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Russia. Cella piccola e affollata: la detenzione diventa un incubo!

Trattamenti degradanti – Sentenza Glotov v. Russia, 10 Maggio 2012

Il caso trae origine da un ricorso presentato da Glotov il 30 settembre 2005 il quale sosteneva di aver trascorso il suo periodo di detenzione all’interno di un carcere russo in condizioni assolutamente degradanti e non conformi ai normali criteri di civiltà.

IL CASO –  Aleksey Vladimirovich Glotov è nato nel 1973 e vive a Mosca. Dal 14 marzo al 6 ottobre 2005 è stato in carcere, in un istituto di Mosca.

La sua cella, la numero 243 misurava circa 11 metri quadrati, aveva una finestra e la toilette si trovava all’interno, separata con il resto della stanza da una parete di mattoni alta circa 1 metro e 20 centimetri. Questa stanza appena descritta ha ospitato altre 3 persone oltre a lui in quanto erano presenti 4 posti letto. Una situazione di sovraffollamento insomma anche perché la progettazione di quelle stanze era stata predisposta per l’ospitalità di due persone.

Sentitosi umiliato e allo stesso tempo offeso per le condizioni a cui è stato sottoposto all’interno del carcere, Glotov  si è rivolto alla Corte di Strasburgo, portando a conoscenza dell’ organismo europeo la sua vicenda e lamentandosi nei confronti dello stato russo, invocando l’avvenuta violazione dell’Art 3 CEDU (tortura e trattamenti degradanti). Ha aggiunto poi che il numero di detenuti trascritto nel registro carcerario, relativo alla cella numera 243, portato come prova difensiva dal governo russo, sia stato palesemente corretto per nascondere la reale versione dei fatti, ovvero la presenza di non due persone ma quattro.

Il Governo russo, chiamato in causa, ha sostenuto che il numero dei detenuti presenti all’interno della cella 243 non aveva mai superato le due persone e  a sostegno di questa tesi ha allegato un certificato rilasciato dal direttore del carcere il 5 aprile 2011 contenente il numero di persone detenute all’interno della struttura nel periodo compreso tra il 16 marzo e il 6 ottobre 2005, confermando appunto che oltre le due persone previste quella cella non aveva avuto altri detenuti al suo interno. Il 7 marzo 2012, poi in risposta alla richiesta della Corte su alcuni chiarimenti circa l’origine di correzioni visibili all’interno del registro dei detenuti, riguardanti il numero di detenuti della cella 243, il Governo ha sottolineato che le correzioni non erano state fatte con lo scopo di falsare le informazioni, ma a causa di incuria e disattenzione degli ufficiali del centro di detenzione, non ha indicato però i motivi per i quali erano state fatte. Il Governo ha poi proseguito con la sua difesa sostenendo che il ricorso era irricevibile poiché il ricorrente non aveva esaurito i ricorsi interni dello stato russo, non rivolgendosi prima quindi alla giurisdizione nazionale per lamentarsi della sua detenzione. Lo stato russo ha sostenuto che non vi era stata alcuna violazione dell’articolo 3 della Convenzione, perché il trattamento a cui il ricorrente era stato sottoposto in custodia cautelare non aveva raggiunto la soglia minima di gravità richiesta per l’applicazione di tale disposizione. Le condizioni di detenzione nel carcere infatti erano state compatibili con le norme giuridiche nazionali e anche con le raccomandazioni del Comitato per la prevenzione della tortura. Il numero dei detenuti della cella 243 non aveva mai superato due persone.

CORTE EDU -Nonostante gli argomenti addotti dal Governo, la Corte di Strasburgo riconosce la violazione dell’ Art 3 CEDU, ritiene che la sofferenza del richiedente e la frustrazione causata dalle condizioni degradanti della sua detenzione non possono essere compensate dalla semplice constatazione di una violazione. Facendo la sua valutazione su una base equa, è stato riconosciuto al ricorrente l’importo di 2.000 € come risarcimento del danno non patrimoniale.

Alla luce delle considerazioni che precedono, la Corte ha poi trovato in molti casi precedenti che, qualora i ricorrenti avevano a disposizione meno di tre metri quadrati di superficie “vivibile”, il sovraffollamento era stato considerato essere stato così grave da giustificare di per sé  la violazione dell’Art 3 CEDU. La Corte ha considerato poi l’efficacia dei vari rimedi interni proposti dal governo russo in un certo numero di casi riguardanti le condizioni di detenzione inadeguate di un richiedente e li ha trovati a mancare in molti aspetti. Su tale base, ha respinto l’obiezione del Governo per quanto riguarda il mancato esaurimento delle vie di ricorso interne e ha rilevato anche una violazione dell’articolo 13 della Convenzione. La Corte ha dichiarato in particolare che il governo non aveva dimostrato che tipo di risarcimento si poteva concedere al richiedente, tenendo presente che i problemi derivanti dalle condizioni di detenzione del ricorrente erano apparentemente di natura strutturale e non riguardanti la situazione personale dello stesso. Vista la sua giurisprudenza in materia, il materiale presentato dalle parti e le conclusioni di cui sopra, la Corte conclude che il ricorrente è stato costretto a vivere, dormire e usare la toilette nella cella sovraffollata. Anche se non vi è stata alcuna indicazione che vi era una intenzione volontaria per umiliare o degradare il ricorrente, tali condizioni sono state di per sé sufficienti a causare disagio o difficoltà di intensità superiore al livello tollerabile di sofferenza inerente alla detenzione, e hanno suscitato al detenuto sentimenti di angoscia,inferiorità e umiliazione.

Il sovraffollamento delle carceri e le evidenti difficoltà strutturali degli edifici portano ancora una volta quindi lo stato russo a essere condannato per la violazione della Carta CEDU. Così come è stato sottolineato dalla Corte stessa al momento della sentenza, la sofferenza di un ricorrente, in questo caso un detenuto non può essere ripagata dalla semplice conferma della violazione di una norma, la sofferenza interiore subita è certamente difficilmente risarcibile.

 

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Glotov v. Russia del 10 Maggio 2012.

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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