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Ipazia: una bandiera di laicità

Cercheremo qui di delineare in modo chiaro, nonostante le varie difficoltà, una figura di cui poco conosciamo: Ipazia; le notizie che la riguardano oscillano tra verità storica e deformazione letteraria: molti autori, infatti, anche suoi contemporanei,  ne hanno parlato e ne sono stati affascinati. Sulla sua vicenda, recentemente, un ottimo e utile lavoro è stato svolto dalla bizantinista Silvia Ronchey; il risultato di questo lavoro è un ottimo libro: “Ipazia, la storia vera”.

Chi era Ipazia? Molti magari ne conoscono il nome o anche la vicenda, soprattutto dopo il successo del film Agorà.

Ipazia era una sapientissima filosofa e scienziata, brutalmente assassinata da fanatici cristiani e, pertanto eletta a “bandiera di laicità”.

Quali furono le cause di questo assassinio?

Difficile rispondere con certezza. Varie, a riguardo, le opinioni: si è parlato, infatti, di assassinio religioso, assassinio casuale, assassinio politico, assassinio per ostilità individuali, etc.

La sua figura, nei quindici secoli successivi ai fatti qui trattati, ha incarnato di tutto (persino prima strega  e anticipatrice del femminismo): sappiamo, infatti, quanto è difficile dare sul passato un giudizio scevro dalle influenze del presente ed evitare deformazioni letterarie e sublimazioni varie.

Ecco qualche notizia certa di tipo biografico: Ipazia visse ad Alessandria D’Egitto, tra IV e V secolo; suo padre, Teone, fu un famoso filosofo e scienziato.

Queste notizie le abbiamo da Socrate scolastico, storico cristiano contemporaneo di Ipazia.

Suida (X sec. d.C.), nella sua enciclopedia, ci dice che fu il padre Teone a guidare Ipazia nello studio e che ella era persino più dotata del padre; ciò ci viene confermato anche da un’altra fonte antica, “la storia ecclesiastica” di Filostorgio.

Da Socrate Scolastico ci pervengono notizie anche circa l’abilità di Ipazia nell’insegnare e nell’argomentare e circa la sua “franchezza nel parlare” anche in riunioni di soli uomini. (Silvia Ronchey ha, infatti, intitolato il secondo capitolo della sua opera “elegante insolenza”).

Le fonti antiche la descrivono anche come una donna d’incredibile bellezza e di austerità, che era inoltre uno dei principi della filosofia platonica.

Ma vediamo rapidamente come la grande tolleranza religiosa dell’imperatore Costantino regredì poi, sotto i suoi successori, fino a una tremenda intolleranza di segno opposto:

-310: con l’editto di Milano, Costantino concede ai cristiani la libertà di culto;

-391: una costituzione di Teodosio impone il Cristianesimo come religione ufficiale;

-392: entra in vigore in Egitto una legge speciale contro i culti pagani.

I capi religiosi di Alessandria volevano eliminare il paganesimo rituale: in questo clima assai aspro, dopo i decreti di Teodosio, venne distrutto il tempio di Serapide, simbolo del paganesimo; a volere, e quindi ordinare, ciò era stato il vescovo Teofilo.(varie, a proposito di questo infelice fatto le testimonianze antiche: Eunapio, Clemente di Alessandria, Teodoreto di Ciro, etc.)

Tra IV e V secolo in Egitto si ha, dunque, una grande mobilitazione antipagana: Teofilo non agì certamente da solo. Egli, infatti, ebbe il sostegno dei monaci di Nitria (“esseri abominevoli, vere bestie” Suida).

Nel 412 a Teofilo subentrò poi il nipote Cirillo, che proseguirà e acuirà l’intolleranza religiosa dello zio, suo predecessore.

Le ipotesi di cause politiche per l’assassinio di Ipazia sono sostenute dal fatto che Suida ci dice che ella spiccava per intelligenza politica, moderazione di giudizio e capacità di mediazione: grazie a queste qualità preziose ella era spesso ascoltata dai governanti ai quali dava consigli.

Altra importante testimonianza è quella di Giovanni di Nikiu (VII sec.). Nella sua Cronaca l’aspetto più particolare ed interessante è che essa è l’unica fonte antica che ci presenti i fatti dal punto di vista ecclesiastico (molto vicino, quindi, a quello di Cirillo). Egli parla di Ipazia come di una “donna-filosofa, una pagana (…), che dedicava tutto il suo tempo alla magia (…) e abbindolava molte persone coi suoi inganni satanici”; sostiene inoltre che ella aveva sedotto anche il governatore della città, Oreste, al punto che questi aveva smesso persino di recarsi in chiesa.

I motivi degli attacchi a Ipazia e al paganesimo in generale, non erano ovviamente solo religiosi e teologici, quindi, ma anche politici: l’adesione al paganesimo univa strettamente aristocrazia ellenica e rappresentanti del governo romano. Ipazia era inoltre maestra del modus vivendi greco e credeva ai valori dello stesso…ecco un altro possibile motivo per cui i cristiani le si scagliarono contro, causando la fine di lei e di quel modus vivendi che ella rappresentava.

Va detto pure che bersaglio dei fanatici cristiani furono anche gli ebrei, che Cirillo riuscì poi, nel 414, a eliminare con il pogrom.

Oreste si era dichiarato molto indignato per queste vicende e subì per questo, nel 415, un assalto da Cirillo e i suoi monaci.

