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Il Caso Giuliani davanti alla Corte EDU : La sua morte è “trattamento disumano”?

E’ passato circa un anno dal decennale dei tragici “Fatti del G8” a Genova. Si sono scritti libri, canzoni, si sono girati film, documentari per narrare quei momenti di profonda violenza. Tutto questo per non dimenticare – parafrasando il titolo del libro di V. Angoletto e L. Guadagnucci –  “l’Eclissi della democrazia” che si è vissuta in quei giorni. Noi vogliamo ricordare quei tragici eventi analizzando le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Giuliani.

1. Storia del G8, misure di prevenzione e critiche per la scelta della città di Genova

Il G8 (Group of Eight) è un summit ovvero un’occasione dove si riuniscono, per parlare dei principali problemi mondiali, i delegati delle otto principali potenze più industrializzate del mondo : Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Canada e (dal 1997) Russia.  Il gruppo si riunisce ogni anno in una data variabile, tra la fine di maggio e metà luglio, in una località degli stati membri secondo il metodo della rotazione. L’idea di un forum tra le maggiori potenze industriali si sviluppò già nel 1973, come risposta alla recessione globale causata dalla crisi petrolifera della prima metà degli anni ’70 del secolo scorso.

Il 5 aprile del 2000 l’allora presidente del consiglio – Massimo D’alema – presenta un disegno di legge, con il quale predispone che la riunione del G8 del 2001 si sarebbe tenuta nel capoluogo ligure.

Fin dall’inizio la scelta della città di Genova venne fortemente contestata, perché considerata inadatta per accogliere un evento di tale portata, non solo per i problemi logistici ma soprattutto per la topografia della città che non permetteva una buona gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Il Governo Berlusconi III, appena insediato, nominò U. Vattani (ambasciatore e segretario generale della Farnesina) come supervisore del G8; incaricato di tenere i contatti e negoziare con il Genoa Social Forum (gruppo eterogeneo di movimenti, partiti e associazioni della società civile che contestava la “globalizzazione capitalista” e si opponeva alla realizzazione del summit), il cui portavoce nazionale fu l’europarlamentare di Rifondazione Comunista Vittorio Agnoletto .

Il G8 venne fissato per i giorni 19 -20-21- 22 luglio del 2001 nel cuore della città di Genova. Come ad ogni summit internazionale, al di là dei fisiologici problemi logistici e di sicurezza, la vera questione fu come gestire – più che l’ondata di ragazzi, di manifestanti, di militanti di partiti e associazioni (dai cattolici alla sinistra radicale) che facevano capo al GSF – il clima di tensione e la violenza – eccessivamente preannunciata dai mass media – che sarebbe scaturita dai più violenti (anarchici, esponenti dell’estrema desta – Forza Nuova e Fronte Sociale Nazionale – ed i cosiddetti Black Block). I quali non andarono lì per esercitare il loro diritto a manifestare ma confondendosi, annidandosi nelle manifestazioni e nei gruppi pacifici, misero a ferro e fuoco la città, distruggendo e saccheggiando, con un unico intento : creare disagio e fomentare la tensione per dar vita a continui scontri con la polizia.

Le misure di sicurezza prevedevano, al fini di gestire la moltitudine di manifestanti che sarebbe affluita a Genova, la divisione della città in  tre zone concentriche :

  1. Zona Rossa: Zona,completamente inaccessibile eccezion fatta per i residenti, dove si svolse il G8 (definita Fortezza Genova ndr)
  2. Zona Gialla: Zona dove venne consentito il passaggio ai manifestanti e lo svolgimento di cortei;
  3. Zona Verde: Zona accessibile a tutti e dove si svolgevano le manifestazioni;

La Zona Rossa e la Zona Gialla venne divisa mediante l’istallazione d’inferriate, oltre la chiusura dell’aeroporto e del porto della città.

 

 2.  20 luglio 2001 : Lo scontro di piazza Alimonda e la morte di Carlo Giuliani

Piazza Alimonda è una piccola piazza del quartiere Foce, che divide in due via Caffa – dove si affaccia la chiesa di Nostra Signora del Rimedio – situata poco distante dalla stazione ferroviaria di Brignole. In questa Piazza perderà la vita il manifestante Carlo Giuliani – il 21 luglio 2001 -, quel giorno una scritta campeggerà al posto della targa Piazza Alimonda : Piazza Carlo Giuliani ragazzo.

