Home / Categorie Violazioni CEDU / Diritto ad un equo processo / Romania: Una giustizia civile a carattere “variabile” mina il diritto di accesso al giudice.

Romania: Una giustizia civile a carattere “variabile” mina il diritto di accesso al giudice.

Equo Processo – Sentenza Miu v. Romania, 6 Novembre 2012

E’ l’ennesima storia del negato accesso alla giustizia civile quella del caso portato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dalla cittadina rumena Margareta Miu nel 2002 e deciso in data 6 novembre 2012.

La locale vicenda di un immobile rumeno nazionalizzato e conteso per anni travalica i confini nazionali e approda in Europa. Saranno però la contraddizione della giurisdizione rumena e la violazione dell’Art 6 CEDU che ne deriva a essere le protagoniste in questa sede. Una vicenda con un iter giudiziario confuso e infinito che ha trovato finalmente una conclusione a Strasburgo nell’accertamento della violazione del diritto di accesso a un tribunale della ricorrente a carico della Romania.

IL CASO – Negli anni 50 il governo rumeno nazionalizza diverse proprietà immobiliari, tra cui anche quella situata al n.52 in Boulevard Avarescu appartenente al M.E., che tenta di recuperare il bene per vie legali. Nel 1993 il Tribunale di prima istanza di Bucarest emette sentenza definitiva con cui afferma l’illegalità della nazionalizzazione del palazzo e ne dispone la restituzione al proprietario. Il Governo tuttavia, mediante il Procuratore Generale, fa richiesta di annullamento della sentenza, sollevando una questione che tocca il profilo della separazione dei poteri dello Stato. Si lamenta l’invadenza dei giudici rispetto a una vicenda nella quale è evidente l’espressione piena del potere legislativo: la scelta di nazionalizzare proprietà immobiliari del Paese non può essere rimessa nelle mani dei giudici, ma appartiene al legislatore. Per questo motivo la Corte Suprema di Bucarest nel 1995 annulla la sentenza in primo grado, affermando che in ogni caso le leggi di nazionalizzazione avrebbero potuto dare soddisfazione al ricorrente per il risarcimento del bene di cui lo Stato si era appropriato.

Con una seconda azione, B.A. (e poi il suo erede) persegue la società commerciale che intanto ha occupato l’immobile, chiedendone anche in questa sede la restituzione. L’azione viene respinta dalla Corte d’appello di Bucarest nel 1998 per un errore procedurale da parte del ricorrente. La questione doveva essere analizzata previamente nell’ambito di una procedura dinnanzi alle autorità amministrative, così come previsto nella legge nazionale 112 del 23 novembre del 1995.

La legge nazionale 112 del 1995 si occupa dello status giuridico di alcuni beni immobili ad uso residenziale e consente ai precedenti proprietari dell’immobile di chiedere e di ottenere dall’autorità amministrativa la restituzione delle proprietà o il loro risarcimento, a determinate condizioni. Considerato tale quadro normativo, il Consiglio Comunale di Bucarest nel 1998 ha ritenuto soddisfatti i criteri per procedere alla restituzione dell’immobile a seguito della richiesta di B. A e, dopo la sua morte, della signora Miu che ha continuato l’azione.

