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Solidarietà: la storia di un’idea che si fa diritto

Festival del Diritto: Stefano Rodotà spiega “Da dove viene la solidarietà”

Parlare di solidarietà è facile. Ma spiegarne il significato non lo è affatto. L’origine della solidarietà rappresenta una difficile prova di ricostruzione storica, filologica e culturale: si deve indagare nei fatti che l’hanno prodotta, nell’accezione semantica che ha assunto e infine nel significato vivente e sentito nella cultura, ossia nel bagaglio condiviso di conoscenza. La solidarietà nel tempo cambia di significato e anche di nome: è un’evoluzione continua e mai ferma, una metamorfosi progressiva e inarrestabile. Non potremmo mai capire di quale solidarietà si parla oggi se non ripercorrendo le vicende delle altre solidarietà (fraternità, carità, solidarietà passiva e attiva ecc): e non potremo mai vedere gli orizzonti futuri della solidarietà se non prendendo consapevolezza della sua consistenza fino ad oggi.

 

Rodotà e fellegara

Stefano Rodotà e Anna Maria Fellegara (foto da www.festivaldeldiritto.it)

Il tema della solidarietà è fondamentale in questa 5° edizione del Festival del Diritto, intitolata proprio “Solidarietà e conflitti“. A spiegarci cosa sia la solidarietà è il deus ex machina del Festival: Stefano Rodotà, responsabile scientifico del Festival e promotore di questo evento unico nel panorama nazionale. Stefano Rodotà è prof. emerito di Diritto Civile presso l’Università “La Sapienza” di Roma, ha partecipato alla stesura della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea; è stato deputato per tre mandati nel periodo compreso tra 1979 e 1994, quando decide di non ricandidarsi: ci racconta “mi sono autorottamato in tempi non sospetti“. È stato presidente dell’Autorità Garante perla protezione dei dati personali dal 1997 al 2005. È uno dei dottrinalisti italiani più attivi e più conosciuti all’estero: i suoi libri sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese. Ad introdurlo, nello suggestiva atmosfera della Sala dei Teatini, Giovedì 27 Settembre – primo giorno del festival – ,è Anna Maria Fellegara, prof. ordinario di Economia Aziendale presso l’Università Cattolica e presidente del Comitato promotore del Festival del Diritto.

La storia di un’idea

La solidarietà. Come scrive nel titolo della sua opera Blais Marie-Claire, la solidarietà è laStoria di un’idea: un’idea ricorrente e ossessiva nelle rivoluzioni e nelle teorizzazioni, un anelito di umanità, ma anche di ordine e di pace. La solidarietà è un’idea e come tale può essere rubata, alterata e fraintesa: ma questo basta a renderla migrante e in continua evoluzione, capace di penetrare nella coscienza sociale e filtrare nelle realtà giuridiche che, con varie resistenze, infine la rivestono di dignità giuridica, rendendola obbligatoria e fondamentale.La “nostra” solidarietà è un’acquisizione della tarda modernità. Prima esisteva una qualche solidarietà, tuttavia o non aveva il significato che intendiamo, oppure esisteva in un’approssimazione di significato ma aveva altro nome – e così anche caratteri differenti.

La solidarietà è spesso rivendicata dal Cristianesimo come un tassello essenziale della propria religione: ma si parla però di carità. La prof. Fellegara nell’introdurre l’incontro parte proprio dalla Bibbia: “la solidarietà è patrimonio della religione?”. Nell’Esodo, Libro VI si racconta dell’aiuto che Jahvè rivolge al popolo eletto per superare gli stenti del viaggio successivo alla fuga dall’Egitto. Il popolo d’Israele riceve ogni giorno la manna, il pane degli angeli che scendeva dal cielo, ma poteva servirsene con due cautele:

  • ciascuno poteva prenderne la quantità necessaria ai propri bisogni e non di più: la misura eccedente marciva divenendo immangiabile;
  • la manna disponibile ogni giorno era sempre maggiore di quella necessaria per il fabbisogno degli ebrei: quella rimasta spariva poi misteriosamente.

Ma vietare la conservazione della manna significava opporsi alla proprietà: in questo episodio la carità si manifesta come “freno all’accumulazione della proprietà“.

Passando dal cielo alla terra, il concetto di solidarietà maturò molto presto nel diritto: ma non era la solidarietà attuale. I giuristi medievali conoscevano la figura della solidarietà fra debitori e creditori. Un istituto che fotografava una realtà economica: c’è un’obbligazione con più persone che devono pagare il creditore (solidarietà passiva) o più creditori che attendono il pagamento da un solo debitore (solidarietà attiva).
Questa nozione giuridica forse ispirò Diderot e D’Alembert, i due intellettuali francesi che nella loro opera “Encyclopédie, ou dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers” del 1751 inserirono la parola Fraternità.

