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La Russia Unita, partito di governo, vince con la TV?

Diritto a libere elezioni – Sentenza Communist Party and Others v. Russia, 20 Giugno 2012

Contro il risultato delle elezioni 2003 in Russia si appellano 8 ricorrenti, di diversi partiti, tutti uniti da una sola ”percezione”: lo spazio lasciato dai mass media al gruppo parlamentare in carica, ovvero Russia Unita, era superiore e qualitativamente migliore. Ovviamente i vincitori saranno loro, ma come si fa a provare che il risultato sia stato indotto dalla maggiore pubblicità mediatica?

IL CASO: Russia Unita è il maggior partito russo, nato alla fine degli anni 90′ a sostegno dell’attuale primo ministro Vladimir Putin, che concorre principalmente con un altro partito storico, ovvero il Partito Comunista e  poi il partito Yabloko e altre 23 associazioni elettorali e blocchi elettorali, tutti opportunamente registrati e controllati dalla Commissione Elettorale Centrale, CEC.

La legislazione russa in materia di propaganda elettorale prevede che a tutti i soggetti iscritti e ritenuti validi come elettorato passivo (coloro che devono essere eletti) abbiano diritto ad avere uno spazio gratis in TV e negli altri strumenti di diffusione dell’informazione; lasciando la possibilità di acquistarne ulteriormente, in base alle disponibilità economiche di ogni singolo partito. Secondo i ricorrenti il tempo di trasmissione offerto dalle maggiori emittenti televisive non era stato assegnato in modo uniforme. Il Signor Mitrokhin, all’epoca vicepresidente del Yabloko dichiara di aver avuto 197 minuti e 21 secondi, mentre il PC 316 e 58 secondi a differenza della Russia Unita con 642 minuti e 37 secondi. Non solo, i ricorrenti dichiarano che la qualità era piuttosto difforme: diversi esponenti del Partito Comunista avevano fatto ricorso al CEC denunciando la differenza di trattamento delle notizie presso il canale VGTRK, che offriva copertura positiva alla Russia Unita e negativa al PC. Come era successo per una dichiarazione rilasciata da Putin il quale dichiarava più o meno apertamente la propria scelta al momento del voto (come se fosse difficile immaginarlo) o in un altro caso un incontro tra il presidente della Russia Unita e un cantante famoso, che secondo la stessa commissione CEC non era da considerare come propaganda elettorale.

Nel settembre 2004 un esponente del Partito Comunista, uno del Yabloko e sei altri cittadini russi presentano ricorso alla Corte Suprema russa con il pretesto di invalidare i risultati della campagna elettorale, dove il CEC era stato invitato come convenuto. I giudici nazionali non ravvisano alcun elemento di illegittimità, forse a causa anche del pretesto delle parti: troppo generale la richiesta di annullare la propaganda o i risultati di questa. Per i ricorrenti le modalità di esecuzione del processo non erano state eque: alcuni elementi di prova erano stati respinti senza soddisfacente motivazione mentre i rimanenti non erano stati valutati sufficientemente, laddove il giudice si era soffermato solo sul 1,5% dell’intero materiale probatorio. Il 7 Febbraio 2005 viene proposto il ricorso per diniego di equo processo, il quale sebbene accettato, trae le stesse conclusioni del giudice della sentenza sopra.

I ricorrenti si presentano alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dichiarando la violazione del loro diritto a delle libere elezioni, affermata nel Protocollo No. 1 e la mancanza di efficaci rimedi in contrasto con gli artt. 13 CEDU Diritto ad un ricorso effettivo e 14 CEDU Divieto di discriminazione.