Erano 15.00 del 21 luglio 2001, su via Tolemaide verso la Piazza, stavano transitando passanti e manifestanti, inizialmente la situazione era tranquilla, quando all’improvviso ci fu un lancio di lacrimogeni da parte dei Carabinieri, da via Ivrea, in direzione dei manifestanti. I manifestanti, per rendere difficile il passaggio dei mezzi blindati dei carabinieri, misero nella carreggiata dei cassonetti dei rifiuti,di fonte ad uno di questi cassonetti il giovane carabiniere Mario Placanica sparò il colpo di pistola che freddò C. Giuliani.

Verso le 16.00, i carabinieri e la polizia iniziarono le cariche (cd cariche abortive) nei confronti dei manifestanti in piazza e nelle vie limitrofe;  riuscendo, in breve tempo, a prendere il controllo dell’area. Di lì a poco raggiunse la piazza, da via Ivrea, un jeep Land Rover Defender con abbordo il tenente colonello dei carabinieri Giovanni Truglio (comandante dello stesso reparto a cui apparteneva M.Placanica ).

Intorno alle 17.00, la compagnia del CCIR (Compagnie di contenimento e intervento risolutivo) Echo -12° btg carabinieri “Sicilia”- composta da 50 unità, sotto la direzione del capitano Claudio Cappello e del vicequestore aggiunto Adriano Lauro, seguita da due jeep Land Rover Defender, si ferma insieme ad altre forze della Polizia tra via Caffa e Piazza Tommaseo, iniziando a caricare i manifestanti, situati nell’incrocio di via Tolemaide, protetti da barricate improvvisate. Da delle fonti ufficiali si apprende che la carica delle forze dell’ordine venne effettuata per timore che i manifestanti che – a loro detta –erano apparsi agressivi”, e protetti dai cassonetti iniziassero ad avanzare. Dopo che iniziò lo scontro, le forze dell’ordine, non riuscendo a far disperdere la folla di manifestanti, iniziarono a indietreggiare verso l’inizio di via Caffa.

Durante la ritirata, un Land Rover Defender dei Carabinieri con a bordo tre giovani militari (l’autista Filippo Cavataio di 23 anni, Mario Placanica ed Dario Raffone ambedue di appena 20 anni ), restò temporaneamente bloccato di fronte ad un cassetto di rifiuti, mentre stava cercando di fare una manovra.

Durante il tentativo di fuga, il mezzo venne attaccato da una quindicina di manifestanti con  pietre, bastoni, una trave di legno ed un estintore. Durante l’assalto vennero danneggiati i due finestrini laterali posteriori, il lunotto posteriore della jeep e i carabinieri Raffone e Placanica rimasero feriti al volto a causa del lancio di pietre da parte dei manifestanti.

Nella colluttazione, dopo che un ragazzo con un kway azzurro e un casco giallo lanciò un estintore, – portato dalla polizia – (Servizo PrimoPianoTg3) un ragazzo (Carlo Giuliani di 23 anni Ndr), raccoglie quell’estintore, e mentre era in procinto a lanciarlo ( “con l’intenzione apparente di gettarlo” terminologia utilizzata dalla Corte EDU Ndr) contro il mezzo blindato dei carabiniere, venne colpito a morte – precisamente sul volto sotto l’occhio sinistro – da uno dei due proiettili sparati dalla Beretta 9 mm del carabiniere M. Placanica. L’altro proiettile, invece, colpì il muro destro della chiesa ubicata nella piazza.

Il ragazzo cadde a terra, e inerme verrà investito due volte – la prima in retro marcia l’altra in ripartenza – dal Defenter dei Carabinieri che tenta la fuga. I soccorsi arriveranno solo mezz’ora dopo, quando ormai C. Giuliani era morto circondato dai carabinieri e dalla Polizia.