Tra il ‘500 e il ‘600 si modella una sistema solidaristico adatto alla società dell’ancient regime. Gli uomini sono uguali per natura o volontà di Dio, e ove ve ne siano di più ricchi e di più poveri, i più ricchi – lungi dall’essere messa in discussione la loro ricchezza  e i loro privilegi – hanno il dovere di soddisfare i bisogni – nella misura minimamente necessaria – dei poveri.

Così nel “Discours de la servitude volontaire” Étienne de La Boétie scrive: “la natura ci ha fatto tutti di una medesima forma, e come sembra col medesimo stampo, affinché noi ci si riconosca scambievolmente tutti compagni o meglio fratelli”. Il rapporto solidaristico è mediato dalla “Compagnage” e dalla “Fraternité“. Le persone devono vivere aiutandosi vicendevolmente, perché la natura “non ha inteso porci in questo mondo come in un campo di battaglia, come briganti armati“, “non voleva farci uniti tutti, ma tutti uno“.

John Locke nel suo Primo trattato sul Governo parla di carità, la quale fonda il “diritto al sovrappiù dei beni di questo mondo” per tutti coloro che ne abbiano bisogno per sopravvivere.

Quindi una solidarietà – chiamata fraternità o carità – tesa a giustificare la sparequazione economica e sociale fra i diversi ceti dell’ancient regime e a rinvenire uno spirito solidaristico che nella realtà dei tempi rimase largamente infruttifero. La “disparità nelle fortune“, sia fisiche che economiche, lungi dall’essere messa in discussione nel suo fondamento, deve essere compensata dall’altruismo di chi gode di queste fortune.

La Fraternité rivoluzionaria

La Rivoluzione Francese spazza via tutto. Demolisce il modello sociale dell’ancient regime e fonda un nuovo concetto di solidarietà.
Una solidarietà nuova, che abbandona la provenienza naturalistica o divina: alla “naturalità della solidarietà si sostituisce l’artificio del diritto“.
I rivoluzionari inneggiano sempre – dall’esplosione della rivoluzione fino al suo epilogo, il Termidoro – ad un trittico di parole importantissimo: “Liberté, Égalité, Fraternité“. Ma se libertà ed eguaglianza danno subito propri frutti, come nella libertà religiosa ed economica e nella eguaglianza civile, tutt’altro si può dire della Fratellanza: è poco più che “un atteggiamento mentale” , un valore morale che soffre del paragone con gli altri valori rivestiti di una veste giudica.

Nella nuova Francia vige lo Stato di diritto e perciò tutto è diritto. Anche la Fraternità, ma in modo diluito, latente e anche contraddittorio.
Con la legge Le Chapelier – dal nome del deputato che ne fu l’ideatore – nel 1791 venne vietato lo sciopero e insieme ogni forma di associazione tra persone che svolgono lo stesso mestiere (lo sciopero diverrà lecito solo nel 1864). La scelta di fondo è statualista: rimuovere tutti i corpi intermedi – anche quelli che aiutano il prossimo come le realtà mutualistiche – per lasciare l’individuo solo difronte allo Stato, incontrastabile e onnipotente. Si dice che “la persona non può separarsi dalla cosa pubblica“.

Quindi c’è una solidarietà, ma è molto vaga e sconclusionata, è sottratta ai privati – che non possono autotutelarsi con azioni di classe – monopolizzata dallo Stato e funzionalizzata ad aggregare gli individui dentro la Nazione.

Il 18 Brumaio dell’anno VIII, secondo il calendario rivoluzionario – ossia il 9 Novembre del 1799 per quello gregoriano –  Napoleone consuma il suo colpo di Stato, avviando la Francia verso un quinquennio glorioso: è l’era napoleonica.  Fin da subito, il generale corso spiega ai francesi le ragioni del suo gesto stendendo un manifesto politico; nel manifesto si ripropone lo storico trittico di parole, con una variazione significativa: la Fraternità è sostituita con la Proprietà.

La proprietà risponde ad una logica opposta a quella della Solidarietà: da un lato il proprietario è legato ad un bene e vanta un diritto – di proprietà – che è “il diritto ad escludere gli altri” dal godimento del bene; dall’altro la solidarietà crea legami tra gli uomini di condivisioni di beni e ricchezze. Le due voci sono tendenzialmente antitetiche: una affermazione così assoluta della proprietà lascia poche speranze allo spirito solidaristico.