LA CORTE EDU: Compito dei giudici di Strasburgo è da subito indicare il campo di competenza di cui godono, ovvero chiarire cosa e fino a che punto il loro giudizio potesse influire. Di fatti la questione in materia, ovvero la legislazione elettorale, attiene ad una delle manifestazioni più importanti dei cittadini e per tanto dello stato. L’ interesse della Corte è quello di non intaccare esageratamente questo campo di azione tipicamente statale. Ecco perchè fin dalle prime righe del disposto viene  precisato che il Protocollo No.1, a cui fanno riferimento i ricorrenti, mira ad indicare i principi fondamentali ai quali ogni ordinamento nazionale deve attenersi e garantire; non un regolamento direttamente applicabile. La Corte per tanto, non si ritiene competente nel valutare la scelta dello stato, su quali strumenti abbia conferito per la campagna elettorale; piuttosto l’analisi dei giudici di Strasburgo si deve concentrare sull’efficacia dei rimedi.

Ai sensi dell’art. 13 CEDU è posto a carico degli stati un obbligo positivo di fornire ai consociati degli strumenti efficaci per ottenere giustizia, o per lo meno provarci. L’articolo fa riferimento, non solo agli organi giurisdizionali, bensì la lettera indica una qualsiasi ”istanza nazionale’‘. Per tale motivo la Corte non dichiara la violazione dello stato Russo, in quanto il proprio dovere era stato adempiuto con l’istituzione ad hoc del CEC. La Commissione Elettorale Centrale era dotata di particolari procedimenti attraverso cui fare ricorso, adeguatamente provati durante il processo dai difensori del governo di Putin. Secondo le parti il problema stava nella mancanza di poteri vincolanti in capo al Comitato, il quale poteva agire solo mediante delle lettere.
Ugualmente sulla presunta violazione dell’art. 14 CEDU la Corte non rileva comportamenti illegittimi imputabili alla Corte Suprema russa: secondo la Corte di Strasburgo il comportamento non era da ritenersi vessatorio o sistematicamente preposto ad intralciare il diritto alla difesa dei ricorrenti.

Per quanto riguarda il pretesto principale del ricorso, ovvero l’annullamento della campagna elettorale o meglio, la dichiarazione della violazione del diritto a delle libere elezioni posta in essere dal comportamento illegittimo dello Stato Russo, la Corte dichiara di assumere un atteggiamento cauto, ancor di più rispetto a quello dimostrato su casi in materia di diritto all’elettorato attivo (vedi sent. Sitaropoulos and Giakoumopoulos v. Greece no. 42202/07). I giudici richiamano la sentenza della Corte Suprema russa, la quale non era rimasta convinta dalle parti che non erano riuscite a dimostrare il nesso causale tra la copertura dei media e i risultati delle elezioni. Nesso particolarmente difficile da provare quantitativamente, ma che non compete alla Corte EDU di valutare. La Corte rileva, invece, che non vi erano elementi di prova diretta di abuso da parte del governo della propria posizione dominante nella gestione delle società televisive in questione.  
Il Protocollo n.1 pone in capo allo stato il dovere di assicurare neutralità e indipendenza editoriale nella diffusione delle informazione, per tanto posto che questo obbligo fosse stato rispettato, i responsabili di una informazione deviante dovrebbero essere i giornalisti e non il governo.

Sono questioni difficili queste per la Corte: cammina sul bordo di un burrone e la paura di cadere è alta. Giudicare in materia elettorale significa intaccare un potere nazionale storico. Ma siamo sicuri che sia questo l’oggetto della questione? I giudici molto si sono soffermati, ma i ricorrenti hanno toccato una realtà ben più ampia e complessa: il potere dei mass media. Mi viene in mente una frase di uno dei film più importanti della cinematografia mondiale ”Quarto potere” : ”Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco

La sentenza in originale è reperibile qui: sentenza Partito Comunista e altri c. Russia del 19 Giugno 2012.

Sullo stesso tema, leggi: Grecia: Il diritto al voto prima riconosciuto e poi negato.

 

 

 

 

 

 

 

 

About Teresa Vozza

''Everything has been figured out, exept how to live''- la frase è di Jean-Paul Sartre, cosa ne pensate? Per qualsiasi risposta mi troverete a Piacenza all'università Cattolica del Sacro Cuore, nella facoltà di giurisprudenza.

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