aalborg, in Danimarca, dove il ricorrente all’epoca dei fatti frequentava un istituto di scuola superiore. Il caso ha ricevuto una forte attenzione mediatica, sia prima che dopo le indagini della polizia che hanno condotto all’arresto. Condotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Qaqortoq è stato dichiarato colpevole ed è stato imposto a suo carico un regime di custodia cautelare di quattro settimane. Dopo una settimana, il ricorrente è stato trasferito in Danimarca e portato davanti al Tribunale della città di Aalborg che ha esteso la custodia cautelare e ha disposto un esame psichiatrico medico-legale del ragazzo. Alla detenzione presso un istituto minorile ha fatto seguito il trasferimento in un altro istituto minorile specifico per quei ragazzi che avessero commesso un crimine o comunque esternato un comportamento pericoloso e per i quali era previsto un trattamento rieducativo preordinato al loro ottimale reinserimento in società.
Tre decisioni successive della Corte di Aalborg hanno prorogato per altre quattro settimane la detenzione del ricorrente presso l’istituto.
La relazione psichiatrica ha accertato la necessità di collocare il ragazzo presso un istituto per pazienti con ampio handicap mentale ai sensi del codice penale.

Come da prassi, il pubblico ministero ha richiesto il parere del Consiglio congiunto per disabili mentali di Aalborg che ha ritenuto inadeguata la documentazione alla base della perizia psichiatrica precedente, sollecitando una nuova riesamina del caso.
La Corte di Aalborg ha giustificato l’estensione della custodia cautelare sia basandosi sulla gravità del reato sia perché ancora  non si era svolto  il processo e non si era decisa quale fosse la sanzione più conveniente.

La seconda relazione del Consiglio di Aalborg ha sostenuto che le azioni del ricorrente erano state condizionate da un disturbo mentale per il quale si rendeva necessario un trattamento socio-psichiatrico ma che allo stesso tempo non si poteva escludere la detenzione.

Con sentenza del 27 gennaio 2009 la Corte di Aalborg ha condannato il ricorrente ricostruendo così i fatti: il ricorrente aveva avuto accesso all’appartamento della vittima perché necessitava di un telefono, dopo averla violentata, aveva ucciso la vittima infliggendole diversi colpi e calci e provocandole diverse lesioni con un coltello. In seguito aveva lasciato la scena del crimine e fino all’arresto non aveva parlato dell’omicidio con nessuno. Il ricorrente è stato condannato a otto anni di carcere con la precisazione che la proroga della custodia cautelare non avrebbe importato una riduzione della pena.

In appello l’Alta Corte di Danimarca ha confermato la sentenza nella sua interezza e sembra che il ricorrente non si sia rivolto alla Corte Suprema avverso tale sentenza.

Il ricorrente ha lamentato l’eccessiva lunghezza della sua detenzione preventiva ai sensi dell’Art 5 CEDU, sostenendo che inizialmente lo stato di fermo fosse stato disposto per la necessità di raccogliere ulteriori informazioni tecniche, tuttavia, già a partire dalla prima udienza, questione centrale è stata ritenuta la condizione del suo stato mentale. Inoltre, benché formalmente arrestato sulla base di un sospetto fondato e in relazione alla gravità del reato, a suo parere le autorità danesi non avevano sufficienti motivi per ritenerlo una minaccia all’ordine pubblico o per dimostrare che liberarlo, in quanto minorenne, costituisse una concreta infrazione al senso di giustizia.
Il ricorrente ha anche sottolineato che l’esame del suo stato mentale si era protratto per un lasso di tempo eccessivo, superiore a un anno e due mesi.

Il Governo ha sottolineato che il ricorrente era stato arrestato per della gravità del reato in previsione dell’applicazione di una pena di almeno sei anni e soprattutto per non offendere il senso pubblico di giustizia, offesa nella quale si poteva facilmente incorrere lasciando il ragazzo in libertà in attesa di giudizio. Inoltre proprio per questi motivi e per la valutazione della sanzione più adatta, su cui ha influito il riesame del suo stato mentale, è stata giustificata la proroga della custodia cautelare in un istituto per giovani delinquenti oltre il termine massimo di otto mesi ammesso.

CORTE EDU – La Corte ricorda che una persona accusata di un reato deve sempre essere rilasciata in attesa del processo a meno che lo Stato non sia in grado di dimostrare che ci sono “pertinenti e sufficienti” ragioni per giustificare la detenzione continuata, posto che questa non debba prorogarsi oltre un periodo ragionevole. La persistenza di un ragionevole sospetto che la persona arrestata abbia commesso un reato è una condicio sine qua non per la legittimità del protrarsi della detenzione, ma dopo un certo lasso di tempo non è più sufficiente. In tali casi, la Corte deve stabilire se gli altri motivi forniti dalle autorità giudiziarie continuano a giustificare la privazione della libertà.

Nel caso di specie, la detenzione cautelare si è protratta per un periodo di un anno, quattro mesi e quattordici giorni fino alla condanna da parte del Tribunale della città.

Il ricorrente si è dichiarato colpevole fin dall’inizio. La lunghezza della custodia cautelare può quindi essere attribuita agli esami psichiatrici necessari per la scelta della sanzione più appropriata tenendo conto della natura e della gravità del reato e della giovane età del ricorrente al momento dell’arresto. Per questo, a parere della Corte, la durata della custodia cautelare non è da ritenersi eccessiva al punto da giustificare l’invocazione della violazione dell’Art 5 Cedu. Più concretamente, proprio perché il ricorrente fin dall’ inizio si era dichiarato colpevole, costituiva offesa al senso pubblico di giustizia la sua scarcerazione in attesa dell’esame del suo stato mentale. Si ricorda inoltre che fin dall’inizio il Tribunale della città di Aalborg aveva disposto la collocazione del ricorrente in un istituto per giovani delinquenti prevedendo quindi una misura meno invasiva dell’ordinaria custodia cautelare.

Alla luce di quanto precede, la Corte conclude che non vi è stata violazione dell’Art 5 Cedu.

Il caso si rivela un chiaro esempio di come non sempre il prorogarsi dei tempi di lunghezza del procedimento debba essere letto solo nell’ ottica della violazione di un diritto. Non sorprende il ricorso alla Corte: le continue estensioni della custodia cautelare possono apparire una procedura pervasiva della libertà personale, soprattutto se riferite a un ragazzo in giovane età. Lo stigma creato dalle misure di detenzione non si presenta come il risultato più ottimale di un percorso di rieducazione. Tuttavia, nel caso di specie, la lunghezza del procedimento è ascrivibile proprio all’ eccessiva premura di comminare la sanzione più adatta alla luce di un esame del suo stato mentale accurato e non superficiale e non corrisponde alla mera violazione di un diritto.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza J.M. v. Danimarca del 13 novembre 2012

 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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