Che Napoleone utilizzi la proprietà come strumento di consenso è palese: durante la rivoluzione, le continue nazionalizzazioni di beni avevano demolitola grande proprietà, e mentre molti francesi si giovarono della distribuzione di quelle terre – sottratte agli emigrati, ai nobili, al clero e ai nemici della rivoluzione – per divenire essi stessi proprietari, una serie di interventi del droit intermedie frazionavano la proprietà alterando il regime successorio – parità successoria e divieto di diseredazione.
Insomma, la Rivoluzione Francese aveva creato i proprietari, ora spetta a Napoleone difenderne gli acquisti rivoluzionari.

Restaurazione e XIX secolo

Otto von Bismarck

Al termine dell’era napoleonica col Congresso di Vienna del 1815 la Francia regredisce nella Restaurazione: nell’ ‘800 le protagoniste nell’evoluzione della solidarietà sono altre: pensiamo al Regno Unito e alla Germania.

Quanto al Regno Unito, si dirà poi, negli anni ’60 del XX secolo, che proprio fra gli inglesi era maturato il primo modello di Stato Sociale: nel 1830 infatti è adottata la Legislazione sul lavoro delle donne e dei fanciulli, primo esempio di intervento dello Stato nel garantire – primordiali – diritti sociali.

La Germania conosce invece sotto Bismarck il primo sistema previdenziale – nel 1881 – seguito dall’introduzione dell’assicurazione contro malattia, vecchiaia e infortuni – nel 1883: interventi che l’Italia adotterà soltanto sotto Giolitti, 20 anni dopo.

Ma il significato di questa solidarietà è diverso: non serve a creare una Nazione come volevano i rivoluzionari francesi, ma a preservare i vertici di potere e armarli del consenso necessario per evolvere i loro interessi. Non si creda che Bismarck amasse i ceti più poveri, o fosse spinto da un esprit solidaristico verso le masse popolari: piuttosto voleva unire la Germania e poteva ben poco senza l’appoggio dei tedeschi.
La solidarietà si atteggia a “costruzione politica dei ceti politici“, come scrive Mariuccia Salvati.

La solidarietà nel ‘900

Nel ‘900 il concetto di Solidarietà si complica. Lo spirito di solidarietà reciproca degli uomini si commistiona con spinte internazionalistiche, divenendo protagonista di vicende internazionali: perché mai tanti francesi, tedeschi, inglesi e ancora tanti italiani si recavano nella Spagna deturpata dalla guerra civile a portare le armi e lasciarci, spesso, la vita? Per “Solidarietà politica“, come recitavano i membri della brigata tedesca in Spagna. Una solidarietà che trascende i confini nazionali: “la nostra patria è a Madrid!“.

Ma ancora la solidarietà diventa oggetto di una sfida: con al fine della II Guerra mondiale si affrontano due modelli mondialisti: Capitalismo e Comunismo. Tocca all’Occidente dimostrare che la tutela dei diritti civili e politici – fondanti una democrazia e sconosciuti oltre la cortina di ferro – e soprattutto la tutela della proprietà individuale, possono conciliarsi – nonostante le naturali ed evidentissime frizioni – con i diritti sociali o di prestazione – alla cui somministrazione la realtà comunista vota la totalità delle proprie energie. Ecco la “solidarietà obbligata“, ecco il grande “compromesso social-democratico“. Nella sfida continua fra modelli politi e economici, l’Occidente non può perdere nel campo della solidarietà: in ballo c’è la propria credibilità politica, in ballo c’è la vittoria sul comunismo.

Il ‘900 poi conosce le prime, vere  costituzioni.

La Costituzione Francese del ’46 parla di solidarietà come “uguaglianza davanti alle calamità naturali“, quasi ad intendere che ove non vi siano tragedie naturali, si può ben fare a meno della solidarietà.

La Costituzione Italiana sta agli antipodi: è una costituzione lunga e ricca di diritti sociali. Si parla di solidarietà all’art 2 Cost:

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge al sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Ma non basta citare una articolo per esaurire i riferimenti alla solidarietà: la nostra Costituzione è colma di solidarietà.

