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Guerra fredda o pace calda? USA e URSS alle prese con la Teoria del pollo

Festival del Diritto: “Il conflitto” tra USA e URSS ripercorso da Paolo Colombo

Noi non abbiamo vissuto quei tempi. Siamo nati in un’altra epoca senza una nemesi precisa. Il nostro nemico non esiste. Esiste invece l’ombra di un nemico indistinto: a volte un terrorista, a volte  una rivoluzione lontana, qualche volta un movimento estremista. Nulla che possa vincere l’ordine costituito. Ma che lo sfida, questo sì: lo sfida continuamente. E nel farlo porta via con sé pezzi della nostra insignificante e precaria sicurezza. Della nostra epoca ci ricorderemo i giganti mostruosi. O forse i mulini a vento.

Un  tempo era diverso: il conflitto era uno solo e separava USA e URSS: due colossi fatti di uomini, e di armi e ideologie e paure.

Quell’epoca è stata rievocata nell’ambito del Festival del Diritto di Piacenza: Paolo Colombo, prof. delle Istituzioni politiche e di Storia Contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, politologo e storico, è il relatore di un incontro tenutosi presso il Palazzo Galli, Salone dei Depositanti, Sabato 29 Settembre. Ad introdurlo il prof. Alessandro Mangia, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Piacenza. L’incontro, iniziato in ritardo per problemi tecnici, si sviluppa in una esposizione multimediale, tramite proiettore, di slide, filmati e immagini attinenti alla tematica della guerra fredda.

Guerra fredda

Sappiamo tutti cos’è la guerra fredda: era quello stato di perenne tensione, limitrofa al conflitto ma mai conflagrato in uno scontro diretto, che contrapponeva l’Occidente da un lato – con gli USA in testa – e i paesi del Blocco comunista dall’altro – l’URRS in primis.  Ha inizio con il termine della seconda Guerra Mondiale: il mondo comincia a dividersi in sfere di influenza e la divisione in blocchi impedisce il dialogo.

Ancora oggi, leggendo un qualsiasi libro di diritto internazionale, potremmo trovare – nelle edizioni più vecchie – che esiste un tipico strumento utilizzato dagli Stati in momenti di disaccordo, quando la diplomazia non riesce a trovare un punto d’incontro e la contrapposizione si fa irriducibile: tale strumento è la guerra. Semplice. Ma questa guerra manca nella guerra fredda perché la tensione non esplode mai in un conflitto aperto e si diluisce in conflitti regionali, senza mai la partecipazione diretta delle due superpotenze. Ma perché?

Perché qualcuno aveva inventato la bomba atomica. La bomba atomica altera le regole del gioco: consente a chiunque ne possieda una di concludere il conflitto, ma ad un prezzo altissimo. La bomba atomica c’è, funge da deterrente perché nessuno vuol trovarsela in giardino pronta ad esplodere, ma convince poco nelle mani di chi non è disposta ad usarla. Ecco la peculiarità del conflitto: i paesi leader dei due blocchi devono essere disposti ad assumersi il costo politico e morale dell’utilizzo della bomba perché la bomba atomica diventi realmente un’arma.

Chicken Theory o Teoria del pollo

Il sistema che viene a crearsi è dotato di un altissimo coefficiente di irrazionalità: l’unico modo per dissuadere il nemico dall’attaccare in un conflitto armato, è minacciare l’uso dell’arma definitiva.

Si parla in proposito della Chicken Theory: la Teoria del Pollo – coniata da Bertrand Russell-  appartiene al mondo delle teorie dei giochi e consente di immaginare  con semplicità quello che stava accedendo. La Chicken Theory si rifà ad un fenomeno che andava diffondendosi negli anni ’50 negli Stati Uniti: i giovani americani, nelle serate più noiose, solevano salire sulle loro automobili e direzionarle, a pieno gas, l’una contro l’altra: il primo (pollo) che sterzava perdeva mentre l’ultimo a sterzare era il vincitore.

Il bombardamento atomico di Nagasaki e Hiroshima è un evento unico: nulla di simile era immaginabile prima e mai si è verificato in futuro.

Ci vuol poco a capire che è un gioco stupido, ma tant’è che chi vi si trovava sfidato, e volesse vincere, aveva un solo modo: la c.d. Brinkmanship (espressione coniata non da un sociologo ma da un politico: il Segretario di Stato americano John Foster Dulles). Nessuno dei due vuol arrivare allo scontro frontale impattando i due mezzi, ma per vincere deve convincere l’altra parte che non sterzerà e continuerà sulla sua strada fino a provocare l’incidente. Il segreto sta nel resistere un secondo in più dell’avversario, ossia sterzare un secondo dopo di lui.

Il tasso di irrazionalità è altissimo: due matti corrono sfidando la violenza dell’impatto, ma debbono apparire totalmente pazzi, disposti alla distruzione, per vincere. Poco importa se qualche giovane americano ci rimette la carrozzeria della macchina di papà: ma cambia tutto se a sfidarsi nell’assurdo gioco sono due superpotenze, e se in ballo ci sono le sorti dell’intero globo.

Pace calda

Questo gioco malato ha mantenuto in sospeso le sorti del mondo dal 1949, quando l’URSS ha fatto esplodere la prima bomba atomica, alla Caduta del Muro di Berlino: la fine dello stato di tensione è una vittoria economica, e non militare. Per questo – chiarisce il prof.Colombo – possiamo parlare più che di una Guerra fredda, di una “Pace Calda.

Eravamo sull’orlo della catastrofe: esisteva una stanza dei bottoni dove un caffé, versato distrattamente sulla tastiera, avrebbe devastato l’intero globo.

Ma sorge spontanea una domanda: anche le dittature più violente si basano su una forma – discutibile – di consenso, che le regge e mantiene in vita. Ma come facevano i nostri genitori, qui in Occidente, o i genitori dei giovani russi, lì oltre la cortina di ferro, ad accettare questa spirale politica e sociale proiettata all’autodistruzione?

Ci saranno tante, tantissime ragioni, ed il prof. Colombo riporta quanto scritto in un telegramma di 8000 parole dall’incaricato d’affari americano a Mosca, George Kennan, il 22 Febbraio del 1946: la Russia era un mix esplosivo di “paura e ideologia“.

Paura e ideologia: ecco la combinazione vincente per la follia! Possiamo dirci noi estranei, oggi, tanto alla paura quanto alle cieche convinzioni? Mi sa che i tempi sono cambiati, ma forse molti uomini sono rimasti gli stessi..

 

 

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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