Giunge intanto il mese di marzo dello stesso anno(415)…Ipazia si trovava su una carrozza per tornare a casa; fu tirata giù dal carro e trascinata nel Cesareo. Del cruento episodio abbiamo varie testimonianze (Damascio, Suida, Socrate Scolastico, Filostorgio, Fozio…); tutte queste narrazioni, molto crude, indicano come Ipazia fu trascinata nel Cesareo e massacrata, cavandole gli occhi e strappandole le vesti, per poi farla a brandelli e, infine, gettando i suoi resti, che furono dati in pasto alle fiamme.

Cosa ha potuto spingere quelle belve a un assassinio così terribile? (“Chi spinge Ipazia, perla tra i belli e i saggi,/tra uomini irati e schiavi della superstizione,/dove, cieca ai suoi meriti che ancora il mondo loda,/la plebe la fa a pezzi al cenno di un vescovo?” Wieland)

Un’altra delle cause ipotizzate è l’invidia, il demone Φθόνος (Phthònos): secondo alcuni fu invidia collettiva, nutrita dall’intera ala fanatica dei cristiani; secondo altri (come Filostorgio) fu invidia individuale del vescovo Cirillo a causa del legame tra Ipazia e il prefetto Oreste.

Anche a proposito dell’omicidio significativa è la testimonianza di Giovanni di Nikiu, secondo il quale di trattò di un’esecuzione legittima, da vedere come la liberazione della città “degli ultimi residui di idolatria”.

Come è facile immaginare l’omicidio rimase impunito: il giudizio spetterà ai posteri; da allora, infatti, “la fortuna della dottrina di Cirillo sarà sempre inversamente proporzionale a quella di Ipazia”.

Da allora non si è più cessato di parlare di Ipazia e specialmente nel secolo dei lumi (nell’enciclopedia di Diderot e D’Alambert ella diviene “la prima icona di laicità”.)

In tanti furono affascinati da Ipazia e in tanti concordarono nel considerare la morte della stessa tra gli “eccessi del fanatismo”,”mostro terribile”(Monti); Wieland, inoltre, accosterà il suo “martirio per la conoscenza” a quello di Socrate.

Per quanto riguarda l’area cattolica pochi furono propensi a ricordare e trattare l’argomento; si riscontra in tale ambito una certa tendenza a giustificare Cirillo (addirittura fatto santo nel 2007).

Ipazia ha avuto anche parecchia fortuna in poesia e letteratura; questa fortuna, secondo Silvia Ronchey, al “drammatico contrasto tra l’essere donna e l’essere coinvolta in due questioni, entrambe maschili: la filosofia e una morte violenta ”.

Ma in cosa consisteva l’insegnamento filosofico di Ipazia?

Padre (scil. Teone) e figlia nelle loro lezioni ufficiali non trattavano il platonismo teoretico, ma quello tecnico, matematico, geometrico e astronomico. (Questo ha fatto sì che Ipazia fosse poi ritenuta da qualcuno come una sorta di “Galileo in gonnella”, condannato dall’inquisizione).

La fonte più importante per quanto riguarda l’attività scientifico-filosofica di Ipazia è certamente l’epistolario di Sinesio, suo allievo, presente sia nell’ ambiente pagano sia in quello cristiano: infatti, era giunto al Cristianesimo sposando una donna cristiana; nonostante ciò non abbandonò mai il paganesimo e non accettò tutti i dogmi angusti del Cristianesimo.

In alcune fonti ci sono notizie più o meno vaghe circa un qualche insegnamento esoterico che legava Ipazia e i suoi allievi (Sinesio stesso parla della geometria come di una “cosa sacra”). Ipazia, inoltre, viene descritta spesso come una sacerdotessa e a ciò fa pensare anche l’adorazione con cui Sinesio le si rivolge nelle lettere. Nella storia si annoverano poche donne filosofe e nell’Ottocento si provò a spiegare questo con “l’incapacità della psicologia femminile di adattarsi al rigore speculativo”. In realtà, nel mondo tardo antico, aumenta il numero di donne-filosofo: praticano, però, soprattutto la filosofia che è “conoscenza del divino”.

Bisogna ritenere che Ipazia non tenesse solo lezioni ufficiali ma anche private, solo per alcuni iniziati. La loro ricerca della verità non si oppose mai al Cristianesimo, ma rimase comunque legata filosoficamente alla religione ellenica. La chiesa cristiana era ovviamente a conoscenza di ciò, che caratterizzava le classi alte e intellettuali, e tollerava questo paganesimo filosofico, perseguitando quello rituale. Quindi, il suddetto demone si mostrò come un atto di lotta ideologica e come il rispetto delle leggi imperiali contro maghi e stregoni, pur non essendolo.
Questa corrente del Platonismo, ricca di elementi pitagorici, proprio perché legata al potere secolare, sarà attiva per tutto il periodo bizantino senza essere ostacolata dalla Chiesa.
Ad essa ebbero inoltre accesso molte altre donne: la morte di Ipazia segna, quindi, l’inizio di un’era in cui il paganesimo sopravviverà e nel Platonismo e nel cristianesimo; la filosofia degli antichi continuerà a essere conosciuta nel Rinascimento, nell’Umanesimo e poi nell’Illuminismo, spezzando il silenzio della Chiesa ufficiale.
Forse non sarà mai possibile ricostruire perfettamente la vicenda, che mai fu narrata in modo oggettivo, neanche dagli autori contemporanei ai fatti. Qualsiasi cosa Ipazia sia stata, filosofa, scienziata, prima strega e prima femminista, è stata eletta a simbolo della libertà di pensiero, che noi non dobbiamo mai smettere di rivendicare e di esercitare al meglio: questo è l’insegnamento più grande di Ipazia.

Simonetta Scionti

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