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Appunti e disappunti sullo Stato Sociale

Festival del diritto: esiste un “futuro dello Stato sociale”?

Non poteva di certo mancare nella più attesa kermesse piacentina, giunta ormai alla sua quinta edizione, un dialogo su futuro dello stato sociale. Questione che, sabato 29 ottobre nella sede del Palazzo Galli, diventa un crocevia di pensieri riflessioni e spunti per un futuro non tanto lontano.

al tavolo da sx: Silvana Sciarra, Maurizio Landini, Tonia Mastrobuoni, Pietro Reichlin, Alessandro Mangia (foto da www.festivaldeldiritto.it)

A Tonia Mastrobuoni, giornalista de “La Repubblica”, l’arduo compito di moderare il dibattito tra Pietro Reichlin, Professor of  Economics alla LUISS G.Carli,  Alessandro Mangia, Preside della Facoltà di Giurisprudenza piacentina dell’Università Cattolica, Silvana Sciarra,  docente di Diritto del lavoro e Diritto sociale europeo all’Università di Firenze, e Maurizio Landini, segretario generale della FIOM, i quali hanno esaminato la fenomenologia dello Stato Sociale, sin dalle sue origini, modulando dati di carattere storico ad espressioni economiche in termini statistici. Non mancano i richiami (d’obbligo) alle fasi politiche madri di riforme più o meno condivise. Tra i presenti in sala c’era anche Stefano Rodotà promotore scientifico del Festival.

Il risultato? Un confronto che certamente invoca un cambiamento.

Pietro Reichlin: Lo Stato Sociale è vivo ma è cambiato

“Lo Stato sociale è vivo, anzi è  aumentato” Pietro Reichlin non raffigura lo Stato Sociale come stretto tra la morsa della globalizzazione, sotto lo sguardo impavido dell’ospite inatteso: la crisi economica. Dagli anni ’80 ad oggi Germania, Stati Uniti e Italia hanno visto crescere il loro stato sociale rispettivamente del +43,9% , +48 % e +66%.

Ma quanto fa lo Stato per aiutare concretamente i cittadini? La risposta richiede una valutazione che deve esser fatta sulle singole voci che compongono la spesa sociale.“L’Italia spende meno di tutti! Solo il 32% del PIL riguarda la spesa sociale complessiva, di cui il 60% è dovuta alle pensioni; la Francia spende di più col 36,9%”. Fa riflettere anche “1,9%, dato ISTAT è quanto l’Italia spende in politiche attive di rstrutturazione del lavoro, contro il costo medio europeo del 5,2%”.
I costi dunque vanno rivisti e le critiche consuete ribaltate “perché proprio una situazione si sicurezza rende il cittadino più produttivo a compire scelte anche rischiose”.

Sul tema pensioni Reichlin è nettamente favorevole all’ultima riforma, in assenza, sostiene “ci si sarebbe imbattuti in un grave errore, saremmo andati in pensione con una pensione maggiore rispetto ai contributi versati commettendo una grave ingiustizia per i giovani”. In effetti, spiega subito dopo, tutti i paesi prima o poi saranno costretti ad innalzare l’età pensionabile.

Allora come risollevarsi? “Si agli investimenti ma con riduzione della spesa pubblica”.

E il resto dell’Europa come ha affrontato la situazione? “In Germania la situazione pre-riforma garantiva al cittadino disoccupato di ricevere, nel primo stadio, il 65% dello stipendio sino ai 32 mesi successivi, mentre nel secondo stadio, il 50% sino alla pensione”. Le riforme del 2012 hanno cambiato i sussidi ai lavoratori sostituendone uno universale. Risultato? La disoccupazione in Germania è calata dall’11% al 6%. Uno sguardo invece ai Paesi scandinavi, a supporto del fatto che lo Stato Sociale non è diminuito ma è semplicemente cambiato, nei suddetti Stati esiste un sistema di controllo e condizionamento dei sussidi alle azioni, ciò comporta sì un rilevante intervento statale ma in compenso rende i cittadini attivi, li responsabilizza, anche quando ricevono dei sussidi.

Silvana Sciarra e un messaggio di moderato ottimismo

Silvana Sciarra esprime un “messaggio di moderato ottimismo”, perché alla critica della debolezza dei diritti sociali si contrappongono una serie di misure varate dall’Unione Europea le quali tendono migliorare le condizioni di lavoro e dunque si inseriscono in un processo di innalzamento del livello dello stato sociale.

Porta ad esempio un Regolamento dell’UE in tema di aviazione civile permetterà ai lavoratori l’applicazione del trattamento normativo e salariale più conveniente dello Stato in cui c’è la prestazione prevalente di servizio. Inoltre una Direttiva europea darà diritto alle cure mediche non ospedaliere: “abbiamo quindi una crescita delle prestazioni che i lavoratori e i cittadini possono pretendere muovendosi all’interno degli Stati membri”.
Ma si sa lo stato sociale ha il suo costo, e allora perché non aspettarci una maggiore spesa sociale europea nella riforma di budget attesa per il 2014?

Silvana Sciarra cita il Rapporto indipendente del Ministro Barca, il quale parla di “inclusione sociale” in sostanza di fondi europei utilizzati per ridurre le disuguaglianze, le differenze tra le zone più forti e distretti meno floridi, “bene, questo dato è cresciuto”. È cresciuto in definitiva uno strumento indispensabile che consente all’Unione Europea una sempre più adeguata  risposta alle aspettative di pari opportunità.

