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Russia: un soldato depresso in fuga

Diritto alla vita –  Sentenza Putintseva v. Russa, 10 Maggio 2012

Il soldato Putintsev era depresso: sebbene il lungo addestramento non riusciva proprio ad adegurasi alla vita dell’esercito. Il sistema gerarchico e aggressivo era per lui un trattamento degradante, si sentiva usato come uno schiavo. Dopo un anno e mezzo di missione esausto decide di scappare. Un tentativo fallito: un colpo di mitra alla natica gli impedirà il ritorno a casa…un soldato che non sta bene diventa doppiamente pericoloso, per i propri compagni e per i propri avversari.

IL CASO – Putintseva l’8 giugno 2001 era stato assegnato all’unità 39982, dell’esercito Russo e mandato in missione per due anni nella città di Uzhur. Ormai esausto dalla vita militare, in preda ad un momento di depressione e nostalgia, così come affermato dalle lettere che spesso mandava alla sua famiglia, decide di scappare. Ci riesce ma a distanza di qualche settimana viene ritrovato in un villaggio e portato in cella disciplinare. Il 14 settembre quando lo stavano portando in carcere definitivamente e seguito della decisione del comandante, Putintseva tira una capocciata al Sergente L. che lo stava scortando e tenta di scappare. Nella fuga il Sergente L. spara due colpi con il mitra e lo colpisce alla natica. Da lì a poco il soldato decederà in ospedale.

Durante le indagini il Sergente L è stato più volte interrogato. Ha mostrato che il colpo con la testa di Putintseva gli aveva causato una ferita al labbro ma non per questo si sia agitato. Quando però Putintseva si era messo in fuga non aveva potuto esitare. Prima dello sparo diretto al suo corpo, il Sergente L aveva annunciato le sue intenzioni dicendo ”Stop o sparerò”, lanciando due colpi in aria di allerta. Questo, purtroppo, non ferma Putintseva. Alla terza volta il mitra del Sergente mira il corpo di Putintseva causando dei problemi molto gravi, che i medici dell’ospedale non riescono a recuperare, sebbene l’immediato soccorso. Il caso viene chiuso dichiarando legittima la condotta del sergente L.

Il 28 Giugno 2003 un nuovo procuratore decide di riaprire le indagini dichiarando che alcuni aspetti dell’indagine precendente erano stati trascurati. Viene sottoposto al vaglio il mitra del sergente, vengono recuperati i tre proiettili e ulteriormente scagionato il sergente L. Nel settembre 2003 viene ordinato di valutare la capacità psichica di Putintseva. I medici non rilevano aspetti patologiciti tali per cui il soldato Putintseva non avrebbe potuto comprendere la pericolosità della situazione. Sottolineano invece il grado di malessere che Putintseva provava nello stare in missione, accentuata anche da presunti atti di nonnismo a cui era stato sottoposto. Violenze che però non verranno mai provate in giudizio.

Nel marzo 2004 la madre della vittima, unica ricorrente, prova a chiedere lo stato di vittima al Tribunale Militare, il quale lo nega, confermando ancora una volta la scelta dei precedenti giudici. Di fatti tale condizione può essere riconosciuta solo a coloro che sono state vittime di reato. In questa sede viene nuovamente confermata la legittimità della condotta del sergente L.

LA CORTE EDU- La madre di Putintseva, la sig.ra  Svetlana Valeryevna Putintseva presenta ricorso il 3 settembre 2004.

     Violazione art. 2 CEDU- Diritto alla vita, dal punto di vista sostanziale: La condotta del sergente L era stata sproporzionata nel fermare il tentativo di fuga

Lo stato russo si era difeso sostenendo la conformità della condotta del Sergente L alla disposizione della sezione 11 del Protocollo n ° 14 e dell’articolo 9 della sezione 201 dello Statuto del Servizio Garrison e Sentry delle forze armate della Federazione russa, che determina la procedura per l’utilizzo di armi da fuoco. Ogni sentinella prima di utilizzare l’arma  ha l’obbligo di avvertire. In questo caso effettivamente c’era stato sia l’allerta verbale che gli spari verso l’alto prima di puntare il mitra contro il soldato Putintseva. La Corte EDU ritiene, però, che la scelta di sparare con un mitra era sproporzionata nel fermare la fuga. Putintseva era disarmato, senza nessun mezzo, circondato da diversi soggetti, tra cui militari supportati da automobili, in grado di riuscire a fermarlo senza arrivare a utilizzare forza letale, per tanto non c’erano le condizioni di estrema necessità per arrivare a sparare.

In conformità alla giurisprudenza della Corte viene ulteriormente ribadito che il diritto alla vita pone in capo agli stati in primo luogo degli obblighi di fare, delle attività che garantiscano l’effettivo ottenimento del diritto; in tal caso sarebbe stato compito dello stato educare i propri funzionari a valutare se esistesse o meno una necessità assoluta di utilizzare armi da fuoco, non solo sulla base della lettera dei regolamenti pertinenti, ma anche tenendo in debito conto la preminenza del valore fondamentale del rispetto della vita umana.

     No violazione dell’art 2 CEDU- Diritto alla vitanella parte delle indagini: Lo stato Russo ha garantito che le indagini circa il riscontro della causa della morte di Putintseva si siano svolte secondo i criteri standard.

La Corte ritiene che le autorità nazionali abbiano adottato tutte le misure ragionevoli per ottenere rapidamente elementi di prova concernenti l’incidente, anche testimonianze oculari e prove forensi,  per stabilire le circostanze in cui l’incidente ha avuto luogo. L’inchiesta era indipendente ed è stata condotta con la spedizione sufficiente. La Corte non ritiene che le carenze presunte nelle indagini a cui il ricorrente ha fatto riferimento, abbiano sostanzialmente ostacolato lo svolgimento di un esame approfondito, imparziale e attento delle circostanze dell’uccisione di suo figlio.

 

Trovare delle regole ”giuste” in tempo di guerra è missione, a mio avviso, impossibile. Anche se tutte le perizie del mondo provassero che la capacità di intendere e di volere sia salva, il contesto condiziona oltre ogni limite qualsiasi scelta. Il sergente era responsabile per i propri soldati e per la missione e gli insegnamenti della vita dell’esercito non si soffermano molto sui dettagli. In questo caso l’errore dello stato Russo era a monte: i comandanti non avevano tenuto conto dello stato di malessere di Putintsev, delle sue dichiarazioni degli atti di nonnismo e un soldato che non sta bene diventa doppiamente pericoloso, per i propri compagni e per il proprio Paese. 

 La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Putintseva v. Russia del 10 Maggio 2012

About Teresa Vozza

''Everything has been figured out, exept how to live''- la frase è di Jean-Paul Sartre, cosa ne pensate? Per qualsiasi risposta mi troverete a Piacenza all'università Cattolica del Sacro Cuore, nella facoltà di giurisprudenza.

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