Home / Categorie Violazioni CEDU / Russia: perdono le cause perché non gli notificano le udienze

Russia: perdono le cause perché non gli notificano le udienze

Giusto Processo – Sentenza Kolegovy v. Russia, 1 Marzo 2012

Russia

Il caso è quello di due cittadini russi, la sig.ra Mariya Ilyinichna Kolegova e il signor Pavel Ivanovic Kolegov: entrambi legati in un rapporto di coppia, entrambi costretti per invalidità di primo livello sulla sedia a rotelle. Dalla proposizione del ricorso alla Corte EDU, risalente al 2005, e la sentenza dirimente il caso ,non ancora definitiva, datata 2012, ricorrono molti anni di attesa e incertezza: in quegli anni, muore uno dei ricorrenti, il signor Kolegov, la cui causa è stata comunque proseguita dalla compagna fino all’esito e alla pronuncia in Corte EDU.

IL CASO – La sig.ra  Kolegova e il signor  Kolegov hanno promosso una battaglia di ricorsi contro l’amministrazione russa: fortemente deficitati negli spostamenti dalla loro invalidità, avevano richiesto all’autorità dei servizi sociali, già nel 2003, un’automobile adatta alla loro condizione, con cui muoversi: questa fu negata, a seguito di una perizia medica, alla prima ricorrente perché risultava incapace della guida, mentre al secondo ricorrente perché controindicatagli a causa del suo handicap. Di qui numerose denunce promosse davanti la procura generale, i deputati della Duma di Stato e l’Amministrazione del Presidente della Federazione Russa, senza tuttavia sortire alcun effetto.

Al termine dei primi ricorsi amministrativi e politici, imboccano la via della tutela giudiziaria: prima agiscono davanti alla Corte Distrettuale Basmannyy di Mosca, nel 2004, ma a nulla vale l’azione in quanto rivolta contro il Ministero del Lavoro, convenuto così in giudizio ma lì considerato dall’autorità giudiziaria come destinatario scorretto, in quanto non poteva ritenersi responsabile dei servizi sociali; fallito il primo ricorso, impugnano la sentenza sfavorevole davanti alla Corte della Città di Mosca, nel 2004: ma insistono nell’agire contro il Ministero del Lavoro russo, e proprio per questo vedono nuovamente sfumare le loro ragioni: rigettata l’impugnazione, si dissolve l’ultima possibilità di tutela (reale: per quella risarcitoria bisognerà aspettare il 2012 e la sentenza della Corte EDU)

Riesaminando tuttavia entrambi i processi svoltisi in patria, si nota – e qui si inseriscono le ragioni del ricorso davanti al tribunale di Strasburgo – come i due ricorrenti non siano mai comparsi alle udienze di dibattimento e quindi non abbiano mai potuto esporre pienamente le proprie ragioni: le notificazioni infatti si svolgevano in maniera del tutto irregolare e misteriosa, non pervenendo ai destinatari e impedendo il contraddittorio e la difesa dei ricorrenti in udienza, dove non comparivano perché non informati sullo svolgimento della stessa.

CORTE EDU – Esauriti i ricorsi interni, agiscono davanti alla Corte EDU nel 2005: questa si pronuncia con la sentenza no.15226/05 il 1 Marzo 2012 e dichiara all’unanimità la violazione dell’ART 6 CEDU, sul diritto ad un equo processo; rigetta invece il ricorso nella parte in cui lamentava la violazione dell’art 34 CEDU, ossia del diritto di ricorso individuale davanti alla Corte, e l’impossibilità di avere una tutela sostanziale in patria: potrebbero infatti agire nuovamente davanti ai giudici nazionali, fin dal primo grado, ma individuando il giusto convenuto, diverso quindi dal Ministero del Lavoro.
La sezione V, presieduta dal presidente Dean Spielmann, adduce a fondamento della propria decisione l’assenza di prove che dimostrino una eventuale efficace notificazione ai ricorrenti da parte delle autorità nazionali, che anzi hanno dimostrato di non aver speso un ragionevole sforzo per convocare regolarmente i richiedenti alle audizioni. Da qui perciò la condanna dello stato russo e di una situazione di fatto lesiva del diritto ad un equo processo, rimasta del tutto sconosciuta – o scandalosamente ignorata – dai giudici nazionali.

Questo è l’ennesima prova della intensità del sindacato della Corte EDU: creare una carta di diritti – la CEDU – è poca cosa senza un giudice – la Corte EDU – che infine li applichi. Applicare gli stessi principi, commistione di culture giuridiche variegate e differenti, summa dei diritti fondamentali dell’uomo, a una comunità di stati che, pur condividendoli ed proclamandoli retoricamente al primo comizio, infine li violano candidamente, significa prendere la sintesi – a volte, sì, limitata e minimale, ma comunque significativa – dei diritti sviluppati dalla scienza giuridica occidentale, presenti in alcuni paesi e ignorati in altri, e imporli a tutti gli stati, uniformemente e incisivamente: imporre diritti, ossia riconoscere diritti ai cittadini dell’universo del Consiglio d’Europa: questo è il significato della CEDU.

Ogni giorno, ad ogni sentenza, ciascuno di noi guadagna un diritto in questa Europa, in un continuo scambio di diritti e culture giuridiche che non è affidato alla politica ma al diritto.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Kolegovy v. Russia  del 1 Marzo 2012

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top