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Solidarietà: l’uomo c’è o ci fa? Fra tendenza genetica e induzione sociale all’essere solidali

Festival del Diritto 2012: Genetica, Darwinismo, Solidarietà

È una questione ricorrente, terribilmente ricorrente: siamo padroni delle nostre scelte o qualcuno, o peggio qualcosa, le disegna e dirige, in spregio alla nostra volontà (e libertà)? Siamo liberi di tutto oppure predeterminati in tutto?

La domanda si pone anche per la solidarietà: c’è il dubbio che un legame solidale tra gli uomini sia naturale – scritto nei geni – oppure che venga indotto dalla stessa società – e sia perciò facilmente sopprimibile.
Insomma, l’uomo è un animale sociale e lo sappiamo da Aristotele; ma è anche solidale ?

Abbiamo cercato una risposta a questa domanda partecipando al convegno Genetica, Darwinismo, Solidarietà, organizzato nell’ambito del Festival del Diritto piacentino – giunto alla sua 5° edizione. Protagonista dell’incontro, tenutosi Venerdì 28 Settembre, era Alberto Piazza, prof. ordinario di Genetica umana presso l’Università di Torino, autore di più di 200 pubblicazioni scientifiche e fervido studioso dell’uomo e della sua natura; ad introdurlo, nello scorcio del caratteristico Auditorium Sant’Ilario, è stata Claudia di Giorgio, caporedattrice della rivista scientifica “Le Scienze”.

Il titolo dell’incontro propone tre parole importantissime: con esse ci configura il problema (la solidarietà è genetica?) e si cerca la soluzione (l’uomo-animale darwiniano è teso alla solidarietà?).

La genetica studia i geni – elemento ereditario negli organismi viventi – e insieme l’eredità e i caratteri ereditari. Se esiste una propensione naturale dell’uomo all’aggregazione, deve rintracciarsi necessariamente nei geni.

La solidarietà è una forma evoluta di socialità: l’uomo vive in società e ad essa destina molte delle sue energie. L’individuo per il gruppo. Poi il vantaggio del gruppo si riflette sui singoli membri: così l’atto individuale genera beneficio per altro soggetto partecipante al gruppo.

Il darwinismo è la corrente scientifica che fa capo a Darwin e che rappresenta il punto di partenza – quasi indiscusso – di tutte le riflessioni sull’uomo e sulla sua origine.

L’evoluzione dell’uomo nel darwinismo

Per prima cosa, Darwin è l’autore di una rivoluzione nello studio dell’origine dell’uomo: con “L’origine delle specie” (1859) ha formato una teoria – oggi per molti versi consolidata a verità scientifica – che vede nell’uomo il prodotto del fenomeno dell’evoluzione.

I caratteri fondamentali di tale teoria sono:

  • Ascendenza comune di tutte le specie da un unico ceppo o progenitore i cui discendenti, tramite l’evoluzione, si sono specificati nelle varie, differenti specie;
  • Non fissità delle specie, ossia le specie sono mutevoli: è lo sviluppo evoluzionistico che le altera, creandone di nuove, estinguendone di vecchie, modificandole tutte;
  • Gradualità delle specie, perché gli stessi mutamenti si svolgono in lassi temporali estesi distinguibili in gradi;
  • Selezione naturale, per cui alcune specie sono favorite, per alcuni caratteri, dall’ambiente e tendono a sopravvivere.

La teoria darwiniana difetta di alcuni elementi, che la scienza successiva a poi integrato nel darwinismo, correggendolo:

  • Il mutamento è sorgente di variabilità e il gene elemento discreto. Darwin non lesse mai Mendel e leggendolo avrebbe risparmiato molte critiche;
  • La derivazione genetica casuale, in quanto l’uomo è distribuito in piccoli gruppi, in comunità isolate.

