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Russia: uno sfortunato tentativo di fuga di una giovane rom e la morte

Diritto alla vita – Kleyn and Aleksandrovich v. Russia – 3 Maggio 2012

Quante volte ci capita di farci prendere dal panico, di non capire più nulla e di fare la prima cosa che ci passa per la testa? Anche se sappiamo di essere innocenti la paura prende il sopravvento. Aleksandrovich aveva 23 anni quando viene insultata per le sue origini rom e portata dalla polizia perchè sotto il suo sedile era stata ritrovata una borsa… il nervosismo se fa sentire e le sue voci rimangono inascoltate.

http://www.flickr.com/photos/ramella/2708225853/IL CASO – Aleksandrovich stava viaggiando su un autobus, direzione Pskov (Russia). Erano circa le 8,30 quando la Signora P., ufficiale al controllo passaporti, si accorge di non trovare più la sua borsa. Guardandosi attorno la ritrova sotto il sedile di Aleksandrovich. Dandole un colpo sulla testa le dice :<Chi altro, se non una zingara poteva fregarmi la borsa?>. Alekandrovich viene portata al distretto di polizia per essere sottoposta ad interrogatorio, durante il quale dichiara nome e data di nascita falsi. Era nervosa, diceva di sentire mal di stomaco e di fatti chiede di essere accompagnata in bagno più volte. Fino a quando trovandosi solo un poliziotto maschio riesce ad entrare nel WC sola.                                       Alle 11,30 viene ritrovata incosciente a terra, nel piazzale sotto la finestra: il volo dal terzo piano, accidentale, voluto o causato, le procurerà la morte da lì a poco.

Viene redatto subito il verbale e ottenuto il referto medico che attestava che Aleksandrovich non fosse stata sottoposta a violenza prima di essersi buttata. Per gli inquirenti la questione era già conclusa pervenendo alla soluzione che si fosse lanciata dalla finestra in un tentativo di fuga. Per tanto il 24 giugno 2002 il giudice si rifiuta di avviare un procedimento penale. 

Ma Aleksandrovich si sarebbe mai azzardata a rischiare così la vita per 700 rubli, ovvero soli 20€ di multa? Inoltre la vicenda giudiziaria era incompleta: non era stata accertata la sua personalità, che risultava ancora con il nome falso e le lesioni riscontrate non erano state del tutto spiegate.

Ecco perchè il 26 dicembre 2003 viene riaperto il caso. La nuova perizia riconferma la possibilità di suicidio, ammettendo che la condizione del cadavere era stata causata da una caduta da circa 9,6metri. La Corte Town Pskov conclude nuovamente il caso nel 2004. Un ulteriore procedimento nel 2006 rimane sempre coerente con la soluzione di suicidio.

CORTE EDU Il figlio di Aleksandrovich e il marito vedovo si rivolgono alla Corte per ottenere giustizia.

Violazione art 2 CEDU- Diritto alla vita, per quanto riguarda il diniego di avviare il procedimento penale nel 2002

La Corte ha più volte ribadito che il diritto alla vita non consista esclusivamente in un obbligo negativo in capo allo Stato di non ostacolare il libero svolgimento della persona, ma si concretizzi soprattutto nel dovere statale di prendere le misure appropriate per salvaguardare i propri consociati.

In tal caso un’adeguata tutela era sicuramente quella dell‘indagine giudiziaria, che però nel 2004 era stata negata, in presenza di un’indagine incompleta. Nessuna prova era stata raccolta sul suo stato mentale prima e durante il suo arresto. Le ferite sul suo corpo erano state attribuite alla sua caduta letale, senza esplorare altre ipotesi sulla loro possibile origine o stabilire se si fossero verificati il ​​giorno dell’incidente. La sequenza temporale degli eventi non era stata ricostruita: c’erano discrepanze nelle dichiarazioni ufficiali di polizia per quanto riguarda il tempo esatto della scoperta del suo corpo: il tempo della chiamata all’ambulanza e il tempo dell’arrivo dei medici ​​non erano stati registrati. Dall’indagine non erano state rinvenute le impronte digitali sul davanzale della finestra e non erano state inviate per l’identificazione immediatamente dopo l’incidente.

Nessuna violazione art 2 CEDU- Diritto alla vita, per quanto riguarda la causa della morte 

La Corte sottolinea che le persone in custodia sono in una posizione particolarmente vulnerabile e le autorità hanno l’obbligo di rendere conto del loro trattamento. Come regola generale, il semplice fatto che una persona muore in circostanze sospette durante la detenzione dovrebbe sollevare un problema come se lo Stato non avesse rispettato il suo obbligo di proteggere il diritto alla vita della persona. In tal caso però le prove dimostrate dai ricorrenti e la difesa del Governo russo non permettevano di arrivare a dichiarare una violazione ”oltre ogni ragionevole dubbio”. 

Nessuna violazione art 3 CEDU- Divieto alla tortura

I ricorrenti dichiaravano che Aleksandrovich fosse stata sottoposta a maltrattamento durante l’interrogatorio e che la prova fossero le bruciature di sigaretta sul corpo. Dai referti dei medici non compariva nessun riferimento a tali elementi, inoltre il Governo russo si difendeva notando come il poco tempo (all’incirca due ore) di fermo presso il distretto fosse davvero insufficiente per permettere un simile trattamento.

Inoltre l’arrestata aveva dichiarato di essere minorenne per tanto, l’agente afferma che non si sarebbe mai permesso.

Dagli elementi di fatto l’ipotesi di suicidio era ”oltre ogni ragionevole dubbio” palese. Per tanto il fatto di non aver avviato il procedimento nel 2002 è stato un grosso errore per la Russia: ha perso tempo e denaro!

 La sentenza in originale è reperibile qui: Kleyn and Aleksandrovich v. Russia del 3 Maggio 2012.

About Teresa Vozza

''Everything has been figured out, exept how to live''- la frase è di Jean-Paul Sartre, cosa ne pensate? Per qualsiasi risposta mi troverete a Piacenza all'università Cattolica del Sacro Cuore, nella facoltà di giurisprudenza.

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