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Polonia : l’accanimento religioso contro una ragazza che sceglie di abortire

Diritto al rispetto della vita privata e familiare – Sentenza P. and S. v. Poland, 31 Ottobre 2012

Il dolore di una violenza calpestato in nome di un principio

La Polonia è da sempre considerata una nazione fortemente cattolica, una terra che ha dato alla luce alcune delle più illustri ed influenti personalità del mondo cattolico: da Karol Wojtyla (Papa Giovanni Paolo II) al premio nobel per la pace Lech Wałęsa; luogo dove la maggioranza dei polacchi considera il cattolicesimo come parte integrante dell’identità nazionale. Uno Stato, insomma, che ci rispecchia molto e che condivide con noi la stessa fede religiosa : il Cattolicesimo. Una religione, come ogni religione, fatta di principi cardine, di Dogmi universali e inconfutabili, che tendono a chiudere e a limitare l’agire umano senza spesso cogliere ed affrontare la complessità o la particolarità delle vicende che gli si presentano davanti. Il caso in questione riguarda un argomento centrale nel più generale dibattito sulla Bioetica : l’aborto – e tutto l’accanimento ideologico/religioso che scaturisce da tale scelta ovvero esigenza .

Il CASO – La protagonista della vicenda – che ha deciso di rimanere anonima per questioni di Privacy – è una ragazza di appena vent’anni, che il 9 Aprile 2008 (all’età di quindici anni) è stata vittima di violenze sessuali da parte di un suo coetaneo. La ragazza, subito dopo il tragico evento, è stata portata al Public University Hospital di Lublino, dove è stata visitata ed assistita da uno psicologo poiché riversava in uno stato di shock emotivo. Dalle analisi mediche effettuate si è riscontrato che dalla violenza sessuale la ragazza è rimasta incinta. La madre, che era accanto alla figlia in ospedale, tenuto conto del fatto che era minorenne, che non aveva ancora concluso il suo percorso scolastico/educativo e che la gravidanza era frutto di un rapporto sessuale forzato, ha preferito che sua figlia abortisse.

Dopo un interrogatorio, dove erano presenti la madre e l’avvocato del presunto stupratore, il procuratore distrettuale, facendo riferimento alla legge 1993 sulla pianificazione famigliare (Tutela delle Feto umano e le condizioni che permettono l’interruzione della gravidanza), rilascia un certificato che attesta che la gravidanza della ragazza era il risultato di rapporti sessuali illeciti con un minore di 15 anni di età.

In seguito, la madre della ragazza si è recata presso l’amministrazione dell’Ospedale di Lublino per consultare il dottor O. (consulente regionale per la ginecologia e ostetricia), che gli dichiara di non poterla aiutare ad ottenere un aborto ma gli consiglia di recarsi al Boży Jan Hospital.

Il 30 maggio 2008, madre e figlia si recano al suddetto ospedale dove vengono ricevuti dal dottore WS, capo reparto di ginecologia, che dopo essere stato informato della vicenda gli chiede di tornare un paio di giorni dopo perché ha bisogno  di riflettere sulla questione.
Il due giugno il dottore, durante la visita, chiede alla madre della ragazza di firmare, avendola ricevuta separatamente dalla figlia, una dichiarazione  con il seguente contenuto : “Io sono d’accordo per la procedura di aborto e capisco che questa procedura potrebbe portare alla morte di mia figlia ”.

Successivamente la ragazza, mentre la madre era a lavoro, ritorna dal dottor WS che la fa incontrare con un prete cattolico KP, nonostante non gli abbia domandato né se l’incontro fosse gradito né se professasse un’altra religione.  Intanto il prete, che era stato già informato della vicenda, durante tutto l’incontro cerca di persuadere la ragazza a continuare la gravidanza, riuscendo a fargli firmare una dichiarazione dove afferma di voler continuare la gravidanza. (I ricorrenti racconteranno poi che la ragazza aveva deciso di firmare perché mossa dal timore di sembrare scortese con il medico e il sacerdote ndr).

Subito dopo si presenta la madre, che ha un’accesa discussione con il prete e con il dottore – che la definisce anche una cattiva madre – e la ragazza per la tensione scoppia in lacrime.

Durante la discussione il dottore ha rilevato che non avrebbe eseguito l’aborto, che neanche sotto il comunismo, quando l’aborto era disponibile gratuitamente, aveva mai eseguito alcun aborto, e che nessun medico avrebbe acconsentito ad eseguirlo.

Dopo questo disdicevole incontro, la madre della ragazza, alquanto turbata dall’accaduto, decide di contattare la Federazione per le donne e la pianificazione familiare (Federacja na Rzecz Kobiet i Planowania Rodziny) di Varsavia, per chiederli un aiuto, avendo paura che nessuno in quella città avrebbe eseguito un aborto.

Aspetto ancora più drammatico è il fatto che questo delicato caso, dopo questo susseguirsi di eventi, è divenuto notizia di rilevanza nazionale, conquistando l’interesse “morboso” di media, giornalisti e di associazioni anti-aborto.