Darwin dimostrava così che l’uomo è un esser vivente come gli altri: né più né meno che il prodotto dell’evoluzione di una specie animale, riconducibile ad un principio comune – la struttura genetica – e suscettibile sempre di mutamento. La relativizzazione dell’uomo rispetto al mondo è il superamento delle teorie antropocentriche del passato e del substrato metafisico e religioso che le giustificava.

L’uomo è un animale evoluto, ma pur sempre un animale come gli altri.

Il darwinismo sociale

Esiste un Darwin che si interessa dell’uomo in sé: studia le specialità umane nell’opera “L’origine dell’uomo” del 1871.

L’uomo sa relazionarsi coi suoi simili, e tale relazione partecipa e  contribuisce al suo successo evoluzionistico. L’uomo emancipato nella società vede aumentate le proprie speranze di sopravvivenza. Le ragioni sono di due tipi: da un lato c’è il vantaggio dell’esser debole, dall’altro ci sono i benefici indiretti della socievolezza.

Il vantaggio dell’essere debole sta nella necessità di evolversi: un essere debole non sopravvive senza mutare le proprie capacità. Sappiamo che l’uomo viene dalla scimmia, ma al momento di definire quale fosse quella scimmia le tesi divergono e diventono incerte: potremmo provenire da un protoprimate debole, come lo scinpanzeé, o da uno forte, come il gorilla: è ragionevole orientarsi per un esser debole, che spieghi perché nell’evoluzione l’uomo ha avuto necessità dell’aggregazione sociale.

I benefici indiretti della socievolezza sono i vantaggi individuali derivanti da miglioramenti collettivi: l’uomo spende le proprie energie nella società – migliorandola – ma al contempo riceve nel farlo – indirettamente  – dei vantaggi peculiari: questi sono i benefici indiretti. Un esempio è la condivisione di informazioni tramite l’esperienza fra i membri di un gruppo: i soggetti partecipano ad un gruppo formando una cultura e da quella ricavano poi un vantaggio individuale, ossia la conoscenza di una certa realtà di cui non hanno fatto diretta esperienza.

I benefici diretti sono di tutt’altro tipo e rappresentano un potenziamento individuale dell’esemplare che solo incidentalmente favoriscono il gruppo. Così le corna sviluppate in alcune specie sono – per opinione di molti – primariamente funzionali alla lotta sessuale, ma vengono poi impiegati per la difesa del branco.

Il dilemma del prigioniero

Delle teorie dei giochi, Alberto Piazza sceglie quella del dilemma del prigioniero per spiegare come la socialità diventi, almeno in prima battuta, solidarietà fra gli uomini.
Il dilemma del prigioniero costruisce un sistema di relazioni chiuso: vi sono due uomini indagati di reati gravi; sono sottoposti a misura cautelare di detenzione e non possono comunicare tra loro.

La pubblica accusa avrebbe bisogno di una prova schiacciante per farli condannare, ma ne è sprovvista. L’unico modo per condannarli è la confessione di uno dei due. Ma la confessione può avere esiti diversi:

  • (1) Se un prigioniero confessa e l’altro no, entrambi saranno condannati ma mentre chi confessa godrà di una sensibile riduzione della pena, chi non confessa subisce una notevole recrudescenza dell’entità sanzionatoria;
  • (2) Se confessano entrambi, si screditano entrambi e godranno di un ridotto favor sanzionatorio al momento della condanna.

Se la confessione consente di condannarli comunque, c’è anche la possibilità che nessuno confessi:

  • (3)Se nessuno confessa, le accuse più gravi cadono nel nulla di fatto ed entrambi vengono condannati ma soltanto per reati minori.

Quindi confessare è la più valida scelta individuale, ma ove sia imitata dall’altro prigioniero non consente il risultato migliore.

Il sistema raggiunge il risultato ottimale ( bhé, per i prigionieri e non certo per la giustizia!) quando nessuno dei due confessa e questi vengono condannati all’importo sanzionatorio più basso: la pena più bassa complessiva si raggiunge se nessuno confessa, ed è il successo del gioco.