Crisi della solidarietà

Un secolo porta molti cambiamenti: la solidarietà durante il XX secolo- almeno nel suo significato tradizionale – è entrata in crisi a causa di vari fattori:

  1. La restaurazione liberista post’89: con la Caduta del Muro di Berlino – simbolo della fine del comunismo nell’URSS e della rivoluzione dei rapporti geopolitici globali – la promessa della solidarietà nei sistemi occidentali perde di utilità politica: non esiste più un modello antagonista da superare nella corsa alla solidarietà. Finito il comunismo, il gioco della solidarietà non vale più la candela e il modello proprietario mostra con nuova forza la sua incompatibilità col modello solidaristico.
  2. Il Rifiuto dell’Universalismo nella cultura del ’68: i sessantottini agitano obbiettivi politici singoli e non comuni e si discostano dall’idea di solidarietà.
  3. Il pensiero femminista: accanto ad una rimodulazione linguistica – si passa dalla Fratellanza alla Sorellanza – si vuole alterare il modello sociale tradizionale, basato su una dimensione privata ricca di solidarietà – che grava sulla donna nella famiglia – e una pubblica di lavoro e proprietà – tutta maschile. La società attribuiva ruoli di genere, perciò il femminismo ne critica le colonne portanti, come la solidarietà.
  4. I Pacs francesi: i patti civili di solidarietà fra persone che non vogliono o non possono legarsi in matrimonio rispondono ad un’esigenza precisa. L’amicizia, il reciproco rispetto e affetto o un dettame morale non bastano a creare rapporti solidali stabili e duraturi fra le persone: è necessario il ricorso ad una artificio giuridico, come i Pacs, che garantisca un’unione di diritti e doveri fra due persone.
  5. Il Commercio Equo e solidale: cioè quella forma di commercio internazionale con cui l’agente economico non vuole massimizzare il profitto, ma piuttosto investire gli introiti in una certa realtà sociale, difficile e arretrata, per migliorare le condizioni di vita di coloro che ci vivono.
  6. Un diritto alla salute oltre le frontiere: molti brevetti farmaceutici – come per farmaci in grado di curare malaria e morbillo – sono talmente costosi da non essere accessibili in molte aree del pianeta: così ha preso piede nel c.d. Sud del Mondo la pratica di utilizzare comunque i farmaci pur non pagando nulla all’inventore, perché in gioco stanno le vite di molte persone. Qui la solidarietà nel diritto alla salute ha consentito il superamento del diritto industriale sui brevetti.
  7. Ambiente, immigrazione e interventi umanitari:sono tutti settori di intervento, dove la solidarietà è confortata da discipline normative di garanzia e si creano nuovi concetti – e nuovi equilibri – fra i diversi interessi in gioco.

Considerazioni finali

Cosa è rimasto della solidarietà, oggi? L’argomento è confuso da moltissime ambiguità e appare meno chiaro che mai.

A volte di tutti i discorsi sulla solidarietà rimane “L’attesa della povera gente“, dal titolo del libro di Giorgio La Pira. Ma  “i diritti sociali non possono degradare nei diritti della povera gente“: la solidarietà non è elargizione compassionevole verso chi è in difficoltà, la solidarietà non è carità: è un diritto! La solidarietà funge da collante sociale e insieme criterio ermeneutico nell’approccio all’ordinamento. Come diceva il cardinale Tettamanzi nel discorso di Sant’Ambrogio: la solidarietà è “non un dono grazioso a chi non può, in una logica che riduce il bisogno a merce“,”è una virtù civile“.

(foto da www.festivaldeldiritto.it)

Alcuni vedono nelle vicende quotidiane molteplici “certificati di morte della solidarietà“, e la danno per spacciata. Parlano di un “tramonto globale della solidarietà e dei diritti sociali”, come se della solidarietà rimangano solo belle parole e tanta nostalgia. Ma così non è. Quello della solidarietà è un principio ancora vivo e pulsante, capace di fornire alla gente – e non solo alla povera gente – gli “strumenti della lotta civile e politica”: finché ci saranno norme sulla solidarietà, quelle norme potranno invocarsi nelle sedi opportune di tutela. Guai a dimenticarselo, perché dimenticare i propri diritti significa segnare la morte di quei diritti!

Infine, conclude Rodotà, è possibile “una rinascita dell’uomo solidale?” riferendosi al nuovo traguardo solidaristico: il volontariato. Già la Corte Costituzionale, con una sentenza del 1992, aveva riconosciuto l’importanza di questo strumento, definendo il volontariato “la più diretta realizzazione della solidarietà sociale”, “libera e spontanea espressione della propria socialità che caratterizza le persone stesse“. Oggi il volontariato è in espansione, come fulcro di una nuova solidarietà, realizzata tramite la sussidiarietà orizzontale dei volontari.

Ma queste ambiguità creano il “rischio di perdersi tra i mille rivoli della solidarietà e sussidiarietà“, nonché “il rischio di mettere da parte la politica“. La politica non può esonerarsi dal dibattito solidaristico, non può dimenticare i diritti sociali e considerarli acquisizioni già fatte e finite, da lasciarsi poi all’interpretazione dei giudici o alla parsimonia dei generosi. La politica deve ingegnarsi nel creare “nuove istituzioni di solidarietà” affinché questa parola tanto piena di significato non scada in un ricordo lontano.

 

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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