Fino a qui la vicenda giudiziaria ha assunto un andamento abbastanza lineare. Tuttavia è risaputo che talvolta le vicende giudiziarie prendono vie impervie e improbabili. La vicenda inizia a complicarsi quando si arriva alla sentenza del Tribunale di prima istanza di Bucarest, che si pronuncia l’11 luglio 2001 su ricorso della società commerciale che ha occupato l’immobile. Viene annullata la decisione del Consiglio Comunale con la motivazione dell’incompatibilità dell’applicazione della legge 112 del 1995 al caso di specie. L’immobile era stato destinato ad uso commerciale e non rientrava dunque nell’ambito applicativo della legge nazionale. Si comprende che tutti gli sforzi del ricorrente sono vanificati: questi si era visto respingere il ricorso dalla Corte d’Appello di Bucarest proprio a causa della mancata osservanza della procedura dinnanzi all’autorità amministrativa, e ora, dopo l’adempimento dell’iter procedurale richiesto, una sentenza blocca nuovamente il suo diritto alla richiesta di restituzione del bene; un diritto, ricordiamolo, riconosciuto proprio in virtù di quella stessa procedura amministrativa adesso ritenuta inapplicabile. Una giustizia, dunque, disomogenea. Il diniego è reiterato anche in sede di appello: la sentenza del 2001 viene confermata dalla Corte Distrettuale e dalla Corte d’Appello di Bucarest nel 2001 e 2002.

CORTE EDU –  L’Art 6 CEDU rappresenta il baluardo che ogni cittadino europeo può invocare a tutela del proprio diritto ad avere un giudice. Qui, il cittadino europeo di turno è proprio la signora Miu che decide di adire la Corte di Strasburgo lamentando la violazione dell’articolo e sostenendo che i giudici nazionali non hanno considerato le sue ripetute richieste di restituzione del bene, fermandosi in alcuni casi alla sola rilevanza di vizi di forma, senza mai entrare nel merito.

La Corte, dopo aver ritenuto il ricorso ricevibile, entra nel vivo della questione rigettando le deduzioni difensive del Governo e ribattendo che il diritto espresso nell’ Art. 6 CEDU è certamente non assoluto e soggetto a delle limitazioni, in considerazione dell’apprezzamento dello Stato; tuttavia, queste limitazioni non possono ostacolare l’accesso a una parte in causa in modo o a tal punto che il suo diritto ad un tribunale sia compromesso nella sua sostanza. Inoltre, continua la Corte, per affermare la violazione dell’Art. 6 è necessario che non sia garantito in modo sufficiente il grado di accesso alla giustizia interna.

In questa vicenda, si arriva alla conclusione che l’interferenza con il diritto della ricorrente è avvenuta e perciò la ricorrente aveva il diritto di chiedere la restituzione della proprietà, ma i giudici non si sono pronunciati nel merito; lo scopo perseguito era senza dubbio legittimo. A seguito del confusionario iter procedurale amministrativo, richiesto prima, negato poi, alla signora Miu è stata sostanzialmente sottratta la possibilità concreta di avere una pronuncia chiara dei Tribunali sulla sua azione di restituzione dell’immobile.

La Corte ha quindi ritenuto tutto ciò sufficiente per concludere per la violazione dell’Art. 6 Cedu e condanna la Romania a versare alla ricorrente 3 000 EURO per i danni morali e 2 000 EURO per costi e spese.

DISSENTING OPINION – La causa della signora Miu non è stata decisa all’ unanimità. Una voce dissenziente tra i giudici della sezione è stata quella del giudice Lopez Guerra, in disaccordo con la conclusione della sentenza. Secondo la sua opinione i tribunali nazionali rumeni non si sono sottratti all’ esame delle richieste della signora Miu ma al contrario hanno agito senza abusi, interpretando la legge rumena e decidendo legittimamente in base agli obblighi in essa contenuti. I tribunali, insomma, non avrebbero potuto decidere diversamente in base alle circostanze del caso e neanche la Corte è stata in grado di fornire una soluzione alternativa che i giudici nazionali avrebbero potuto intraprendere.

In conclusione possiamo definire il tutto come una vicenda che nelle sue molteplici sfaccettature ci consente di apprendere quanto sia importante la presenza tra legislazione e giurisdizione nazionali di un raccordo chiaro e omogeneo. Se questo manca, a esserne penalizzato è il cittadino comune, sottoposto a un processo civile che non assicura la protezione dei suoi diritti fondamentali.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Miu v. Romania del 6 Novembre 2012

 

About Elsa Pisanu

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top