Ma non confessare significa esporsi tantissimo: l’altro prigioniero potrebbe confessare e cagionare al prigioniero irriducibile nel silenzio la massima pena. In questo caso il risultato della sanzione per chi confessa è bassa ma nell’ottica complessiva risulta alta: questa scelta è il fallimento del gioco.

Cosa può fare allora il reo? Avere fiducia nel complice (e rischiare un pesante tradimento)? Oppure confessare, sperando che l’altro non lo faccia per avere il massimo risultato per sé (ma non per il sistema, che fallisce)?

Il prof. Piazza analizza il gioco in una chiave particolare: semplificando, immagina di riproporre il quesito più volte ai prigionieri. Nella versione iterata del gioco, è dimostrato che le parti adotteranno due atteggiamenti consecutivi, secondo lo schema del Tip for tat:

  1. Per prima cosa, i prigionieri scelgono la cooperazione, ossia non confessano favorendo la scelta collettiva su quella individuale;
  2. Successivamente però, tendono alla imitazione: ossia copiano l’ultima mossa dell’altro prigioniero, sicché se nel turno precedente l’altro prigioniero ha tradito, anche loro in quello successivo tradiscono.

Il gioco del prigioniero consente perciò una riflessione: la cooperazione è certamente la scelta vincente nella vicenda sociale (è la soluzione più efficiente e fa vincere il gioco), ma se è anche quella inizialmente preferita, tende poi ad involversi in mera imitazione, degradando ad un atteggiamento che col tempo consente la sfiducia e la preferenza per il gioco individuale.

Se poi carichiamo di significati le due strategie, da un lato la cooperazione diventa la solidarietà, ma dall’altro la imitazione simboleggia la dittatura. L’uomo perciò prima afferma la solidarietà adottando una strategia collettiva ma col tempo si appiattisce nell’imitazione, cosicché il modello dominante (solidale o – questo è il rischio – egoistico) diventa quello a cui passivamente si conforma l’uomo.

Ora – aldilà di questo espediente argomentativo del dilemma del prigioniero – è chiaro che il segreto del successo evoluzionistico dell’uomo è la solidarietà (variabile di intensità, certamente), e che tramite un egoismo collettivo non saremmo arrivati da nessuna parte..

Genetica e farmaci genomici

Nell’ambito di uno dei diritti che più esprimono la solidarietà  – il diritto alla salute – la scienza si ingerisce in una misura tale da poter anche cambiare il significato e l’etica della somministrazione di una certa cura.

Alberto Piazza distingue tra due diverse soluzioni terapeutiche su un soggetto malato di tumore e ne evidenzia l’incidenza – futura ed eventuale – sul rapporto fra gli individui in società:

  • Un primo metodo è il ricorso ai farmaci genomici. La genetica consente la conoscenza delle malattie, ma non sa guarirle. Il farmaco genomico rallenta l’evoluzione di una malattia senza rimuoverla; si assiste ad una cronicizzazione della malattia: sei malato e lo rimarrai per sempre. I farmaci genomici consentono aspettative di vita piuttosto lunghe e garantiscono un livello qualitativo di vita piuttosto alto.
    È un esempio della c.d. medicina predittiva, che non estirpa la malattia ma allontana il momento del suo acuirsi.
  • Un secondo metodo è la “cultura della donazione” degli organi, la quale necessità di una fortissima organizzazione e sensibilizzazione sociale.

Le due soluzioni sono nettamente diverse: mentre il farmaco genomico è un intervento strettamente personalizzato e favorisce la dimensione individuale della cura, il trapianto forma un sistema di relazioni solidali fra gli individui, i quali scambiando gratuitamente gli organi alimentano una società più solidale. Inoltre, se la nuova tendenza è il perfezionamento dell’efficacia dei farmaci genomici nella ricerca scientifica – e nell’interesse delle case farmaceutiche – , siamo sicuri che un domani – spese le nostre energie in questa tecnica – il farmaco genomico sarà accessibile a tutti?

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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