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Festival del diritto: Opinioni a confronto, come gestire i conflitti internazionali?

Il diritto e la politica affrontano i nuovi temi derivanti dalla globalizzazione

All’ interno della gremita sala dei Teatini di Piacenza si è svolta stamattina – Venerdì 28 Settembre – alle ore 12 l’incontro rientrante tra le conferenze previste dal Festival del Diritto dal titolo “Come governare i conflitti internazionali”. I lavori sono stati coordinati da Monica Maggioni, giornalista del Tg1 Rai, e hanno visto la partecipazione del politologo Alessandro Colombo, di Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, e di Costanza Margiotta, docente di diritti umani e giurista di diritto internazionale.

Come governare i conflitti internazionali all’interno di un mondo globalizzato? Attorno a questa domanda si è sviluppato il dibattito odierno, un dibattito che è stato anche implementato da parecchi interventi e riflessioni fatte dal pubblico in sala.

Sala dei Teatini

Caracciolo sostiene che “i conflitti non si governano ma si possono gestire, non esistono infatti formule di accompagnamento verso una loro sicura soluzione, anche perchè non tutti i conflitti sono risolvibili”. Il problema della gestione dei conflitti è notevolmente cambiato dopo l’11 settembre del 2001, da questa data si è infatti cercato di risolvere i conflitti mediante l’utilizzo sempre più frequente dell’uso della forza, è stato addirittura un elemento fondamentale che l’America guidata da Bush ha portato avanti, facendo leva sulla mancanza di democrazia nei paesi in cui nascevano i conflitti. Niente di più sbagliato sottolinea nel suo intervento Caracciolo perché proprio per la diversità di ogni singolo conflitto, non si può applicare un solo modo di risoluzione, “è vero che il mondo è un insieme globale, ma ci sono culture del tutto diverse, logiche e tecniche (anche di guerra) differenti, non si può pensare di andare a combattere in Africa con le tecniche apprese nelle guerre mediorientali. Si rischia un fallimento!” Le forze che intervengono nei conflitti devono sapere il contesto in cui operano e soprattutto è necessario un intervento diplomatico preventivo all’intervento militare sul campo. “Ai giorni nostri infatti non c’è globalizzazione, ma anzi singole figure come Assange o Bin Laden che con i loro mezzi o con le loro risorse possono condizionare l’agenda di tutti noi e dei singoli stati. Non si può parlare quindi di universalità e gestire tutto allo stesso modo”.

Colombo interviene sulla questione considerando gli eventi conflittuali degli ultimi vent’anni; anni in cui l’intervento militare è stato il mezzo più usato per la loro risoluzione, alcune volte con esiti positivi (Kosovo) altre volte negativi (Afghanistan e Somalia). Quello che il politologo intende sottolineare è che “l’Occidente si trova adesso in una situazione di forte tensione e instabilità, e per questo è difficile gestire i conflitti, basti pensare alla Siria”.
Sono caduti i tre pilastri su cui si reggeva il progetto di pace cominciato dopo le guerre mondiali; questo si basava su: 1) una cultura universalistica dal punto di vista giuridico e politico generatrice di una prolificazione di istituzioni internazionali; 2) sulla globalizzazione politica nel senso che nel 900 “la pace nel mondo aveva senso perché la guerra era davvero di tutti, a rilevanza mondiale”; 3) la globalizzazione con spinta gerarchica, prima dell’Europa e poi degli Usa. Globalizzazione che adesso non esiste quasi più; “l’occidente infatti non ha più il suo ruolo del passato e soprattutto non sappiamo se l’America sarà forte nei prossimi anni come lo è stata fino ad oggi. Potremmo definire il nostro come un mezzo interesse nell’intervenire nei conflitti; l’occidente non interviene nascondendosi dietro al veto della Cina e della Russia, ma la verità è che l’interesse per l’intervento non è abbastanza forte”. “Nei sistemi bipolaristici si potevano guardare le crisi degli altri paesi con il timore che quelle stesse crisi potevano sfociare in dei conflitti, oggi invece noi possiamo angosciarci per quelle crisi ma sappiamo già che quelle crisi rimarranno qualcosa di regionale, di circoscritto che non determinerà un conflitto.

OnuQuindi il pensiero di Colombo si allinea con quello di Caracciolo nel senso che non si possono governare i conflitti poiché non si è interessati a pagare il prezzo dell’intervento in ciascuno. “In Libia ad esempio si è intervenuti per fare “bella figura”, ma adesso non si sta intervenendo perché si finge che tutto sia stato già risolto e le cose vadano bene”.

Per Costanza Margiotta “abbiamo assistito negli ultimi anni alla comparsa di nuovi attori nel diritto internazionale, che si è sempre presentato come frammentato”; oggi ci sono degli specifici sistemi giuridici che si rendono autonomi dal diritto internazionale generale, ad esempio il diritto commerciale, dell’ambiente, i diritti umani. “Questi nuovi subsistemi normativi aumentano perché aumentano gli attori e aumentano gli interessi contrapposti, diritto del mare/tutela della pesca; diritto del commercio/diritto dell’ambiente solo per citarne alcuni”. Questa frammentazione è un rischio per il diritto internazionale perchè possono nascere problemi tra i tribunali internazionali diversi, possono nascere infatti dei conflitti giurisdizionali tra le corti per la risoluzione delle stesse controversie. “Non ci sono regole che non permettono l’incompatibilità, regole che prevedono una gerarchia tra le corti”. A confermare ciò, Margiotta porta ad esempio il caso Tadic (accusato del genocidio di Srebrenica in Jugoslavia), il presidente del tribunale penale costituito era l’italiano Antonio Cassese, il quale si distaccò da un orientamento giurisprudenziale precedente (Caso Nicaragua) della Corte di giustizia internazionale.

La soluzione a questa poca unitarietà per Margiotta c’è, ed è la stessa che è stata utilizzata dalle Nazioni Unite; si ricorda infatti che “si dovrebbero applicare le norme stabilite dalla Convenzione di Vienna per avere uniformità dei giudizi tra le corti, e si dovrebbe assurgere la Corte di giustizia internazionale a ultimo grado di giudizio a livello internazionale.

Il fatto che storicamente non si ricordino epoche senza conflitti o guerre non deve essere visto come scusante per evitare il nascere di nuove situazioni di tensioni. La speranza della pace, del lavoro di mediazione e diplomazia deve essere costante e deve riguardare tutti gli attori in gioco, dagli stati alle singole persone. La pace non deve essere vista come qualcosa di utopistico ma deve essere perseguita in tutti i modi possibili; occasioni di riflessione come quella odierna, hanno proprio questo scopo, promuovere la cultura del diritto.

 

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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