Confortanti risposte arrivano dai contratti aziendali, in risposta al silenzio dello stato sociale. La prof. Sciarra si riferisce alle misure di intervento non convenzionale, ad esempio: “welfare aziendale, benefit, libri per i figli”. Degno di nota anche l’attivismo delle banche nel “raggiungere” le imprese con strumenti di sostegno come ha fatto Unicredit firmando un accordo con Rete Imprese Italia concernente corsi di formazione gratuiti per i lavoratori. Particolarismi che scelgono una strada comune, quella di un apporto alternativo – e discutibile –  allo stato sociale.

Per Alessandro Mangia non è un problema di modelli

Alessandro Mangia (foto da www.festivaldeldiritto.it)

“Esistono più stati sociali? E qual è il migliore?” Chiede la Mastrobuoni. Tra i modelli conoscitivi possiamo sicuramente individuare quello del nord Europa, quello del sud Europa, o ancora quello anglo-sassone, “ma piuttosto che comparare e costruire modelli” Mangia preferisce porre l’attenzione sul dato storico. E sì perché “non c’è molto interesse a comparare stati diversi con una differente popolazione”, forse cercare una linea comune non porterebbe a nessun risultato concreto.

Innanzitutto è interessante osservare, tenendo ben presente la forte disparità territoriale, ciò che è successo in Italia.
Lo stato Sociale ha garantito sì i diritti sociali “ma questa è solo una parte di Stato Sociale, in realtà esso nasce come interventore attivo nell’economia, come fonte di redistribuzione e riequilibrio all’interno della società”. Contestualmente intorno agli anni ’30 si sviluppa la tutela delle esigenze dei lavoratori dei singoli cittadini, sino ad arrivare allo Stato sociale odierno.

“Nel nostro paese la partecipazione del pubblico nei processi economici trova fondamento negli artt. 41 e 43 della Costituzione”, ma da vent’anni a questa parte ciò è venuto meno. Questa rivoluzione ha conservato i diritti ma ha fatto venir meno le premesse organizzative affinché ci potesse essere un intervento di riequilibrio pubblico nella società. Un esempio? La sanità. L’OCSE colloca L’Italia al secondo posto in Europa: è evidente la forte disparità nel territorio tra i costi ed i servizi erogati. Questa situazione schizofrenica è il frutto non solo della Legge amato che nel ’92 ha sancito l’aziendalizzazione della sanità, ma anche dell’autonomismo regionale. “Sino al ’92 i costi erano si diversi ma omogenei, dopo il 92 ci sono state divaricazioni”.

La Lombardia adopera il sistema dell’autorizzazione, in Toscana invece vi è un sistema a concessione. “Sono certamente due modelli diversi ma la qualità è prossima e i costi sono sostenibili”, secondo Mangia non è dunque un problema di modelli, ma di qualità dei servizi che non può certo esser disgiunta dalla sostenibilità dei costi.

Maurizio Landini, Stato sociale: più sicurezza economica per i cittadini

Maurizio Landini e Tonia Mastrobuoni

“Noi siamo di fronte a politiche che stanno smantellando lo stato sociale”. Landini non condivide l’ultima riforma delle pensioni, perché “non va verso l’estensione dello stato sociale” che sta subendo una sorta di privatizzazione, anche a livello europeo, a causa della riduzione del debito pubblico.
I risvolti tragici di questa involuzione porteranno ad una messa in discussione dei diritti, “bisogna procedere invece verso un’estensione delle tutele”.

Landini esprime tutto il dissenso come rappresentante di parte sociale, nei confronti di logiche economiche che distorcono sempre più e allontanano i lavoratori dall’effettivo esercizio dei diritti.

La crisi economica si tramuta in crisi sociale nel momento in cui l’uomo – il lavoratore, il padre di famiglia – non è più libero di scegliere, perché schiacciato da dinamiche che non sono certamente a suo favore, e nel momento in cui l’uomo non è  più libero di scegliere lo Stato Sociale ha perso in partenza.

Conclusioni

Un lungo convegno nel quale vengono a galla tutti i difetti e le mancanze di uno Stato Sociale inadeguato, che accenna riforme, cambiamenti di rotta, ma che risulta, in buona sostanza, distante dal rispondere alle esigenze di un determinato sistema, sia esso macro o micro.

Ma cerchiamo di dar corpo a queste considerazioni. Senza andar tanto lontano il 2 marzo 2012 l’Italia, insieme ad altri 24 paesi, ha ratificato il così detto “Fiscal Compact” , Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria,  che come spiega Mangia, porterà il nostro paese ad una riduzione della spesa pubblica annuale del 5,6%.
È cambiato l’art. 81 della Costituzione “perché l’Europa lo impone”.
È facile intuire, fatte queste premesse, quali saranno i risvolti, ovvero in quali settori avvertiranno delle significative restrizioni.

Ma l’Europa ha reagito allo stesso modo? Tutti Paesi europei hanno deciso che si comprimesse incondizionatamente lo Stato Sociale? Ad onor del vero, continua il professore, “gli stati che avevano urgenza di approvare misure di redistribuzione  del reddito a livello sociale, hanno inventato le riserve di bilancio” ciò a permesso un adeguato controllo, una reale salvaguardia dello Stato Sociale.

La classe politica è la vera grande assente, attore fuori parte. Non è più in grado di decidere, pianificare misure di sistema ponderate, lasciando al caso i risultati delle non-scelte, lasciando uno spazio vuoto che nessuno dovrebbe occupare, se ancora questa è una Repubblica.

 

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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