Mezz’ora dopo la morte, ci fu un diverbio – filmato dai video-reporter del quotidiano Libero – tra un manifestante e l’allora vicequestore Adriano Lauro, il quale rivolgendosi al manifestante (che gli apostrofò le parole : «Assassino in divisa» Ndr) gli urlava : « Bastardo! Lo hai ucciso tu, lo hai ucciso! Bastardo! Tu l’hai ucciso, col tuo sasso, pezzo di merda! Col tuo sasso l’hai ucciso! Prendetelo! ». Infatti vicino al corpo del ragazzo si vedono dei sassi, ma questa tesi verrà subito smentita dalle foto, dai video che provano gli attimi di quel pomeriggio.

Il corpo di Carlo Giuliani, secondo il volere dei genitori, verrà sepolto nel Cimitero di Staglieno.

Oggi nella piazza, che fu teatro di quei tragici scontri, è stata eretta una scultura – Il coraggio del pettirosso – dello scultore genovese Alfonso Gialdini, per commemorare la morte di C. Giugliani.

 

3.  Ricorso alla Corte Edu e Sentenza della Grande Camera

I genitori (il sig. Giuliano Giuliani e la sig.ra Adelaide Gaggio ) e la sorella (la sig.ra Elena Giuliani) di C. Giuliani, depositano un ricorso (n. 23458/02) contro la Repubblica Italiana, in conformità all’art 34 della Convenzione, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il 18 giugno del 2002.

I ricorrenti lamentano la morte del loro figlio/fratello, che considerano essere stata cagionata da un eccessivo uso della forza (“excessive use of force”) da parte delle Forze dell’Ordine. Sottolineano, in particolare, che lo Stato convenuto non abbia adottato le misure necessarie dal punto di vista legislativo, amministrativo e di regolamentazione per attenuare o ridurre le conseguenze negative dell’uso della forza e che le indagini sulle circostanze della morte di C. Giuliani siano state inefficaci ; oltre a precisare che l’organizzazione e la pianificazione delle operazioni della polizia e del corpo dei carabinieri non sono state compatibili con l’obbligo di vegliare e proteggere la vita.

 

3.1.   Prima pronuncia della Corte : sentenza della Quarta sezione

Il 6 febbraio 2007, dopo aver passato il vaglio dell’audizione sulla ricevibilità (ai sensi dell’art 54 § 3), il caso è stato assegnato alla Quarta sezione.

Il 25 agosto 2009, la camera della suddetta sezione si pronuncia sul caso, composta dai seguenti giudici : Il presidente Nicolas Bratza, Josep Casadevall, Lech Garlicki, Giovanni Bonello e Vladimiro Zagrebelsky – i due giudici della nazionalità dello Stato convenuto, come previsto dalla convenzione  -, Ljiljana Mijović e Ján Šikuta, e anche di Lawrence Early, cancelliere di sezione. Nel dispositivo della sentenza hanno dichiarato :

  • All’unanimità, che non vi è stata violazione dell’ art 2 della Convenzione (Diritto alla vita), nel suo aspetto sostanziale per quanto concerne l’uso eccessivo della forza;
  • Quattro voti contro tre, che non vi è stata violazione dell’art 2 della Convenzione, nel suo aspetto sostanziale per quanto riguarda l’obbligo positivo di proteggere la vita;
  • Quattro voti contro tre, hanno dichiarato che vi è stata violazione dell’ art 2 CEDU , nel suo aspetto procedurale;
  • All’unanimità, che non era necessario esaminare il caso ai sensi dell’art 3, 6, e 13 della convenzione;

In fine, i giudici della quarta sezione prevedono che lo Stato convenuto debba versare a titolo di danno non patrimoniale 40.000 euro complessivamente ai ricorrenti.

3.2.   Sentenza della Grande Camera

Il 24 novembre 2009, il Governo italiano e i ricorrenti hanno chiesto, in ossequio all’art 43 della Convenzione, che il caso fosse rinviato dinnanzi alla Grande Camera. Il 1 marzo 2010 la richiesta è stata accolta.