Nel giugno 2008, la ragazza incinta è stata ricoverata nell’ospedale di Varsavia, tramite la mediazione della Federazione per le donne e la pianificazione familiare e in forza di un certificato medico, rilasciato dal Consulente Nazionale di Ginecologia, che gli garantiva il diritto ad un aborto legale.

Ma durante il ricovero sul cellulare della ragazza gli arrivano numerosi messaggi sia del prete cattolico che di sconosciuti ed anonimi che cercavano di persuaderla a non abortire; incurante dello stato di agitazione e dello stress della ragazza, il prete insieme ad una attivista antiaborto sono andati a fargli visita, senza alcun consenso della ragazza e alcun controllo da parte dell’ospedale, durante l’assenza della madre. Ma le pressioni, purtroppo, giungono anche ai dirigenti dell’ospedale mediante continue e numerose email di protesta, rendendo la permanenza della ragazza sempre più difficile.

Pertanto, sentendosi “manipolate” e “impotenti” (parole utilizzate dalle dirette interessate), la madre e la figlia decidono di lasciare l’ospedale. Ma proprio mentre stavano per prendere un taxi, il sig. MN-K E e la sig.ra HW, attivisti anti-aborto in attesa all’ingresso dell’ospedale, hanno iniziato ad urlare che la madre volesse rapire la figlia per costringerla ad abortire e hanno chiamato la Polizia, che le ha portate in Questura.

L’allontanamento della ragazza dalla madre

(Da questo punto s’iniziano a diffondere ed insinuare i dubbi sulla buona fede della madre e s’inizia a prospettare il tentativo di privarla dell’affidamento della figlia ndr).

Alla stazione di Polizia, dopo essere stati interrogati, la madre e la figlia sono venute a conoscenza della decisione del Tribunale della Famiglia di Lublino che ha predisposto la limitazione dei diritti genitoriali alla madre e il collocamento immediato dell’adolescente in un Centro di Accoglienza Giovanile. Alla madre non è stato neanche consentito di accompagnare la figlia.
Durante la permanenza in questo centro, il prete K.P. l’ha visitata e gli ha rilevato che avrebbe presentato una richiesta per affidarla ad una madre single conosciuta nella sua parrocchia.

Intanto la madre, Il 6 giugno 2008, impugna la decisione del Tribunale, depositando il consenso scritto per l’aborto della figlia, presentato in precedenza anche all’ospedale di Lublino, e la dichiarazione della figlia, dove afferma di voler abortire e di aver preso in totale libertà questa decisione.
Quasi una settimana dopo, la ragazza è stata interrogata in ospedale da un giudice penale, in presenza di un procuratore e di uno psicologo, intorno alla sua volontà di abortire. Dall’interrogatorio, svolto in completa assenza di un avvocato e dei famigliari, la ragazza ha confermato di aver preso questa decisione senza alcun costringimento da parte della madre.

Solo il 14 luglio la ragazza ha potuto riabbracciare la propria famiglia, dopo che il Tribunale della famiglia di Lublino ha annullato la sua decisione relativa alla sua collocazione nel centro giovanile e, facendo un passo in dietro, ha ritenuto che non sussistessero motivi validi per privare i genitori dei loro diritti parentali.

Finalmente il 17 giugno 2008 il Ministero della Salute, dopo aver superato dei cavilli burocratici ed aver rilasciato l’autorizzazione all’aborto legale, ha inviato una macchina e la famiglia con la ragazza sono giunti a Danzica. La Ragazza è stata sottoposta ad un aborto in un ospedale pubblico, anche se la famiglia tiene a precisare che il viaggio a Danzica e l’aborto sono stati effettuati in modo clandestino, nonostante la risoluzione sia legittima. Di ritorno, la famiglia della ragazza è venuta a conoscenza che l’Information Agency Cattolic aveva diffuso la notizia del loro viaggio e dell’aborto su Internet.

La famiglia, protagonista di questa agghiacciante vicenda, avviò dei ricorsi contro ignoti, tra cui medici di Lublino e Varsavia, sacerdoti cattolici e membri di organizzazioni anti-aborto, accusandoli di aver esercitato pressioni sulla ragazza al fine di dissuaderla  dall’abortire. Il pubblico ministero ha rilevato che “non si era davanti ad alcun reato, perché la legge penale non stigmatizza i tentativi di convincere una donna incinta a portare a termine la gravidanza, fino a quando non sia usata violenza fisica”.
Venne fatto anche un ricorso nei confronti degli agenti di polizia e del medico WS, ma vennero anche essi respinti.

LA CORTE EDU – la madre e la figlia decidono di depositare un ricorso – nel tentativo di essere ascoltate e trovare giustizia per vie internazionali – alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la Polonia, lamentando di aver subito la violazione dell’art 8 CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) – sia per la determinazione dell’accesso all’aborto legale sia per la comunicazione dei dati personali dei ricorrenti – dell’art 5 CEDU paragrafo 1 (Diritto alla libertà ed alla sicurezza) e dell’ art 3 CEDU (Divieto della tortura), richiedendo un indennizzo di 100.000 EURO a titolo di danno non patrimoniale.

