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Grecia, la durata del processo sfiora il ventennio. Dalla Corte arriva la condanna!

Equo Processo – Sentenza Glykantzi v. Grecia, 30 ottobre 2012

Probabilmente nulla di nuovo. La Repubblica ellenica, al cospetto dei Giudici di Strasburgo deve, ancora una volta, rendere conto delle lungaggini del proprio sistema giudiziario.

Ed infatti, si faticano a contare tutte le volte in cui la Corte EDU è stata chiamata ad accertare il mancato rispetto da parte della Grecia del principio di ragionevole durata del processo. Come se i figli dei padri della prima democrazia d’occidente fossero restii a credere che la brevitas della giustizia si traduca in effettiva tutela dei diritti degli individui.

IL CASO – L’8 marzo 1996, la Signora Panagoula Glykantzi citava, innanzi al Tribunale di primo grado di Atene, il proprio datore di lavoro, l’Ospedale “Andreas Syn gros“, al fine di ottenere la restituzione della complessiva somma di 14.192,074 dracme, a titolo di mancata percezione del salario.

La prima udienza veniva fissata per il 20 novembre 1996, e su richiesta della ricorrente si stabilivano ulteriori udienze, fino a giungere, in data 31 Agosto 1999, alla sentenza di rigetto della sua richiesta. La Signora Panagoula Glykantzi si vedeva quindi costretta a proporre appello nel febbraio 2000. Circa due mesi dopo, la Corte d’appello di Atene confermava la decisione del giudice di primo grado.

Da qui una serie di innumerevoli rinvii tra Cassazione e Corte d’Appello: il 4 dicembre 2002, la Corte Suprema annullava la pronuncia d’appello e rinviava la causa al Giudice di secondo grado, e così ancora nel 2005, nel 2009, fino ad oggi. La vertenza, infatti, passerà al vaglio della Corte d’Appello il prossimo 6 Novembre 2012. Circa sedici anni e sette mesi di giudizio per l’adozione di un provvedimento che pare non voler passare in giudicato. La ricorrente greca lamenta, quindi, la violazione degli artt. 6 e 13 della CEDU, ritiene vi sia stata lesione del suo diritto ad ottenere un equo processo in tempi ragionevoli, ed ancora, di non aver potuto richiedere in sede nazionale un adeguato indennizzo del danno subito a seguito di detto ritardo.

In altri termini – a parere della Signora Panagoula Glykantzinon solo la Grecia sarebbe stata inadempiente per quanto attiene ai tempi di definizione dei giudizi, ma avrebbe altresì violato l’art.13 della Convenzionenella parte in cui non si è dotata di un meccanismo cui i cittadini possano ricorrere,quando la violazione sia stata commessa da soggetti che agiscono, per conto dello Stato, nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.

Ad avviso del Governo, nessuna infrazione vi sarebbe stata ed il decennio ed oltre di giudizio sarebbe ricollegabile alla sola condotta della ricorrente, alla sua richiesta di continue fissazioni d’udienza, nonché alla sua indecisione nel proporre appello e ricorso in Cassazione.

CORTE EDU – La ragionevole durata del processo – ricorda la Corte – non è una valutazione incondizionata, ma passa attraverso l’esame della complessità della causa, del comportamento delle parti e dei Giudicanti nazionali. Ebbene, nel caso di specie anche a voler tener conto della condotta poco “diligente” della Signora Panagoula Glykantzi, pare non potersi tollerare il termine di quasi vent’anni per lo svolgimento di tre gradi di giudizio. E ciò anche laddove si accogliesse l’ipotesi prospettata dal Governo ellenico, ovvero che a causa del comportamento della ricorrente il giudizio ha subito un rallentamento pari a quattro anni.

Dodici anni per ottenere il riconoscimento e la liquidazione del proprio salario, lascia ad intendere la Corte, sia ugualmente un tempo incompatibile ed eccessivo con con quanto disposto dall’Art. 6 della CEDU. Ma l’infrazione perpetrata dalla Grecia è anche d’altra natura. I Giudicanti di Strasburgo sono infatti concordi nel sostenere che la Repubblica ellenica non ha predisposto alcuno strumento che consentirebbe alla ricorrente di agire per la tutela del proprio diritto ad ottenere la conclusione del giudizio in tempi ragionevolmente brevi.

Inefficace è evidentemente il rimedio suggerito dal Governo: l’instaurazione di nuovo contenzioso, sulla base degli artt. 104 e 105 della legge introduttiva al codice civile nazionale, in cui parte in causa è lo Stato, risulta infatti artificioso, poco garantista e, ad ogni modo, poco effettivo. Più opportuno sarebbe un giudizio pensato ad hoc, con un organo giudicante deputato al trattamento di detti affari. Forse, ed in via generale – suggerisce la Corte – non sarebbe da ignorare l’idea di aumentare il numero dei giudici, dei palazzi di giustizia e di informatizzare la macchina burocratica in vista di un funzionamento più celere ed efficace.

È su queste basi che si fonda la condanna della Grecia a risarcire in favore della sua cittadina le somme di euro 3.000 e di euro 10.000, rispettivamente per il danno patrimoniale e morale patito dalla stessa.

Da qui l’allarmismo diffuso tra i governanti greci e non solo di attuare un sistema che riesca ad evitare condanne in sede europea, quasi a ricordare che solo col timore della sanzione si superi la fatica, quasi viscerale, ad accettare che la violazione del principio della ragionevole durata del processo sia una vera e propria violazione dei diritti dell’uomo.

Al di là delle vicende economiche, è il fattore culturale il più difficile da superare..

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Glykantzi v.Grecia  del 30 ottobre 2012

 

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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