3.2.1 Il Caso – (vedi paragrafo 2)

3.2.2  Processi giudiziari interni ripercorsi dalla Corte EDU

La richiesta di sospendere il procedimento contro i due Carabinieri

Dopo che ebbe concluso l’indagini interne, il Pubblico Ministero di Genova decise di chiedere l’interruzione del procedimento contro i carabinieri MP e FC. Poiché le parti hanno convenuto che il proiettile era frammentato prima di colpire la vittima, il pubblico ministero ha concluso che essi erano anche d’accordo per quanto riguarda la “teoria oggetto intermedio“, teoria nella quale si dichiara che la morte di Giuliani fosse stata causata da un frammento del proiettile deviato, su volto del ragazzo, da un sasso lanciato nel momento dello sparo. Le altre possibili spiegazioni per la frammentazione del proiettile avanzate dai ricorrenti, come ad esempio la manipolazione del proiettile o di un difetto di fabbricazione – erano state ritenute meno probabili. Per questo non sono state considerate come spiegazioni valide ed attendibili. Il PM ha rilevato, inoltre, che con l’elemento eccezionale ed imprevedibile della pietra, il nesso di causalità era stato spezzato tra le azioni MP e la morte di Carlo Giuliani.

Il pubblico ministero ha ritenuto, inoltre, che MP “non ebbe un’altra scelta e non avrebbe potuto agire in modo diverso“, poiché “la jeep era stata circondata dai manifestanti e l’aggressione fisica contro gli occupanti era evidente e virulenta“. MP era stato giustificato nel percepire la sua vita in pericolo. La pistola era stata uno strumento in grado di mettere fine all’attacco. Non poteva astenersi dall’utilizzare la sua arma e sottoporsi ad un attacco tale da mettere in pericolo la sua integrità fisica, quindi ha agito per legittima difesa, argomenta il Pm. Queste considerazioni hanno giustificato la decisione di sospendere il procedimento.

Decisioni giudiziarie sul “Processo dei 25”

Sentenza della Corte di Primo Grado

Il 14 dicembre 2007, la Corte Distrettuale ha emanato la sentenza – pubblicando le motivazioni 13 marzo 2008 – sul processo nel quale erano imputati 25 manifestanti per i reati penali commessi il 21 luglio (furto, distruzione di proprietà, saccheggi e atti di violenza contro forze dell’ordine). Dopo ben 144 udienze, l’audizione di numerosissimi testimoni e l’esame di una rilevante quantità di materiale audio-visivo, la Corte ha dichiarato che l’attacco da parte dei carabinieri sul corteo dei manifestanti (le Tute Bianche) era stato illegittimo ed arbitrario, perché la marcia era stata autorizzata e i manifestanti erano pacifici e non avevano commesso atti violenti. La successiva carica non era stata preceduta da avvertimenti al fine di disperdere i manifestanti, oltre a non essere autorizzata. Quindi la natura illecita e arbitraria dell’attacco “giustificava” la resistenza dei manifestanti. Ma la Corte nell’affermare che “la reazione violenta da parte dei manifestanti, che avevano portato al perseguimento dei carabiniere e all’attacco della jeep, non poteva essere considerata come una risposta difensiva”, stigmatizza il comportamento violento dei manifestando durante la ritirata dei carabinieri.

Sentenza della Corte d’Appello

Con la sentenza emanata il 9 ottobre 2009, la Corte d’Appello di Genova ha accolto e riproposto le tesi della Corte di Primo Grado, aumentando alcune delle condanne e dichiarando la prescrizione di alcuni reati.

Nel dispositivo della sentenza, la Corte si allinea alla decisione della Corte distrettuale, in particolare, nel ritenere il comportamento dei carabinieri illegittimo, soprattutto per tre ragioni :

  1. il lancio di gas lacrimogeni ad altezza petto;
  2. l’incapacità dimostrata nel non riuscire ad ordinare la dispersione dei manifestanti disarmati e pacifici;
  3. l’attacco a dei manifestanti pacifici in una zona dove era consentito manifestare, mentre,in altre parti della città, i Black Block stavano creando disordini gravi.

Quindi si conferma l’arbitrarietà e illegittimità del comportamento delle forze dell’ordine. (ad Es. l’utilizzo di manganelli non autorizzati, o procedure come lo zig zaggare con la jeep per inseguire un manifestante, l’arrecare lesioni e perdita di sangue ai manifestanti). Ma la Corte tiene a precisare che una volta che i carabinieri stavano indietreggiando in ritirata, cessando il pericolo, i manifestanti da atti difensivi hanno iniziato a porre in essere atti offensivi (ribaltando la situazione Ndr). La corte, però, tenuto conti di queste circostanze, non riscontra gli estremi per addebitare ai manifestanti reati di danneggiamento.