Presunta violazione dell’art 3 della Convenzione

I RICORRENTI – denunciavano che la loro figlia fosse stata sottoposta a sofferenze fisiche e mentali a causa e dei trattamenti inumani e degradanti subiti da parte delle autorità sanitarie e di polizia. E, in particolare, dopo la decisione del Tribunale del distretto di Lublino, la ragazza  racconta di “essere stata messa in una macchina della polizia, e portata in giro per ore senza cibo adeguato, acqua o l’accesso a servizi igienici. Nel rifugio era stata rinchiusa e non gli era stata fornita tempestiva assistenza medica nonostante stesse perdendo sangue vaginale e sentisse intensi dolori”.

Il GOVERNO – ritiene, dal canto suo, che non fosse stato sottoposto alla ragazza  un trattamento disumano e degradante, ma che avesse sofferto solo dello stress o del disagio, e che il trattamento che lamentava non avesse raggiunto il livello minimo di gravità tale da considerarlo una violazione del detto articolo della Convenzione.

Presunta violazione dell’art 5 paragrafo 1 della Convenzione

I RICORRENTI – lamentano di aver subito una sottrazione della custodia della figlia  illegittima, ai sensi del primo paragrafo del suddetto articolo:

“Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, salvo che nei casi seguenti e nei modi prescritti dalla legge”.

IL GOVERNO – sostiene che “la privazione della libertà è stata consentita nella maggior parte degli Stati, ai fini della supervisione della formazione di un minore e nel suo interesse da parte delle autorità competenti. Un tribunale potrebbe interferire con l’autorità dei genitori non appena una potenziale minaccia per gli interessi del bambino è venuto alla luce al fine di prevenire le conseguenze negative”. E prosegue affermando che “tale interferenza non era subordinata alle prestazioni inadeguate dei genitori o una misura di repressione contro i genitori stessi, ma una misura per la protezione del minore che al tempo stesso ha fornito assistenza ai genitori che non erano in grado di far fronte, in modo adeguato, alle loro responsabilità educative“.

La Corte di Strasburgo, con la sentenza del 30 Ottobre 2012, ha affermato, per sei voti contro uno,  che vi è stata violazione dell’art 8 della CEDU per quanto riguarda la determinazione dell’accesso all’aborto legale; All’unanimità che vi è stata violazione dell’art 8 della CEDU per quanto riguarda la comunicazione dei dati personali dei ricorrenti, e violazione dell’art 5 paragrafo 1 e dellart 3 della Convenzione. Stabilisce, in fine, che lo Stato convenuto debba versare ai ricorrenti 61.000 Euro a titolo di danno non patrimoniale.

In particolare :

foto di Maneesh Kaul

La Corte Edu, nella sentenza, ricorda che “ la funzione essenziale dell’articolo 8 è quella di proteggere l’individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche e che gli Stati hanno l’obbligo positivo di garantire ai propri cittadini il diritto al rispetto effettivo della loro integrità fisica e psicologica. Tali obblighi possono comportare l’adozione di misure adeguate, tra cui la fornitura di un mezzo efficace ed accessibile per proteggere il diritto al rispetto della vita privata ”.
E, soprattutto, analizzando la nozione di vita privata, la Corte ha affermato che “la nozione non è illimitata e che l’interruzione della gravidanza non si ritiene appartenere esclusivamente alla sfera della vita privata della madre. Quando una donna rimane incinta la sua vita diventa strettamente connessa con il bambino in via di sviluppo. Non si può dubitare che ogni decisione in materia di aborto è gravemente nociva per la madre. Ha effetti di lunga durata sul suo corpo e la psiche. Una donna che ha deciso di abortire per qualunque motivo drammatico deve essere trattata con la massima cura e protezione, in modo da evitare che la sua dignità rischi di essere minacciata ulteriormente. Tale obbligo di assistenza si basa in particolare sui funzionari statali responsabili di trattamento di tali casi ”.

Conclusioni

Analizzando questa vicenda (a dir poco agghiacciante), sorge spontaneo domandarsi come si può accettare che la profonda fede in una religione porti ad un accanimento, come nella vicenda appena descritta, tale da arrecare sofferenze – nella cieca convinzione di far del bene – ad una persona indifesa e debole; come una scelta privata può divenire caso pubblico rilevante a tal punto da impedire l’esercizio di un diritto riconosciuto; come la sorda opposizione ad una scelta intima può portare a limitare la libertà personale di una minorenne, a violarne la propria autonomia decisionale ed a dubitare dell’onestà  di una madre. Sono questioni che non riescono a trovare una risposta razionale, come irrazionale è questa drammatica storia, che mi porta a condividere sempre di più ciò che F. Nietzsche scrisse : “le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità“.

 

La sentenza è reperibile qui : CASE OF P. AND S. v. POLAND del 31 Ottobre 2012.

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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