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Violenze domestiche e impunità per il marito: la giustizia rumena fallisce

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza E.M. V Roumanie, 30 ottobre 2012

È la storia della giustizia che fatica ad entrare nelle mura domestiche, come se l’onere della prova diventasse qui troppo gravoso, e mai pienamente assolto. E’ la fase discendente della parabola giustizia nel punto in cui incontra la saggezza popolare di quanti ricordano che “i panni sporchi si lavano in casa”. E.M., cittadina rumena subisce continue minacce e aggressioni da parte del marito, I.B., sotto l’occhio vigile della loro figlia, BAM. A nulla servirà la documentazione medica prodotta in giudizio e inattendibili saranno ritenute le dichiarazioni rese dai testimoni.

IL CASO – Il 4 marzo 2004, I.B. minaccia di morte la moglie, intimandole di abbandonare la casa coniugale.

La reazione incredula di E.M. scatena l’ira del marito che vale a provocare traumi contusivi ed estesi ematomi sugli arti della donna ed una grave compromissione dello stato psicologico della bambina. Sono inutili le denunce alle autorità competenti: tanto gli organi inquirenti quanto i giudicanti ritengono non sufficientemente provati i fatti di “aggressione, minaccia ed insulto” così come prospettati dalla Signora E.M.

Ed invero, se il Giudice di prime cure condanna I.B. al pagamento di un’ammenda nella misura di 10 milioni del conio nazionale, il Giudicante di secondo grado, la Bucarest County Court, con sentenza del 9 giugno 2005, ritiene di dover annullare la decisione resa in primo grado ed assolvere in toto l’imputato valutando non raggiunta la prova regina della colpevolezza.

I testimoni indicati dalla difesa sono considerati inattendibili, perché intervenuti in un momento successivo al fatto di violenza denunciato, e per quanto non possano esservi dubbi sulle lesioni riportate sul corpo della donna, esiguo è il numero di giorni -circa 9- di cure mediche indicato nel certificato medico prodotto in giudizio. Da qui la non gravità di quanto accaduto.

E se a ciò si aggiunge l’assenza di procedimenti penali a carico dell’imputato, l’equazione dell’assoluzione risulta miracolosamente integrata.

CORTE EDU La questione giunge alla Corte EDU il 5 dicembre 2005: la ricorrente, Signora E.M., lamenta l’inefficacia ed inadeguatezza delle indagini condotte dalle autorità romene. La Corte infatti accerta la violazione dell’art. 3 della CEDU da parte della Romania. Atti disumani e degradanti  sono stati perpetrati dunque ai danni della ricorrente e  lo Stato rumeno non ha fornito alcuna tutela efficace.

O meglio, le norme di diritto interno ed internazionale vigenti sono state attuate con modalità tali da risultare lesive del complesso di valori sottesi al citato articolo 3.
La legge n 217 del 2003, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza domestica, la Raccomandazione Rec (2002) n. 5 del 30 aprile 2002 sulla protezione delle donne contro la violenza, la Convenzione del Consiglio d’Europa a Istanbul sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne del 11 maggio 2011 sono tutte norme ampiamente disattese, pur nella loro cogenza.

Farraginoso – valuta la Corte – è certamente stato il quadro probatorio rappresentato nelle aule di giustizia nazionale, ma col medesimo grado di certezza deve affermarsi la superficialità delle determinazioni assunte dai giudicanti.
In altri termini, l’obiettivo accertamento medico prodotto avrebbe meritato ulteriore approfondimento, pur in presenza di testimonianze di dubbia attendibilità.

Lo Stato di diritto, quand’anche lo si ritenesse attuale, ne è uscito gravemente compromesso: il sistema penale della Romania ha pregiudicato, a parere della Corte, l’identificazione e la punizione del responsabile.
Da qui, all’unanimità, i Giudici della Corte ritengono la condanna della Romania al risarcimento nella misura di 7.500 euro per il danno non patrimoniale, oltre ad un forfettario di euro 178 per le spese processuali sostenute.
Questo l’epilogo di un diritto violato all’interno della prima cellula sociale, dove la riservatezza diviene segretezza.
La Corte ha preferito tacere sulla stessa identità della ricorrente.

 

La Sentenza in originale è reperibile qui: AFFAIRE E.M. c. ROUMANIE del 30 ttobre 2012

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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