3.2.3 Violazioni esaminate dalla Corte di Strasburgo

PRESUNTA VIOLAZIONE DELL ‘ART 2 CEDU NEL SUO ASPETTO SOSTANZIALE

TESI DEI RICCORRENTI – Secondo i ricorrenti la vita dei carabinieri nella jeep, che stava subendo l’attacco da parte dei manifestanti, non sarebbe stata in pericolo; anche perché c’era uno scudo antisommossa a bordo della jeep. Il cui modello era un lang rover defender, mezzo in grado di subire attacchi di portata maggiore. Poi – sempre secondo la tesi dei ricorrenti – i manifestanti non avevano con sé armi letali, esplosivi  o molotov, in grado di far saltare in aria il mezzo blindato e quindi di far temere concretamente per l’incolumità dei carabinieri a bordo.

Inoltre MP indossava un giubbotto antiproiettile e aveva due caschi a sua disposizione.

Per ultimo, viene contestata la contraddittorietà delle testimonianze rilasciate da MP. Nei prime due interrogatori, infatti, ha affermato che non aveva visto Carlo Giuliani ed ha sparato verso l’alto. Tuttavia, nell’udienza del “processo dei 25″, ha dichiarato che aveva sparato con il braccio in aria, affermazione smentita da una fotografia che lo ritraeva mentre puntava l’arma all’altezza del torace, ad un angolo verso il basso rispetto all’orizzontale. Infine, nel rilasciare una libera dichiarazione ha affermato che” ha cercato di sparare in aria il più alto possibile” e di non avere il volto di Carlo Giuliani in traiettoria.

TESI DEL GOVERNO – Il governo sostiene che non rientra nelle competenze della Corte di mettere in discussionei risultati dell’inchiesta e le conclusioni dei giudici nazionali”. Inoltre rivendica con forza la teoria dell’oggetto intermedio e della deviazione di un frammento del proiettile sparato, che avrebbe fatalmente, con una nuova traiettoria, colpito C.Giuliani.

Anche se il giudice istruttore ha considerato le cause di giustificazione, il governo afferma che MP, agendo in uno stato di panico e in una situazione in cui aveva valide ragioni per temere della propria incolumità  a causa di una minaccia grave e imminente, fosse innocente; perché il nesso di causalità è stato spezzato dall’elemento eccezionale ed imprevedibile della collisione tra la pietra e proiettile. Precisa, inoltre, che MP ha sparato in aria, non mirando ai manifestanti, e che lo stato fisico e mentale del giovane carabiniere, la forza dell’assalto dei manifestanti contro il contingente dei carabinieri e il picco di violenza in quel momento fa ritenere l’uso della forza “assolutamente necessaria” e “proporzionata”.

In fine ritiene la prova della foto, che ritrae MP che punta la sua Beretta 9 mm contro Giuliani- non attendibile perché scattata prima del momento dello sparo e il giovane carabiniere ha potuto in una piccola frazione di secondi mutare l’angolo di tiro e cambiare traiettoria.

PRESUNTA VIOLAZIONE DELL ‘ART. 2 CEDU NEL SUO ASPETTO PROCEDURALE

I RICORRENTI – Denunciano di aver avuto solo poteri limitati nella partecipazione all’inchiesta, oltre all’impossibilità di poter far fare un’autopsia da un loro esperto a causa dell’autorizzazione alla cremazione da parte del procuratore, il 23 luglio 2001,  ben prima che i risultati dell’autopsia fossero resi noti.

Ritengono che “l’articolo 2 della Convenzione sia stato violato anche a causa della mancanza di un’indagine amministrativa o penale sul comportamento delle forze dell’ordine al G8 di Genova. L’inchiesta, infatti, avrebbe potuto e dovuto far luce sulle responsabilità all’interno della catena di comando e permettere sanzioni amministrative, se necessario”. Ne consegue che – secondo i ricorrenti-“ nessuna valutazione era stata fatta sulla responsabilità complessiva delle autorità in relazione alle carenze nella progettazione, coordinamento e svolgimento delle operazioni e la loro incapacità di garantire un uso proporzionato della forza per disperdere i manifestanti”. I richiedenti hanno sostenuto che all’inchiesta fosse mancataimparzialità e indipendenza” e che, dopo aver condotto ad una decisione di rinunciare agli atti, fossero stati privati ​​di una audizione pubblica e quindi di un controllo pubblico delle circostanze che circondano la morte del loro parente.

