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Turchia. Sospettato di reato,rimane in carcere preventivamente per otto anni!

Giusto processo – Sentenza Hatice Duman v. Turkey, 22 Maggio 2012

Viene considerato assieme ad altre sette persone come il possibile autore di reati nei confronti dello stato turco, il suo ruolo di sospettato rimane tale per otto anni, il tempo necessario a concludere il procedimento giudiziario. Nel frattempo viene detenuto in un carcere turco e ogni sua richiesta di scarcerazione viene puntualmente respinta. Condannato prima di essere giudicato.

IL CASO – Hatice Duman è nato nel 1974 e sta attualmente scontando la sua pena nella prigione di Gebze, in Turchia

Il 9 aprile 2003,  viene stato arrestato perché sospettato di appartenere al MLKP (marxista-leninista Partito Comunista), una cellula del partito comunista turco riconosciuta dallo stato come organizzazione illegale.

Il 23 luglio 2003 il pubblico ministero presso la Corte di sicurezza dello Stato di Istanbul ha presentato un atto d’accusa nei confronti di Duman e di altre otto persone contenente nel capo d’imputazione l’accusa di appartenere a un’organizzazione illegale, mista a favoreggiamento e complicità diretta con la stessa nelle azioni svolte all’interno del territorio turco, compresa quella di sovvertire l’ordine costituzionale del paese.

Il procedimento giudiziario, gestito dalla Corte d’assise di Istanbul, ha portato alla decisione di prolungare la custodia cautelare dei ricorrenti e ha respinto la richiesta di Duman, di essere liberato in attesa del giudizio della Corte.

All’udienza del 1 ° aprile 2009, la Corte d’assise di Istanbul, ancora una volta, ha respinto la domanda del ricorrente secondo cui la sua detenzione continuava ad essere irragionevolmente lunga e illegale visto che fino a quel momento era  fondata solo sul sospetto delle accuse che non venivano supportate da prove evidenti. Duman, continuava a chiedere la sua scarcerazione durante il periodo in cui la Corte doveva verificare le prove inerenti al caso.

La battaglia legale tra Duman e la Corte è continuata per qualche mese, e alle numerose richieste di scarcerazione si sono succeduti altrettanti rifiuti da parte del tribunale turco, l’argomento da sottolineare però è che durante il procedimento, nè al ricorrente nè al suo avvocato è stata data l’opportunità di presentare osservazioni contro la legittimità di questa detenzione.

Il 4 maggio 2011 la Corte d’assise di Istanbul, si pronuncia finalmente sulla vicenda e con la sentenza di condanna si stabilisce che il sig. Duman dovrà scontare la pena dell’ergastolo ai sensi dell’articolo 146 (codice penale turco). Vengono infatti confermate tutte le imputazioni che erano state emesse al momento dell’arresto, ovvero appartenenza a un’associazione illegale, eversiva con la finalità di sovvertire l’ordine costituzionale del paese.

Contro questa sentenza della Corte di Istanbul, il ricorrente ha presentato ricorso presso la Corte di Cassazione turca, dinanzi alla quale il procedimento è ancora pendente, in attesa di decisione.

CORTE EDU – Il ricorrente, in accordo con il suo avvocato, ha deciso di presentare ricorso presso la Corte Europea dei diritti dell’uomo, sottolineando come la sua vicenda sia perfettamente inquadrabile nell’ambito della violazione dell’ Art 5 CEDU (Diritto alla libertà e alla sicurezza), visto che la sua è sempre stata formalmente una carcerazione preventiva (di durata però eccessivamente lunga per un sospettato di reato), ma è stata gestita sostanzialmente come una detenzione “completa” a tutti gli effetti! La Corte di Strasburgo, ricevuto il ricorso ha chiesto spiegazioni al governo turco in merito alla questione, e il governo non si è tirato indietro nel contrattaccare il ricorrente, sostenendo che in primo luogo, vi era stato il non esaurimento dei ricorsi interni, e che un eventuale risarcimento per l’eccessiva detenzione poteva e doveva essere chiesto tranquillamente al governo turco (invocando le previste ed efficaci norme interne del diritto) e non alla Corte Edu. Secondo elemento di difesa, relativo al merito del ricorso, riguarda la detenzione del ricorrente. Per il governo questa detenzione è stata perfettamente legittima vista la gravità dei capi d’accusa, la possibilità del pericolo di fuga del soggetto, e i ragionevoli motivi derivanti dalla complessità dell’indagine che è stata condotta non solo sul ricorrente ma contemporaneamente anche su altri sette soggetti, corresponsabili dei reati supposti.

La Corte, chiamata a valutare sulla vicenda, sentite le parti, e verificati i documenti ha sottolineato che per quanto riguarda l’eccezione del Governo relativa al mancato esaurimento dei ricorsi interni previsti dal diritto turco, il deposito di una domanda di risarcimento, come indicato dal governo in queste leggi non consentirebbe di porre fine alla detenzione mentre il procedimento penale è in corso, e quindi, in queste circostanze non può essere considerato un rimedio efficace ai sensi dell’Art 5 della Convenzione.

Per quanto riguarda il merito della denuncia, la Corte ha rilevato che il ricorrente è stato arrestato il 9 aprile 2003 ed è stato condannato dalla Corte d’assise di Istanbul il 4 maggio 2011. Un periodo quindi di detenzione pre-processuale durato otto anni, valutato effettivamente eccessivo.

Per questi motivi è stata confermata la violazione dell’Art 5 CEDU sia nell’ambito dell’eccessiva durata del procedimento giudiziario (Art 5.3), sia nell’ambito dell‘assenza di efficaci rimedi interni per contestare la legittimità dell’avvenuta detenzione (Art 5.4). A livello pecuniario, la sentenza della Corte prevede un pagamento al ricorrente a titolo di risarcimento del danno morale di 8.800€ e di 2.000€ per le spese e i costi sostenuti . Rigetta invece la domanda presentata dal ricorrente relativa al risarcimento del danno patrimoniale sulla base della perdita del guadagno derivante dal suo lavoro per tutto il periodo della detenzione.

Non è la prima volta che la Turchia viene portata in giudizio alla Corte di Strasburgo per casi simile a questo, il concetto è molto semplice, se si ritiene ancora valido il principio della presunzione di innocenza fino a prova contraria, in questa vicenda, il principio è stato ampiamente aggirato. Magari un sospettato risulta poi davvero colpevole (come in questo caso) ma comunque deve essere trattato da sospettato e non da criminale. Molto spesso forse, la velocità nel cercare un colpevole o determinati pregiudizi rischiano di mandare in frantumi i principi cardine della giustizia. Cosa sarebbe successo se nei confronti del sig. Dumas non fossero state confermate le accuse a lui imputate? Avrebbe trascorso otto anni in carcere da semplice sospettato…

 

La sentenza in originale è reperibile qui. Sentenza Hatice Duman v. Turchia del 22 Maggio 2012.

 

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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