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Le aspettative per una giustizia solidale: Giustizia riparativa

Festival del Diritto: “Una giustizia che cura: tra utopia e ipotesi di lavoro”

Le critiche sul sistema penale in Italia sono molte. Sebbene si continui a mettere in luce le molte disposizioni pregevoli del nostro ordinamento, non si può non notare quanta discordanza vi sia tra l legge scritta e la sua applicazione. Non solo, vi sono degli aspetti che necessitano un intervento del legislatore ex novo: ad esempio porre al centro dell’attenzione le esigenze della vittima nel momento processuale. In merito a questo e verso molto altro si articola la tavola rotonda tra la professoressa Claudia Mazzucato, docente di diritto penale all’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, l’avvocatessa dell’associazione di volontariato Oltre il Muro Onlus e di Libera Vincenza Rando e Maddalena Rostagno, figlia di Mauro Rostagno sociologo e giornalista, morto in un agguato mafioso.

Che cosa si possa intendere per solidarietà nella giustizia è davvero un ottimo interrogativo in un sistema penale totalmente reocentrico. Effettivamente in assenza di un indiziato di reato, non può esistere un processo; né tanto meno il raggiungimento di una verità. Allo stesso tempo però, il raggiungimento del risultato processuale sembra alquanto ambiguo: il presunto colpevole, al fine di salvaguardare la sua libertà più importante, ovvero quella fisica, non è psicologicamente invitato a dire la verità, ma semmai a trovare con il proprio rappresentante, il proprio difensore, la migliore strategia per nascondere quel che ‘’forse’’ è successo. Volendo ancor più banalizzare processo significa conflitto, sentenza significa proclamazione del vincitore.

Forse per alcuni queste parole sembreranno inutili: si è vero il processo è una sfida, è sempre stato così, che c’è di strano? La stranezza è che questo sistema non funziona né per i perdenti né per i vincitori.

I perdenti, coloro ad essere dichiarati colpevoli alla stregua dell’ordinamento giuridico, vengono prontamente abbandonati da questo. Oltre che alle norme sull’ imputabilità, le norme processuali e le varie leggi speciali, si dimentica la fonte principale e il suo obbiettivo: l’ articolo 27 della Costituzione

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso dell’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Sono molteplici e recentissime la  condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo per le condizioni disumane delle carceri italiane. Il condannato si sente prigioniero e piuttosto che ricongiungersi con l’ordinamento, ne programma la fuga.

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Maddalena Rostagno, scrittrice

Il vincitore? A questo proposito userò le parole di una donna che alla giustizia non ha smesso di credere, sebbene la prova sia stata molto dura. Lei è Maddalena Rostagno ha 40 anni e per la sua verità processuale, per sapere chi aveva voluto e causato la morte del padre Mauro Rostagno – servitore dello stato – ha dovuto lottare per lungo tempo. Eppure le sue parole non parlano di guerra, non parlano di rancore: il processo per lei è stato un regalo; peccato che avrebbe dovuto essere l’esercizio di un semplice diritto. Eppure quel regalo del giudice, quelle pagine in giuridichese, non sono né sufficienti né adeguate per colmare la sua esigenza di giustizia. La domanda spontanea è: cosa manca?

Per Maddalena che ad ogni processo vede al suo fianco, ingabbiato dietro un vetro l’imputato, la verità è la ricerca, è il percorso: sono gli atti investigatori, sono le testimonianze delle persone vicine, sono la presenza degli altri civili che si sentono ugualmente traditi dall’ atto violento del reato e che chiedono tutti: perché? Ebbene, l’unico a poter rispondere a questa domanda, fulcro centrale dell’indagine per la verità, è l’imputato . E qui si torna all’ ambiguità del processo: come può essere tutelato il diritto alla difesa, garanzia inviolabile di qualsiasi ordinamento democratico, senza tradursi in facoltà di mentire?

La professoressa Mazzucato, docente di diritto penale presso la facoltà di giurisprudenza dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, in proposito cita il filosofo Foucault e la ‘parresia’ ossia quel diritto riconosciuto fin dall’ antica Grecia di dire la verità. A rigor logico tale libertà sembra non essere compatibile con il processo penale, dal momento che la confessione comporta solo la certezza della condanna. Posto che il diritto alla difesa sia intoccabile, per rimediare a questa lacuna giuridica (processuale) è necessario far sì che l’ordinamento risponda positivamente all’ ammissione di colpa. In tal senso un ruolo particolarmente fecondo è affidabile alla ‘Giustizia riparativa’.

Il nome è già emblema dell’obbiettivo fondamentale: riparare il torto subito dalla vittima, ricucendo soprattutto il rapporto del reo nei confronti dell’ordinamento. Non è una giustizia facile, di quelle che offrono in maniera più o meno efficiente una risposta in termini di colpevolezza o no; ma una giustizia come un percorso ben più difficile, un percorso che vede assieme i soggetti (reo e vittima) per la costruzione di un qualcosa. Citando direttamente la professoressa Mazzucato ‘ la giustizia diventa un movimento –non una roccia fredda e irremovibile- che non si sa bene dove arrivi, ma che si sente necessario’.

È questa una giustizia che si apre al dialogo, anche e soprattutto acceso, che chiede di farsi carico di rispondere alla domanda dell’altro. E perché no, di rispondere alla domanda della vittima: perché? Il procedimento alla verità non si traduce in un incontro al triangolo del tribunale imputato-giudice-vittima, ma in un tavolo rotondo dove lo scopo è quello di recuperare quel che è stato perduto.

Ebbene: se il processo è luogo di indagine storica, di memoria, la giustizia riparativa è il passo ulteriore, è il giorno dopo al processo. È rispondere all’altra domanda: e adesso che farò?

Sia ben chiaro: l’obbiettivo di un programma di giustizia riparativa non è ammorbidire i cuori; qui si chiede di ragionare, di riflettere su quello che è successo. E la riflessione non è volta solo ai presenti, ma a tutti i consociati. Come faceva notare il rappresentante legale dell’associazione LIBERA Vincenza Rando, costituita parte civile in diversi processi penali, ed anche in quello di Maddalena, la presa di coscienza del danno della mafia alla società è una della prime armi della lotta contro di essa. Mostrare la propria presenza in aula e dare supporto alla vittima (supporto fisico oltre che psicologico) è espressione di responsabilità sociale. I mafiosi non hanno paura del carcere, semmai della confisca e della cultura.
Le migliori rivoluzioni sono quelle che partono dal basso, la regione Sicilia nei suoi cittadini può essere esemplare nel suo impegno di contrasto al fenomeno mafioso; ma fino a quando questo impegno non si diffonderà in tutta l’Italia, fino a quando tutti i cittadini non coglieranno e percepiranno questa lesione al proprio diritto di cittadinanza, non sarà mai abbastanza.

 

About Teresa Vozza

''Everything has been figured out, exept how to live''- la frase è di Jean-Paul Sartre, cosa ne pensate? Per qualsiasi risposta mi troverete a Piacenza all'università Cattolica del Sacro Cuore, nella facoltà di giurisprudenza.

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