IL GOVERNO – ha affermato che “l’estrazione del frammento di metallo sarebbe stato non solo inutile, ma impossibile. Non avrebbe dato tutte le informazioni utili aggiuntive relative alle circostanze in cui MP aveva fatto ricorso alla forza letale. Micro-frammenti di piombo erano già state trovati sul passamontagna della vittima, la cui analisi ha confermato la teoria intermedia dell’oggetto. Inoltre, il corpo di Carlo Giuliani è stato restituito alla sua famiglia per la cremazione visto che non c’era stata alcuna ragione per supporre che il referto dell’autopsia, che non era ancora stato scritto, sarebbe stato superficiale“. Puntualizza il Governo che la cremazione era stata richiesta dagli stessi ricorrenti, che erano stati informati del luogo dove l’autopsia era stata eseguita e che si sarebbero potuti presentare. Inoltre, il rappresentante dei ricorrenti non avevano fatto alcuna richiesta per la produzione immediata di prove.

Per quanto concerne l’efficacia dei mezzi adoperati e l’imparzialità dell’indagini, il governo ha ammesso che “alcuni documenti presentavano difficoltà nel ricostruire la vicende, a causa, tra l’altro, dell’indisponibilità di alcuni elementi“. Tuttavia, tali difficoltà non erano imputabili alle amministrazioni o ad una qualsiasi loro negligenza, ma era il risultato di circostanze oggettive che sfuggono al loro controllo. Inoltre gli investigatori hanno adempiuto ai loro obblighi con i loro mezzi, anche supponendo che i dubbi che persistevano in relazione ad alcuni elementi, i quali facevano presumere che fosse l’imputato e non la vittima a dover essere beneficiato del dubbio in materia penale. Infine garantisce che l’indagine fosse stata condotta “con la prontezza necessaria” e che  “l’autorità giudiziaria non si fosse risparmiata alcuno sforzo per cercare di accertare i fatti,applicando le tecnologie più avanzati e i metodi più tradizionali”.

PRESUNTA VIOLAZIONE DELL ‘ART. 3 CEDU

I RICORRENTI – sostengono che la mancata assistenza immediata da parte delle Forze dell’Ordine, quando era caduto a terra, e i due investimenti successivi da parte della jeep – secondo i ricorrenti –  avevano contribuito a causarli il decesso ed tale comportamento era qualificabile come ad un trattamento disumano. Quindi rivendicavano la violazione dell’art 3 della Convenzione.

IL GOVERNO – da parte sua, ritiene manifestamente infondata questa censura, per il fatto che il rapporto dell’autopsia aveva valutato che la jeep non aveva comportato conseguenze gravi per la vittima, e tenuto conto anche dei tentativi rapidi per prestare assistenza alla vittima.

PRESUNTA VIOLAZIONE DEGLI ARTT. 6 E 13 CEDU

I IRCORRENTI – lamentano, inoltre, di non aver beneficiato di un’indagine conforme ai requisiti procedurali dettati dagli art 6 e 13 della Convenzione. La famiglia contesta soprattutto l’incoerenza e l’incompletezza dei risultati delle indagini, i quali richiedevano un più approfondito esame.  Tenendo presente anche che nel caso di specie i ricorrenti non hanno avuto la possibilità – secondo la legge italiana – di partecipare al procedimento penale a carico di MP in qualità di parti civili.

IL GOVERNO – respinge le accuse, ribadendo che non vi era alcuna violazione dei suddetti dispositivi.

PRESUNTA VIOLAZIONE DELL ‘ART. 38 CEDU

I RICCORENTI – dichiarano che il governo non ha collaborato sufficientemente e in maniera esaustiva con la Corte. Affermano, in particolare che “il governo aveva dato risposte false o incomplete (ad esempio, per quanto riguarda l’esperienza professionale dei carabinieri a bordo della jeep e la presenza di uno scudo antisommossa nel veicolo). Avevano anche omesso di fornire i dati di alcune circostanze essenziali. In particolare, avevano omesso di:

  • Fornire i dettagli della struttura di comando della polizia e carabinieri che si estendono alla parte superiore della struttura;
  • Specificare i criteri di selezione degli agenti nelle operazioni di ordine pubblico;
  • Produrre la documentazione attestante l’esperienza professionale carabiniere interessato (Fogli matricolari);
  • Presentare gli ordini di polizia che Lauro e gli ufficiali responsabili della società (Echo ndr) avevano ricevuto dai loro superiori;
  • Indicare l’identità della persona che aveva ordinato l’attacco ai manifestanti (Tute Bianche ndr) in marcia;
  • Produrre le trascrizioni delle conversazioni radio di rilievo.

Il GOVERNO – precisa che il loro diritto a difendere il loro caso erasacrosanto” e che, in ogni caso, avevano fornito tutte le informazioni a disposizione della Corte. Per quanto riguarda le informazioni riguardanti l’attacco al corteo delle Tute Bianche, essi sostengono che questo era estraneo alle vicende al centro della presente domanda.

3.2.4 La decisione della Grande Camera

LA CORTE EDU – riunita in Grande camera, con la sentenza emanata il 24 marzo 2011, scagiona da ogni accusa l’Italia, e dichiara, spesso con la contrarietà di alcuni giudici del collegio giudicante, che :

  • Non vi è stata alcun violazione dell’articolo 2 della Convenzione nel suo aspetto sostanziale per quanto riguarda l’uso della forza letale, per tredici voti a quattro;
  • Non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 2 della Convenzione nel suo aspetto sostanziale per quanto riguarda il quadro legislativo che disciplina nazionale l’uso della forza letale o per quantoriguarda le armi rilasciate alle forze dell’ordine presso il G8 a Genova, per dieci voti a sette;
  • Non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 2 della Convenzione nel suo aspetto sostanziale per quanto riguarda l’organizzazione e la pianificazione delle operazioni di polizia durante il G8 di Genova, per dieci voti a sette;
  • Non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 2 della Convenzione nel suo aspetto procedurale,per dieci voti a sette;
  • Non è necessario esaminare il caso ai sensi degli articoli 3 e 6 della Convenzione,all’unanimità;
  • Non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 13 della Convenzione, per tredici voti a quattro;
  • Non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 38 della Convenzione, all’unanimità.

IN PARTICOLARE :

Nel dispositivo della sentenza, la Corte – mentre espone la sua valutazione e percorre le circostante e gli elementi che l’hanno portata a respingere la presunta violazione  dell’art 2 nel aspetto sostanziale – descrive il valore dell’art 2 come “una delle disposizioni fondamentali della convenzione, quella che, in tempo di pace non ammette alcuna deroga ai sensi dell’articolo 15”, riconoscendo nei dettati dei due articoli (art 2 e art 3 cedu) “il valore fondamentale e la base delle Società Democratiche che compongono il Consiglio d’Europa”.

Partendo da questo presupposto, chiarisce l’eccezione prevista al paragrafo 2 dell’art 2 (“L’uso della forza assolutamente necessario” ), affermando che : “Il testo dell’articolo 2, letto nel suo insieme, dimostra che il paragrafo 2, definisce – non in primo luogo – i casi in cui è consentito non l’uccisione intenzionale di un individuo (intentionally to kill an individual), ma descrive le situazioni in cui è consentito l’uso della forza che può provocare, come risultato non intenzionale, la privazione della vita. L’uso della forza, tuttavia, non deve essere più che assolutamente necessario per il raggiungimento di uno degli scopi di cui ai commi (a), (b) o (c)” elencati all’art 2 CEDU(assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale, eseguire un arresto regolare, per reprimere una sommossa o un’insurrezione).

La Corte poi chiarisce anche che i casi, in cui è consentito derogare al principio generale del diritto alla vita, sono tassativi e devono essere interpretati in modo restrittivo, dichiarando, inoltre, che l’art 2 della Convenzione richiede un interpretazione e applicazione che renda efficace e pratico la salvaguardia dei singoli esseri unami.
Per quanto concerne la valutazione sulla legittimità dell’uso della forza, la corte ritiene che “ non può sostituire la propria valutazione della situazione con quella di un ufficiale che era tenuto a reagire nel momento del pericolo, per evitare un danno grave per la sua vita personalmente percepito”.Quindi “non è compito della Corte sostituire la propria valutazione dei fatti a quella dei tribunali nazionali, i quali hanno stabilito i fatti sulla base delle prove da loro esaminate. Anche se la Corte non è vincolata dalle conclusioni delle corti nazionali e rimane libera di fare la propria valutazione alla luce di tutto il materiale. Ma, in circostanze normali, richiedono elementi convincenti per indurla a discostarsi dalle conclusioni di fatto raggiunti dal tribunali nazionali”.

Concludendo, la Corte di Strasburgo afferma che non vi è stata violazione dell’art 2 CEDU nell’aspetto sostanziale, prendendo in considerazione : l’inadeguatezza dei giovani carabinieri, delle gravi circostanze, dello spazio angusto tra la ruota di scorta e il tetto della jeep che gli riducevano il campo visivo ed il fatto che un colpo sparato in quello spazio rischiava di provocare lesioni ad uno degli assalitori, o addirittura ucciderlo, come è stato purtroppo nel caso di specie, di per sé non significa che l’azione difensiva è stata eccessiva o sproporzionata. Alla luce di questo , la Corte considera che l’uso della forza letale fu assolutamente necessario, in difesa di ogni persona dalla violenza illegale ai sensi dell’articolo 2, § 2 (a) della Convenzione.

 

 4.  Conclusione : Cosa rimane di quei giorni?

Dopo circa undici anni cosa rimane di quei giorni? Di tutta quella violenza inaudita? Di tutto quel sangue versato per le strade?

Rimane una ferita ancora aperta per la città e la comunità di Genova, rimane il senso d’ingiustizia e spaesamento, il profondo vuoto di ognuno. Sia di chi ha vissuto personalmente quei momenti di terrore e di paura, sia di chi – nel suo salotto con accanto la propria famiglia e i propri figli ( magari anche ventenni) – guardava agghiacciato e ammutolito quelle immagini, ascoltava quelle urla di pianto e di terrore, sentiva i colpi di manganello che spezzavano le ossa.

Rimangono i video, le immagini di quegli attimi, le mura sporche di sangue di quella scuola  (La scuola Diaz ndr). Rimane quel 21 luglio2001, la tensione di quegli attimi e la confusione, quella piazza, il corpo esangue di quel manifestante ventitreenne e la pistola di quel carabiniere ventenne.

Rimangono le incertezze e i dubbi, rimane l’insoddisfazione giudiziaria per mezze verità oltre la completa impunità dei mandanti o dei superiori delle Forze dell’Ordine, e la mancata sospensione dall’incarico degli agenti inquisiti (come invece succede negli altri Paesi ndr). Rimane il vuoto legislativo sul divieto di tortura.

Rimane l’impossibilità di poter imparare e rimediare ai i propri errori per un ragazzo, quel giovane Carlo Giuliani, rimane il giudizio più severo – quello della propria coscienza – per i singoli Carabinieri e Poliziotti che hanno calpestato la dignità di molte persone.

Resta la debolezza di uno Stato che avrebbe potuto e dovuto evitare tutto questo.

 

Corte dei Diritti dell’Uomo

La sentenza della Grande Camera, tradotta in italiano a cura del Ministero della Giustizia, è reperibile qui: Caso Giuliani e Gaggio vs. Italia del 24/03/2011

La sentenza in originale della Quarta Sezione è reperibile qui : Caso Giuliani e Gaggio vs. Italia del 25/08/2009

La sentenza in originale della Grande Camera è reperibile qui: Caso Giuliani e Gaggio vs. Italia del 24/03/2011

Link di approfondimento:

Articolo  di Repubblica : G8, Strasburgo assolve Placanica: “Giuliani ucciso per legittima difesa”

Articolo del Sussidario : Carlo Giuliani, una sentenza favorevole che condanna l’Italia

Puntata del 23-o7-2011 Un giorni in pretura (Rai 3) : G8 + 10 un altro mondo è possibile?

Puntata del 22- 07- 2011 Blu notte (Rai 3) : Genova 2001 : G8

Puntata La Storia Siamo Noi (Rai 2) : G8 Genova 2001

 

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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